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November 13, 2020

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Uğur Yavuz

Claudia Gelati

Negli scorsi mesi abbiamo incontrato (virtualmente) alcuni dei designers che hanno frequentato e si sono laureati presso la Facoltà di Design e Arti e che oggi lavorano nei più disparati settori, sparpagliati per tutta Europa. Abbiamo conosciuto illustratori, designer del prodotto, grafici, social designer, fotografi e chi più ne ha ne metta; ma con questa seconda serie vogliamo concentrarci sull’altra faccia della moneta, ovvero tutti quei docenti e ricercatori che arrivano da ogni parte d’Italia (ma non solo, anzi) esplicitamente per insegnare nella nostra piccola, ma grande, facoltà.

Qualche settima prima di questo secondo inaspettato “soft” lockdown davanti a un cappuccino caldo al caro vecchio Unibar, incontro (o meglio, ho rincontrato) Seçil Uğur Yavuz, ricercatrice e docente presso la Facoltà di Design e Arti di Bolzano, originaria della Turchia. Chi frequenta o bazzica tra i corridoi della facoltà, non può non  conoscere Seçil, colei che tra le altre cose  è in grado – letteralmente – di far parlare/suonare tessuti e oggetti vari; ma sopratutto una di quelle docenti che non manca mai di un sorriso o di quel consiglio giusto che cambia il tuo modo di affrontare una particolare fase della progettazione. 

Andiamo con ordine: chi è Seçil Uğur Yavuz, da dove viene e cosa fa nella vita per portare in tavola la famosa pagnotta?
Allora, io sono Seçil e sono una designer ma anche ricercatrice e docente; professioni che negli ultimi anni sono legate l’una all’altra. Da qualche anno, insegno e faccio ricerca qui nella facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano. Vengo dalla Turchia, ma tanti anni vivo in Italia, se prima la mia casa era Milano ora, invece, credo di poter chiamare Bolzano casa mia. 

Come nasce il tuo interesse per il design e quali sono i tuoi/la tua formazione? 
Quando ero giovane, il design era per me ancora qualcosa di molto nuovo, specialmente vivendo in una piccola città in Turchia. A scuola mi sono sempre piaciute le materie scientifiche, ma allo stesso tempo mi interessava l’arte e mi piaceva disegnare e per questo era sempre combattuta. Ricordo che un giorno, la mamma di una mia amica, mi disse che ad Istanbul c’era la facoltà di Product Design che coniugava le due discipline. Parliamo degli anni 1997/98: io avevo solo quindici anni e anche se per me internet era ancora una cosa nuova, ricordo di aver cercato subito online più informazioni sull’università; una volta letto il programma me ne innamorai. 
Quando tre anni dopo arrivò il momento di fare la mia scelta, tutti i miei docenti mi consigliavamo di iscrivermi ad ingegneria perché avevo il giusto pensiero analitico, ma io avevo sempre in mente il design. Feci l’esame di ammissione, che all’epoca in Turchia era unificato ed in base al punteggio di poteva scegliere diverse facoltà, e mi iscrissi al Bachelor di Industrial Design. 
All’epoca però in Turchia, la professione del designer era strettamente associata al settore dell’industria. All’università, infatti, noi studenti eravamo costantemente in contatto con piccole e medie imprese per trovare soluzioni innovative ai problemi del settore. Ed ora però lavoro nel campo del social Design, che è un po’ lontano dall’Industrial Design (ride).
Durante gli anni del Bachelor, che in Turchia dura quattro anni, abbiamo seguito diversi progetti all’interno di aziende più o meno grandi ed è qui, con questa esperienza, che ho realizzato di non sentirmi al 100% a mio agio nell’ambiente industriale e che avrei voluto, piuttosto, spostarmi più verso il service design. Il master Product Service e System Design al Politecnico di Milano che, negli anni 2004-2005 era al primo anno accademico, era aperto anche a studenti internazionali. Mi ero già innamorata dell’Italia e sognavo prima o poi di visitarla e quindi, quando scoprii questo Master che il master era offerto in lingua inglese, pensai che faceva proprio al caso mio. 

