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April 20, 2021

Corpo a corpo con la poesia #10: specchio

Francesca Fattinger

A volte non so più chi sono.
Me lo dimentico. Ho un buco di memoria.
Mi entra in testa una corrente d’aria.
- Chi sono? mi chiedo. Chi sono? Un viaggiatore che si è perso?
Uno struzzo travestito da scimmia? Un marziano in vacanza?

Finché non incrocio un amico.
- Ciao Murdo, dice l’amico.
E allora riconosco il mio nome, riconosco il mio amico,
e sorrido. Mi torna la memoria. Sono Murdo! Sono uno yeti!
- Ciao Rospo! Gli rispondo.
E il mio amico rospo sorride. Forse anche lui ha bisogno di me per 
non scordare chi è. Forse è così per tutti. Chi siamo senza gli altri?
Ho sempre sognato che gli altri si facciano le mie stesse domande.

Alex Cousseau, Murdo, il libro dei sogni impossibili

Io e io ci specchiamo. Io e io ci stiamo simpatiche a volte. Io e io ci siamo antipatiche delle altre. Ci facciamo le linguacce, ci guardiamo di sghimbescio quando non ci piacciamo per niente e vorremmo prendere l’acqua del lavandino e splash bagnarci tutte, mescolare i nostri colori e ridipingerci da capo, tutte, di nuovo. E allora siamo felici in mezzo ai nostri schizzi di colori e davanti a quello specchio ridiamo e balliamo, a più non posso. Delle altre volte io e io ci perdiamo negli occhi l’una dell’altra. Potremmo stare minuti lunghissimi perse nelle pupille dell’altra: a cercare dove comincio io e dove finisce io e dove comincia io e dove finisco io. Senza mai riuscirci e finendo col distogliere gli occhi e inseguire i nostri contorni su mappe di pelle che non ricordavamo neppure di indossare. 

Sarà successo anche a te, come alla protagonista di Mirror di Suzy Lee, di perderti e ritrovarti davanti a specchi che riflettono immagini in cui a volte ti riconosci e altre volte no: a volte sei proprio tu in quello specchio e altre volte invece c’è un’estranea trasformata dal tempo, che parla una lingua incomprensibile e che ti fa pure un po’ paura. Ma dove sei finita? Ti chiedi in quei momenti. C’è forse una corrente d’aria nella tua testa, che ad ascoltarla bene sembra proprio una tempesta, e che ti ha spazzata via? Dispersa, scagliata fuori dal tuo specchio, fuori dalla tua casa, fuori da tutto, fuori da te?

Esci fuori di te.
Guardati mentre cammini per strada.
Incespica in un sasso e cadi.
Osserva la scena.
Osserva la gente che guarda.
Guarda con attenzione come cadi,
quanto impieghi e con che ritmo cadi.
Guarda come se stessi osservando un film in bianco
e nero al rallentatore.

Guardati mentre ti rialzi dalla caduta.
Prova a vedere quanto tempo ti serve per cominciare
a rialzarti, come ti sei rimesso in piedi e che cosa fai
dopo.
Guarda come se stessi osservando un film a colori.
Yoko Ono, Acorn

Lo so che è da qualche minuto che ti stai facendo questa domanda: “ma cosa c’entra tutto questo con la poesia?” Per me in realtà ogni poesia funziona proprio come uno specchio. In due sensi, in qualche modo opposti ma simbiotici: innanzitutto perché ogni volta che scriviamo una poesia entriamo in relazione con un “io” altro che ha sempre i nostri contorni, colori, odori, ma in qualche modo li supera, li trascende e ci permette di trovare altre sfumature; in secondo luogo perché ogni volta che leggiamo una poesia, ci specchiamo dentro alle parole, alle lettere, ai versi, al ritmo, alle domande e alle risposte che ci offrono. Lo dice bene Mario Ruopolo, quando, nell’indimenticabile Postino di Michael Radford e Massimo Troisi, dice a gran voce al poeta cileno Pablo Neruda: “la poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve!”
E non potrei essere più d’accordo!

Quello che ti propongo di fare oggi è una poesia senza parole. Già, una poesia può non contenere parole! Può essere un groviglio di linee da accarezzare con gli occhi. Una specie di mappa del tuo viso che assomiglierà a un disegno astratto. 

L’esperimento che ti propongo è un disegno a occhi chiusi. Prendi una matita e un foglio A4 e fissa quest’ultimo con lo scotch al tavolo o al supporto su cui disegnerai. In una mano tieni la matita, l’altra invece tienila libera, ti servirà per accarezzare le linee del tuo volto. Quando sei pronta, chiudi gli occhi. Comincia accarezzando il foglio davanti a te per capirne i contorni e poi stacca la mano senza matita e dirigila verso il viso: accarezza le guance, il naso, gli occhi, la bocca… fatti guidare da lei e con la matita sul foglio traccia ciò che senti. Ricordati di essere onesta con la tua percezione, non disegnare come ricordi essere il tuo viso, ma come lo stai sentendo in questo preciso istante! Cerca di farlo senza mai staccare la matita dal foglio: tracciando un unico lungo gomitolo di graffite che balla sul foglio.

Quando hai finito stacca il foglio (o fotografalo) e regalalo a quella persona che, quando c’è corrente d’aria nella tua testa e ti scordi chi sei, te lo ricorda semplicemente guardandoti negli occhi o facendoti ridere o chiamandoti per nome. 
Forse rappresenterà per lei la sorgente immaginativa per una poesia: dille di seguire la linea con un dito e raccontale che sta accarezzando la mappa dei tuoi contorni. Dove la condurrà? È proprio lì che si nasconde la tua poesia.

***

Alex Cousseau e Éva Offredo, Murdo, il libro dei sogni impossibili, L’Ippocampo, trad. it. di Elia Rizzo, 2021
Suzy Lee, Mirror, Corraini Editore, 2016
Yoko Ono, Acorn, Gallucci,  trad. it. di Franco Nasi, 2018
Il Postino, un film di Michael Radford e Massimo Troisi, 1994

Foto e grafica di Angela Onorati

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