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January 20, 2020

Comunicare la cultura:
Intervista a Cristina Ferretti

Maria Quinz

Con Cristina Ferretti ci siamo incrociate in diverse occasioni a Bolzano e dintorni. A uno spettacolo teatrale, a un evento culturale di nicchia, a un balletto in un contesto inedito, al di fuori dei soliti luoghi deputati… Capitava di scambiarci le opinioni su ciò che avevamo visto e sempre mi colpiva il suo sguardo attento e l’autonomia critica, uniti al piacere di sapersi “godere a fondo lo spettacolo”. In quelle occasioni non è mancato mai il sorriso, la risata, la battuta arguta e la capacità di Cristina di comunicare in emozioni vivide e palpabili, il suo grande entusiasmo per la vita, oltre che per la cultura tutta.

L’attività professionale di Cristina Ferretti nel settore della comunicazione e della promozione culturale è nota. Si è irradiata a 360 gradi nella realtà regionale e non solo. Giornalista, esperta di marketing strategico e comunicazione, talent scout, ideatrice di sempre nuovi progetti editoriali e mediali, è stata editor e manager per diciotto anni presso Athesia Druck, oltre che fondatrice ed editor in Chief di QuiMedia freepress magazines. 

La redazione di franz è felice di intervistarla e raccontare ai suoi lettori qualcosa in più di lei. Pensiamo anche che con le parole vitaminiche e propositive che ci regala in quest’intervista, Cristina Ferretti possa essere da stimolo in un contesto culturale che ha oggi sempre più sete di personalità lungimiranti  come la sua e di nuove iniezioni di fiducia verso il futuro.

Cristina, ci racconti la tua storia professionale e di vita, che ti ha portato a occuparti di comunicazione a 360 gradi?

Ho una famiglia che si è sempre occupata se non di comunicazione nello specifico, ma di comunicare, di riflettere e costruire valore per la comunità. Dare peso alla parola, al bel parlare e al proprio pensiero è uno dei retaggi che porto con me fin dall’infanzia. Varie sfaccettature della medaglia date dai miei genitori, dai miei fratelli e dal mondo che li circondava. La politica, l’impegno sociale, l’insegnamento, l’amore per l’arte, la cucina e per la bellezza in generale. Tutta la bellezza del mondo, quella delle piccole cose e delle relazioni sociali fino a quella universale che abbraccia il mondo. In questo mondo sono cresciuta, oppure a volte penso di essere cresciuta. Ma non importa, perché è cosi che io vivo la mia esistenza.

La comunicazione in forma di “scienza della comunicazione” invece l’ho appresa attraverso la mia passione per il cinema, il design e la letteratura americana, poi la moda e l’arte. Tutto ciò abbinato a viaggi intrapresi già in tenera età per imparare le lingue hanno sicuramente ampliato i miei orizzonti. Tecnicamente – non so se interessi – sono laureata in lingue ed ho un master in gestione d’impresa con specializzazione in marketing e comunicazione. La curiosità, i miei amici e le mie lettura trasversali sono però ciò che mi ha formata in modo decisivo.

Ci sono stati nel tuo percorso dei maestri, delle situazioni o ispirazioni particolari che ti abbiano indirizzato o guidato nelle scelte importanti? 

Sicuramente mio padre, Remo e mia madre Luisa mi hanno trasmesso sia la curiosità verso il mondo che la felicità di gioirne. L’apertura di affrontare ogni nuovo incontro senza timore, ogni nuovo concetto senza paura ed ogni nuova battaglia con entusiasmo e determinazione. La mia più grande maestra è sicuramente la mia solitudine, che mi fa muovere libera nel mondo ed esplorare le situazioni senza timore e con grande entusiasmo. Poi i miei amici, pochi ma cari, con cui ho fatto dei bellissimi percorsi di vita.

Chi ti conosce, rimane subito colpito dalla tua tenacia, dall’entusiasmo che trasmetti e dalla curiosità immensa. Quanto contano, nel tuo lavoro ma non solo, queste caratteristiche?  

La tenacia è una conseguenza della mia vita. Non sempre semplice. Mi contraddistingue sul lavoro e nelle mie attività. Non so se sia un pregio. Alla mia età posso dire che ho dovuto sgobbare parecchio a causa di questa caratteristica. Le aspettative sono sempre molto alte. Credo che da parte mia ci sia la motivazione, come anche una parte d’incoscienza. Ho scelto sicuramente uno dei percorsi più tortuosi per una donna, quello della carriera manageriale. Da donna in Alto Adige e poi nel mondo tedesco. Insomma un po’ da “Tafazzi”: decidere ogni mattina di conquistarsi la propria giornata. La motivazione è data dalla mia gioia di vivere e dalla libertà che mi sono costruita negli anni. Ho la capacità di vedere lontano e intuire le sfumature dei trend sociali e riconoscere le eccellenze delle persone e delle loro attività. Grandi o piccole che siano. Riesco a trasformarle in realtà e questo può dare molta soddisfazione. È il risultato e la partecipazione degli altri che muove tutto il mio operato ed entusiasmo.