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[Gli Abiti Parlanti e’ un kit da e-ricamo (ricamo eletronico) per incorporare storie in abiti di seconda mano. I fili conduttivi non sono utilizzati solo per il ricamo ma diventano anche il sensore tattile per far sentire la voce dell’abito che racconta la sua storia]

Come ti sei sentita dopo la Laurea: sapevi già cosa avresti voluto fare? 
No anzi, mi sono trovata un po’ persa… anzi io sono sempre un po’ persa (ride)
Una volta concluso la magistrale al Politecnico sentivo di avevo acquisito maggiore abilità nel progettare non solo prodotti, ma anche sistemi e servizi. Ho fatto anche un stage nel Deep Design studio con Raffaella Mangiarotti, e da lei ho imparato tante cose sul design, ma la cosa più importante che ho capito è che è fondamentale “seguire le passioni”. Proprio questo, mi ha fatto riflettere e scoprire che avrei voluto lavorare con i tessuti. Qui le strada erano due: da un lato la moda e dall’altro qualcosa più legato al prodotto. E così, mi sono trovata ad un altro percorso di  formazione.
Poltrone Frau Group in quel periodo selezionava 15 giovani designer per un periodo tre mesi di training, per poi inserirli nell’organico di una di delle aziende del gruppo come stagisti. Quando scoprii di essere stata selezionata per questo progetto ero molto felice poiché fanno parte del gruppo marchi come Cappellini e Cassina, che conoscevo già prima di arrivare in Italia e con i quali immaginavo di lavorare un giorno. Era davvero un sogno che si realizzava. Qui ho avuto l’opportunità di conoscere tanti giovani designer, tutto molti appassionati come me e arrivati da diversi parti del mondo apposta per questo programma. 
Finiti i tre mesi di training, ci hanno inserito in diverse aziende ed io ho iniziato il mio stage nel Research and Development Department di Cassina, e quindi design di mobili. Passavo molto tempo nell’archivio dei tessuti per scoprire e creare nuove combinazioni e ho anche imparato un po’ a cucire negli atelier dove si realizzano i prototipi. In azienda da un lato ho capito che lavorare con i tessuti era qualcosa mi appassionava molto, ma dall’altro lato ho capito che lavorare in una grande azienda non faceva per me: qui devi essere sempre pronto a trovare soluzioni velocemente perché il mercato stesso è molto veloce e non aspetta nessuno. 
Ho realizzato che mi piaceva di più prendermi il tempo per approfondire, fare ricerca e sperimentare e che la strada per me era necessariamente un dottorato. E così sono tornata al Politecnico di Milano per iniziare il mio dottorato di ricerca su wearable technology, coniugando così due delle mie passioni: tessuti e tecnologia. 

 Da designer a docente: come sei arrivato ad insegnare alla Facoltà di Design e Arti di Bolzano e di cosa ti occupi in facoltà ora? 
Anche questo non lo avevo pianificato. Finito il mio dottorato di ricerca, ho iniziato a lavorare all’interno del Politecnico di Milano su diversi progetti e insegnavo come assistente alla didattica, ma allo stesso tempo cercavo anche un posto che mi desse ancora più libertà nell’approfondire i temi che più mi interessavano. Ho trovato per caso il bando per una posizione di ricercatore nella Facoltà di Design e Arti di Bolzano. Pur non conoscendo Bolzano come città, ho inviato la candidatura e fatto il colloquio che è andato molto bene ed ho iniziato così la nuova avventura. La Facoltà mi ha dato la libertà di realizzare il mio progetto di ricerca e il mio supervisor, Nitzan Cohen, mi ha subito aiutato a capire che tipo di progetto volevo fare e mi ha supportato nel trovare la mia nuova strada: design per e con i bambini. L’esito di questo processo è stato il progetto “Tana – Tangible Narrator”, per il quale ho lavorato insieme ad un gruppo di bambini per progettare nuovi smart object (oggetti intelligenti) partendo dalla loro immaginazione insieme con l’antropologa Roberta Bonetti. Questo progetto poi ha generato come un’onda e ho così continuato a ricercare e progettare sul rapporto tecnologie e bambini. 

