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May 2, 2012

Passoscopie: intervista a Wu Ming 2

El_Pinta

Venerdì 20 aprile, in occasione del Festival del Camminare di Bolzano, ho avuto la possibilità di ascoltare la bella lectio magistralis di Wu Ming 2 dal titolo “Passoscopie. Guardare il mondo camminando”. In seguito all’intervento ho contattato il membro del collettivo di cantastorie bolognesi proponendogli di realizzare un’intervista per Franz. La trovate qui sotto, buona lettura.

La lezione che hai tenuto venerdì sera a Bolzano in occasione del Festival del Camminare si intitolava “Passoscopie. Come si guarda il mondo camminando”.
Alla lettera, passoscopia significa lo “sguardo del passo”: come hai elaborato e in cosa consiste questo concetto?

Il nome è costruito sulla falsariga di “dromoscopia”, un concetto utilizzato da Paul Virilio per descrivere come si guarda il mondo da dietro il parabrezza di un’automobile. A partire dalla sua riflessione, mi sono interrogato su quale sia invece la prospettiva di chi attraversa un territorio sulle proprie gambe. “Passoscopie” sono le categorie percettive di chi guarda camminando.

Una parte della lezione l’hai dedicata alla descrizione di alcuni mezzi di trasporto (il treno e l’automobile) come dispositivi ottici. Foucault ha mostrato come i dispositivi di visione generino relazioni di potere entro cui si viene catturati. Potresti descriverci in quale rete di relazioni rispetto al paesaggio siamo catturati quando utilizziamo il treno o l’automobile per i nostri spostamenti?

Viaggiando in auto abbiamo un percezione cinematografica del territorio: il parabrezza è uno schermo e il pilota, agendo sul volante, decide cosa proiettarci. La sua scelta però è limitata dalla rete stradale e dalla velocità, perché l’immagine subito sfugge, scorre ai lati del veicolo e si richiude oltre il lunotto posteriore. L’effetto è quello di scavare un tunnel dentro il paesaggio, di farci un buco e correrci dentro. Soprattutto, spostarsi in auto significa istituire una gerarchia visiva, dare più importanza ad alcuni dettagli dell’ambiente (potenziali ostacoli, curve, altri veicoli) e metterne altri in secondo piano. Di solito chi cammina, a 5 o 6 chilometri orari, non ha questa necessità, e dunque può percepire ciò che lo circonda in maniera più immediata e anarchica. Il treno è diverso, perché ci trasforma in passeggeri passivi. Stiamo lì, seduti, immobili, e fuori dal finestrino un mondo altrettanto immobile ci scivola accanto. Il treno è come un coltello, non buca il paesaggio, lo taglia in due: noi siamo il prosciutto e il paesaggio sono le due fette di pane. Dentro al vagone, al nostro posto assegnato, non abbiamo il problema di evitare ostacoli, eppure non riusciamo lo stesso a gettare uno sguardo equilibrato sul territorio, perché gli oggetti più vicino ci sfuggono molto in fretta, quasi non li riusciamo a riconoscere, mentre ci viene più semplice fissare gli occhi sullo sfondo. Inoltre, la ferrovia ci impedisce di guardare “l’altra faccia” di quel che vediamo. Vista da un treno, una casa ha tre lati al massimo: il quarto rimane sempre oscuro.

Territorio e paesaggio sono concetti che vengono spesso accomunati. Tuttavia nella tua lezione hai speso molto tempo a mostrare quali differenze passano tra l’uno e l’altro. Ti andrebbe di spiegarcele?

Il territorio è materiale, il paesaggio è culturale. Il paesaggio è quel che l’uomo vede quando guarda il territorio. E più o meno la differenza che c’è tra il suono della parola /cane/ e quel che un parlante italiano pensa quando sente quella parola e ne estrae un certo significato. Per modificare il territorio ho bisogno di una motosega o di un nastro d’asfalto. Per modificare il paesaggio può bastare un’idea, una storia, un mezzo di trasporto. Spesso i conflitti legati al territorio, nascono dai diversi paesaggi che le comunità estraggono dal suolo: nel deserto australiano, gli inglesi tracciarono percorsi ferroviari attraverso “il nulla”, per poi scoprire che quel “nulla” era sacro agli aborigeni, perché un “inutile” pugno di rocce rappresentava invece una tappa fondamentale nel Sogno del Canguro o del Serpente.

Ormai due anni fa usciva per Ediciclo il tuo “Il sentiero degli dei”, un oggetto narrativo, un libro mutante che univa saggistica, racconto breve, cronaca e diario di viaggio. A distanza di tempo come valuti quel lavoro? Pensi che in futuro ti cimenterai ancora con questo tipo di forma narrativa?

Al netto di molte pagine che oggi magari scriverei diversamente, mi pare che quel testo abbia fatto il suo dovere: stimolare chi lo ha letto a guardarsi intorno con occhi diversi, a mettersi in cammino per scoprire davvero un territorio, a imparare la lingua del paesaggio. In futuro mi piacerebbe continuare il percorso e raccontarlo ancora: Gerolamo, il protagonista del libro, si mette in marcia tra Bologna e Firenze spinto dal passaggio del Treno ad Alta Velocità sotto le montagne che separano le due città. E siccome di territori attraversati dalla TAV ce ne sono altri, ho in mente di visitarli allo stesso modo, su due gambe, per poi raccontarne le passoscopie.

So che presto uscirà “Timira”, il tuo nuovo romanzo scritto a 4 mani con Antar Mohamed, in cui riprendi le fila della vicenda che ruota intorno alla famiglia Marincola e che hai già affrontato nel reading musicale “Razza Partigiana”. Ti va di parlarci di questo nuovo lavoro?

Nel libro raccontiamo l’avventura di una donna, Isabella Marincola, nata in Somalia nel 1925, da padre italiano e madre somala. Riconosciuta cittadina italiana, trasferita a Roma, Isabella cresce nell’Italia fascista degli anni Trenta, sbarca il lunario nel Dopoguerra facendo la modella e poi l’attrice, torna in Somalia, ci rimane trent’anni e allo scoppio della guerra civile, nel ’91, rientra in Italia da profuga, senza una casa, senza nessun appoggio. Finora la sua vicenda era rimasta nascosta dietro a quella eroica del fratello Giorgio, partigiano dalla pelle scura, morto nell’ultima strage nazista sul territorio italiano. Io mi sono convinto che invece valesse la pena raccontarla, farla conoscere, studiarne le contraddizioni. Così ho iniziato a scrivere il romanzo insieme a Isabella, che però è morta nel bel mezzo della stesura, e allora Antar, suo figlio, mi ha affiancato per completare il lavoro.

Concludendo, chi segue Wu Ming sa che il collettivo sta lavorando a un nuovo romanzo, per la precisione la seconda parte di quella trilogia atlantica iniziata con “Manituana”. Ti va di darci qualche anticipazione e di dirci per quando è prevista l’uscita?

Stiamo scrivendo un romanzo sulla Rivoluzione Francese, tra il Terrore e la congiura degli Eguali. Come sempre, abbiamo cercato negli archivi punti di vista sghembi, personaggi insoliti, per mettere in prospettiva un evento chiave della Storia, ad alto rischio di stereotipo e monumentalità. Il magnetismo animale, le gang di strada e un supereroe mascherato saranno gli strumenti che useremo per “raccontare altrimenti” un’epoca già mille e mille volte raccontata.

Abbiamo già scritto più di cento pagine, ma il romanzo sarà lungo, forse il più lungo che abbiamo mai scritto, e l’uscita in libreria non sarà senz’altro prima dell’autunno 2013.

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