Sei da sempre una delle anime della vita culturale bolzanina e altoatesina, che legame hai con la cultura del territorio in cui vivi? Cosa pensi sia degno di nota, o invece meriti un ragionamento – e forse un cambiamento – (magari anche grazie a tuoi impulsi)?

Il legame con la mia città è viscerale. Amore e odio, gioia e dispiacere. Contribuire attivamente al miglioramento della nostra espressione cittadina mi sta a cuore come un bene di famiglia. È stata una sfida per me costruire un rapporto di fiducia senza fare politica. Ho deciso quando ho iniziato il mio percorso coi giornali di dare voce e spazio alle persone che vivono le nostre città. Dando valore agli aspetti economici sociali, culturali e meno a quelli politici e di potere. Ci sono riuscita, con la costruzione minuziosa di un dialogo di fiducia con il prossimo, rispettandolo. 

Il mio pensiero di innovazione in questo momento è rivolto alla città di Bolzano… È stata dimenticata dalla politica negli ultimi venti anni. Ha bisogno di uno slancio, di emozioni e di fiducia.  Ha bisogno di una governance giovane che viene dalla città e che crede nel suo potenziale. Ha bisogno di un budget ampio dedicato e di un progetto con una visione culturale. La cultura è la massima espressione dello spirito umano. E credo che sia l’unica vera strada da percorrere per costruire palazzi e relazioni sociali. L’economia oggigiorno deve ispirare la cultura e sostenerla.  La cultura è un attivatore di spirito critico che poi aiuta a far muovere le cose e a incentivare la cultura stessa. Il mio occhio oggi guarda “all’areale Longon”, che deve diventare il polo della cultura della città e ridare il valore economico e sociale che si merita al quartiere di Gries. Uno dei cuori originari di Bolzano. Questo pezzo di città dimenticata è un pugno allo stomaco.

Cosa ti appassiona di più nel tuo lavoro? Soprattutto ora che è radicalmente cambiato?

La libertà di pensiero e l’interazione con i progetti degli altri. L’intuito di trasformare idee in forza espressiva, creativa o lavorativa. Ogni progetto che accompagno è anche un progetto mio e mi sento sempre un po’ ovunque.

Quali progetti hai in corso oggi o nel cassetto per il futuro?

Al momento mi occupo di una delle eccellenze della nostra città e sto lavorando ad un’idea che può invece accompagnare tutta la nostra regione.

Sei una grande viaggiatrice, cosa significa il viaggio per te? Cosa cerchi nei luoghi che visiti e cosa porti a casa poi?

Io viaggio dentro e fuori di me. La parte del sogno è molto forte per me. Il mio viaggio inizia sempre da li e poi si costruisce man mano. La ricerca per il viaggio è la cosa che mi appassiona di più, ritrovare poi i luoghi ricercati è una grande emozione. Mi porto a casa le immagini, gli odori e di solito un oggetto d’arredo, tante idee, fotografie e amicizie per i miei progetti futuri. 

Se dovessi dedicare un pensiero o un augurio all’Alto Adige, quale sarebbe? 

Credo che le differenze siano il carattere distintivo dell’Alto Adige, ogni qualvolta si vogliono standardizzare si fa un passo indietro. Non credo nell’integrazione, sostengo invece la convivenza. Non mi piace una nuova tendenza di sfumare le identità. Italiani che si fanno chiamare con nomi tedeschi, tedeschi che in base alle occasioni si prodigano ad essere italiani. A me piace la chiarezza, ma anche la fierezza.

Auguro all’Alto Adige meno individualismo e più spirito di unione. Per una piccola realtà come la nostra di 500.000 persone non dovrebbe essere difficile. A Bologna sarebbe il numero di persone di un quartiere. Questo individualismo è dato soprattutto dal fatto che quasi tutte le cariche di valore economico, politico e sociale portano i pantaloni. In una realtà dove la metà della popolazione è femminile è decisamente un disequilibrio. 

Manca l’empatia, la compassione, la condivisione e la costruzione di un percorso a lungo termine. Le donne hanno il dono della costruzione, della lungimiranza e la pazienza dell’attesa. Conoscono il sentimento della rinuncia a favore di un obiettivo più grande. Hanno la tenacia di non mollare e non soccombere ai compromessi. Hanno la “cazzimma” che manca al nostro territorio.

La storia tirolese della “good housewife”, è vintage.

 

Foto credits: ritratto di Cristina Ferretti

 

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