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[I materiali del progetto Wearable Play finanziato da Worth]

Com’è l’atmosfera e/o i punti di forza della facoltà? Raccontaci la tua esperienza.
Io ho sempre lavorato ambienti universitari molto grandi, come la stessa Istanbul Technical University, dove studiavo insieme con degli ingegneri e avevo un’altro tipo di mindset, o Il Politecnico che è un vero e proprio gigante sistema multi-disciplinari. Qui a Bolzano, invece, essendo un’università di piccole dimensioni ci sono più opportunità per relazionarsi con gli studenti e colleghi e questo influisce sicuramente sulla qualità del lavoro: si può andare oltre un primo approccio superficiale, e collaborare, ragionare in maniera più profonda e autentica. 
E poi, “Libera Università di Bolzano”: come dice il nome stesso, c’è un po’ di libertà nello sperimentare. Personalmente ho fatto un grande salto da Technical University a Design e Arts: forse è proprio quel “Arts” che mi ha dato più coraggio nell’estendere la mia curiosità e andare oltre i miei limiti. 

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[I vari mock-up per il progetto wearable play, giocattoli interattivi per i bambini.]

Cosa significa insegnare Design oggi?
Il design è in continua evoluzione. Ogni giorno mi alzo mi chiedo come deve essere un designer oggi, e talvolta faccio anche fatica a definirlo io stessa ai miei studenti; e allora proviamo a definirlo insieme, così impariamo insieme e questo per me è anche molto affascinante. 

E invece, domanda delle domande: in quale direzione sta andando il design ora? 
Io ho notato che le persone stanno diventando sempre più consapevoli delle crisi che stiamo vivendo, ma secondo me i designer dovrebbero esserlo ancora di più. Come designer, infatti, dobbiamo essere veramente responsabili nel trovare risposte creative a queste molteplici crisi, ma non stando rinchiusi nei nostri bei studi, ma direttamente sul campo, progettando direttamente con gli altri cittadini di tutte le fasce di età. Capire il problema e risolverlo insieme. Oggi più che nel passato, il designer non deve più avere solo capacità tecniche, ma anche la capacità di relazionarsi con gli altri, imparare ad agire con più empatia. In un certo senso dobbiamo essere dei ‘facilitatori’ di azioni per trovare soluzioni alternative per superare grandi crisi che stiamo vivendo. 

 Quali consigli ti senti di poter dare a un ragazzo che desidera iscriversi ad una facoltà di design o ad un neolaureato in cerca della sua strada? 
Vedendo anche i progetti dei giovani designer della facoltà, tendo ad essere sempre molto positiva. La maggior parte di loro affrontano temi critici che vanno dal sociale all’ambientale, e stanno seguendo le loro passioni e questo è molto importante: se il lavoro diventa anche qualcosa che ti piace, ti appassiona e che ti dia soddisfazione nel poter contribuire alle crisi in cui viviamo. Quindi il consiglio che darai ai giovani in cerca della sua strada è quello di trovare qualcosa “that burns your heart” da abbinare al design e, solo così, troveranno un equilibrio e saranno più sereni. Come ti ho raccontato, io stessa ho sempre cercato di trovare  e dedicarmi alle cose che più mi appassionavano. Si tratta sempre di trovare un equilibrio, quasi come creare una deliziosa zuppa, trovando le dosi giuste per ogni ingredienti; e i nostri ingredienti sono le nostre passioni, le conoscenze e le competenze cambiano e maturano nel tempo. 

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[Wearable Play e’ un giocattolo interattivo per far giocare i bambini in modo più fisico dopo una lunga attività con smartphone]

Situazione Covid-19: Quale ruolo può assumere il design in una situazione di emergenza (sanitaria e non) come quella che abbiamo vissuto e ci troviamo a dover fronteggiare ancora?
Parliamo di un virus che interessa tutto il mondo e quindi occorre trovare soluzioni rapide e modelli fluidi che possano essere applicati in più posti. In questo senso, la prima cosa che mi viene in mente ora, è quella di sfruttare al massimo le risorse dell’open design che rende idee e soluzioni aperte a tutti, ovunque. Dall’emergenza sanitaria al problema ambientale, dobbiamo essere pronti a modificare le nostre abitudini individuali ma prima, occorre modificare anche il nostro ambiente materiale e, ovviamente, il design, l’architettura e molti altri campi devono essere, in quest’ottica, ora più attivi che mai prima. 

