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February 26, 2014

People I Know: Magdalena Cornejo “Intruder” dall’Argentina a Bolzano, per amore dell’architettura

Anna Quinz


Da qualche anno a Bolzano si è creata una piccola comunità di giovani argentini. Sono quasi tutti architetti “esportati” in Alto Adige da uno studio con doppia sede, qui e laggiù. Tra questi anche Magdalena Cornejo, 31 anni originaria di Mendoza città argentina vicina al confine con il Cile. Magdalena vive a Bolzano dal 2008, anche lei è arrivata qui su chiamata dello studio di architettura che l’aveva scelta per la brillante tesi di laurea. “Fin da bambina sapevo che avrei fatto l’architetto” racconta, ma forse non immaginava di finire a fare il suo mestiere proprio qui, nel lontano Alto Adige. Ormai perfettamente ambientata, Magdalena conserva però ancora un forte accento sudamericano, che assieme ai lineamenti morbidi e agli occhi scuri e profondi, regala a chi la incontra una piacevole boccata d’aria esotica. Motivata e appassionata del suo lavoro, vive “il suo Alto Adige” intensamente, sognando però ancora altri viaggi, altri luoghi, altre scoperte.

Magdalena, quando sei stata chiamata a Bolzano, cosa hai pensato, come ti sei preparata? E quale è stata la tua prima impressione?

È andato tutto molto veloce, dalla proposta di venire qui al mio arrivo a Bolzano sono passati 10 giorni. Quando ero in Argentina ho solo visto su google una foto di piazza Walter e il Rosengarten, e la sera prima di partire ho conosciuto ragazzo austriaco che conosceva Bolzano. Questo era tutto quel che sapevo. Quando sono arrivata abitavo a San Giacomo e lavoravo in zona industriale. L e prime settimane facevo solo quei percorsi ed era bruttissimo e tristissimo. Allora ho pensato di fermarmi qui solo 6 mesi e poi tornare a casa. Allora avevo anche il ragazzo in Argentina. Poi la storia è finita e ho pensato di restare ancora un po’ in Europa. Per noi sudamericani viaggiare “nel vecchio continente” è molto facile perché le distanze sono piccole, tutto è grande la metà. E questo mi piaceva, così i primi anni ho viaggiato tanto.

Ora sei qui già da un po’. Come stai, che programmi hai?

A me onestamente piace molto stare qui, però ogni volta che torno a casa – almeno un mese all’anno – è difficile. Le prime settimane mi sento fuori luogo e vorrei tornare a Bolzano. Ma dopo la terza settimana mi sento di nuovo un’argentina e fatico a ripartire. Non escludo però prima o poi di fare qualche cambiamento, mi piacerebbe tornare a studiare, magari in Germania.

Cosa ti manca di più della tua terra d’origine? E cosa hai portato con sé come eredità argentina in Alto Adige?

La flessibilità è la cosa che mi manca di più. Italiani e argentini non sono così diversi, argentini e altoatesini invece sì. Noi, per vari motivi, siamo molto bravi a fare il meglio con quel che c’è. Qui invece appena succede qualcosa un po’ al di fuori delle aspettative, sembra che tutto vada in crisi. La cosa che invece ho portato con me forse è il sorriso. Qui molte persone non sorridono tanto. All’inizio faticavo, soprattutto con gli uomini: se sorridi pensano subito che provi qualcosa, e allora  mi sono detta “non sorriderò mai più”. Ma poi invece ho deciso di continuare a farlo e oggi sorrido tanto!

A Bolzano siete una piccola comunità di argentini…

Il fatto che qui ci fossero dei “conterranei” è stato di grande aiuto per me. Se arrivi e non conosci nessuno, avere dei punti di riferimento del tuo paese è prezioso. È bello perché è come avere dei fratelli: non ci si sceglie, ma siamo tutti nella stessa situazione e ci si fa da spalla a vicenda. Ora che li conosco meglio, penso che avrei potuto sceglierli come amici anche in Argentina, ma all’inizio sono “capitati”, e questa è stata una fortuna. Anche perché fare amicizia con i locali non è facile, più che altro perché giustamente fanno fatica a legarsi a persone come noi che oggi ci sono ma magari fra un anno non più.

Hai detto che sapevi di voler fare l’architetto fin da bambina. Come mai?

Già da piccola mi piacevano le cose creative come la musica e il disegno. Mio papà è avvocato ma aveva molti amici architetti e tra loro ce n’era uno che era bravissimo: dipingeva, scolpiva, suonava un sacco di strumenti. Quando ho conosciuto lui ho pensato che avrei voluto fare lo stesso.

Da amante della creatività, non ti sei mai scontrata con la parte tecnica dell’architettura?

Direi di no. Penso che l’unica difficoltà o delusione che hai dopo l’università è l’educazione del cliente. L’architettura è interdisciplinare e se hai dubbi su qualcosa di tecnico chiami un ingegnere che risolve il problema. Però se il cliente vuole un muro dorato, tu devi spiegargli che forse non è il caso. Nel mio studio abbiamo tanti lavori diversi e questo è molto bello. Ora per esempio casualmente mi sto occupando di interni, per una casa a Dubai. All’inizio era interessante, andare in questo luogo così diverso da Europa e America. Lavori su queste ville di 3000 metri quadrati, dove tutto deve essere d’oro, dove prima di tutto devi mostrare che hai tanti soldi… È strano, anche se hai molta libertà. Mentre quando ho lavorato su progetti qui è stato molto motivante, perché vedere il cliente che si emoziona per quel che fai è davvero bello. 

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