Didattica a distanza: come è andata? Pro e contro. 
Personalmente, a parte la paura e l’ansia del primo momento ho avuto un’esperienza molto positiva con la didattica a distanza. Durante il semestre in cui eravamo a casa, ho fatto le mie lezioni al master Eco-social Design online e devo dire che c’era un’atmosfera molto positiva e ci chiedevano sempre come stavamo di salute e quali erano i nostri sentimenti a proposito della situazione di emergenza. Come docente, sentire che – nonostante tutto – i miei studenti avevano ancora voglia di fare e progettare mi ha dato una speranza in più e ho capito che tutte queste lezioni mi aiutavano ad essere più forte. 
L’unico aspetto positivo di questa grande crisi e che ci ha imposto di cambiare il nostro mindset, e ci troviamo davanti a nuova sfide da superare. Altra cosa che come designer ho trovato interessante è il fatto che non dovevamo più trovare un esercizio da risolvere, ma è stato proprio il mondo ad affidarcene uno.

Torniamo al tuo lavoro oltre la facoltà: raccontaci un progetto (o più) di cui sei particolarmente orgoglioso o al quale ti senti particolarmente legato.
Mi piace molto lavorare coi bambini e ci sono due o tre progetti che mi hanno entusiasmato particolarmente, tra cui il progetto “Co-story” che ho condotto insieme all’antropologa Roberta Bonetti. I bambini hanno co-progettato un oggetto intelligente in grado di raccogliere e riprodurre i loro emozioni. La capsula interattiva (Emotion Capsule) è stata utilizzata da 350 bambini in diverse scuole a Firenze, nell’ambito del progetto Sguadri Oltre.
Il progetto è stato rilevante non solo per l’output in sé, ma proprio per questo processo di co-design insieme a questi piccoli designer.

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[Vari prototipi del progetto Co-story. I bambini hanno co-progettato un oggetto intelligente in grado di raccogliere e riprodurre i loro emozioni. La capsula interattiva (Emotion Capsule) è stata utilizzata da 350 bambini in diverse scuole a Firenze, nell'ambito del progetto Sguadri Oltre.]

Siamo quasi alla fine di questa chiacchierata e allora, cosa sa consiglieresti oggi, con il tuo bagaglio di esperienze, alla Secil ventenne?
Ah, interessante questa (ride). Vediamo… io sono sempre stata preoccupata del futuro. E quindi alla Secil ventenne direi “coraggio, stai tranquilla perché troverai la tua strada!” E poi le direi anche di non preoccuparsi, perché continuerà ad imparare nuove cose, collaborerà con tante persone e condividerà le sue conoscenze ma anche tante emozioni; si trasformerà e cambierà continuamente.  Le direi, insomma, di “non resistere al cambiamento e fluisci con esso”.

 Ti lasciamo tornare al tuo lavoro, alla pausa caffè o, perché no, ad annaffiare le piante,ma prima diccci un po’…

Quel libro che non può mancare secondo te nella libreria di un designer o di un creativo 
Direi “Reclaiming Conversation: The Power of Talk in a digital Age” di Sherry Turkle.
Lei è un’autrice che parla di come con la tecnologia abbiamo perso il contatto umano e l’empatia: siamo connessi, ma non facciamo più conversazione. Questo libro, e un po’ tutti i suoi libri, mi offrono sempre interessanti spunti di riflessione su come sono oggi siamo oggi come esseri umani e come possiamo sempre migliorarci per relazionarsi. 

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[Progetto CeyizLab: un film di un artefatto provocatorio-un manifesto tessile- che mette in discussione criticamente un rituale tradizionale – ceyiz - “la dote” in Turchia.]

Almeno due strumenti, attrezzi o cose che non mancano mai nella tua borsa o zaino
Dunque in questi giorni sicuramente nella mia borsa non manca mai il gel igienizzante! E poi porto sempre con me le mie penne muji, il mio notebook e lo smartphone. 

Tre account instagram assolutamente must-follow  
space10
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Photo credits:
1–6 Seçil Uğur Yavuz

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