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June 5, 2020

designers made in BZ 05_Andreas Trenker

Claudia Gelati

Illustratori, designer del prodotto, grafici, social designer, fotografi, esperti di comunicazione… Personalità diversissime tra di loro che oggi ‘fanno cose’ e lavorano nei settori più diversi sparpagliati per tutta lEuropa, con il comune denominatore di aver fatto di Bolzano la propria casa almeno per un periodo, abitando le vie della città, decifrando lo slang locale ma sopratutto progettando e studiando negli atelier e nelle officine della nostra Facoltà di Design e Arti di Unibz. Designers made in Bolzano, appunto. 

Andiamo con ordine: chi è Andreas Trenker, da dove viene (e dove va) e cosa fa oggi nella vita per mettere in tavola la famosa pagnotta? 
Sono nato e cresciuto nelle Dolomiti, in un paesino che si chiama Villabassa. Anche se non vivo più in questa zona, mi fa sempre piacere tornare tra le montagne. Sono un graphic designer e fotografo documentarista e sviluppo progetti visivi per clienti nel campo culturale e commerciale. Oltre a questi lavori commissionati, sviluppo progetti personali nell’ambito dello storytelling e giornalismo visivo che mi hanno portato in varie parti del mondo. Tratto temi socio-politici attuali e provo a rendere accessibili le storie ricercate attraverso narrazioni multimediali. Quindi il mio lavoro coinvolge oltre la comunicazione visiva anche la ricerca sul campo, interviste e visite ad archivi. Durante il semestre invernale lavoro anche come assistente nella didattica presso la facoltà di Design a Bolzano, dove insegno le basi della comunicazione visiva ai nuovi studenti. Per questo motivo continuo a muovermi tra Bolzano e Amsterdam dove mi sono trasferito nel 2017 per frequentare il programma di master presso il Sandberg Institute che ho concluso nel 2019.

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Da ex-studente della facoltà di Design e Arti di casa nostra: come sei approdato a Bolzano e ci sono degli insegnamenti, dei valori o un metodo che hai acquisito in Facoltà e che ancora oggi trovi utili nel tuo lavoro?
 
Sono finito a Bolzano senza veramente pianificarlo. Mi ero candidato ad altre due università all’estero, però dopo gli esami d’ammissione ho realizzato che la facoltà di Design a Bolzano offriva un ambiente molto più stimolante e meno gerarchico delle altre università e quindi ho deciso di iscrivermi all’Unibz. 

Anche se non ho avrei mai pensato di poter considerare Bolzano casa mia, mi sono presto affezionato a questo posto e alla sfera sociale che mi circondava. Però dato che Bolzano rimane per tante persone una zona di transito, ho visto spesso amici cari andarsene via da qui. Quindi più volte anch’io ho preparato le valigie e sono andato altrove. Da quando mi sono trasferito qui nel 2009, si è stabilito un rapporto di amore-odio tra me e la città, che spesso mi spingeva di andarmene ma anche poi a ritornare.

L’esperienza di studiare Design a Bolzano mi ha sicuramente influenzato tanto e ha anche condizionato il mio approccio al design, che poi si è concretizzato anche durante un semestre all’estero a Gerusalemme e durante gli studi in Olanda. L’insegnamento alla Facoltà di Design di Bolzano offre un approccio multi- e interdisciplinare e stimola ognuno a sviluppare un proprio sguardo critico che va ben oltre la bolla del design. Penso che questo sia uno dei punti più forti della facoltà, che è anche riuscita a rinforzare negli ultimi anni. Da quando giro nelle aule non più come studente ma come parte del corpo didattico, ho anche notato quanti passi avanti ha già fatto questa giovane Facoltà rispetto a quando la frequentavo io e grazie all’opportunità di lavorare con gli studenti posso contribuire a questo cambiamento positivo. 

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Con la fine del percorso universitario come ti sei sentito? Sapevi già cosa avresti voluto fare e quali esperienze hai fatto nel mentre? 
Una volta laureato nel 2013 non avevo le idee chiare su cosa fare, ma sapevo che avrei voluto fare delle esperienze lavorative prima di continuare un percorso universitario. Subito dopo la laurea mi sono stati offerti alcuni lavori interessanti e quindi ho deciso di rimanere per un po’ a Bolzano e pian piano ho iniziato a lavorare come libero professionista. Come primo progetto grande ho ridisegnato il logo dell’Università di Bolzano insieme ad altri due ex-studenti. Dopo alcuni mesi a Bolzano mi sono trasferito a Zagabria dove ho lavorato per lo studio Bunch Design — un’esperienza che mi ha fatto crescere tanto.  In quel periodo ho anche iniziato a sviluppare i miei primi progetti di ricerca visiva che mi hanno poi portato a Lampedusa, in Palestina, in Bosnia e più recentemente in Eritrea. Nel 2014 sono tornato a Bolzano e ho iniziato a lavorare come assistente all’insegnamento nella Facoltà di Design, un lavoro che svolgo tutt’ora e che mi stimola molto. È un bel compito seguire gli studenti durante i loro primi mesi e condividere le proprie conoscenze. Parallelamente ho anche lavorato allo studio Lupo&Burtscher, finchè mi sono trasferito ad Amsterdam nel 2017 dove ho seguito il master presso il Sandberg Institute, dove mi sono laureato l’anno scorso.

Dai ora puoi anche dircelo, tanto non ci legge nessuno: cos’è il design per te e qual’è la tua visione, il tuo credo progettuale. 
Bella domanda. Non ho una risposta/definizione soddisfacente e definitiva. Design è un termine molto elastico che si evolve e trasforma insieme alla società, alla tecnologia e alla cultura in cui è inserito. Quindi rifiuto l’idea di una definizione universale del design. Ho sempre trovato fuorviante il discorso su cosa può essere o non può essere il design, e quindi mettere confini precisi e rigidi a un termine così fluido. Non condivido nemmeno il dogma modernista che l’unico scopo del design dovrebbe essere quello di risolvere problemi. Non lo condivido perchè il design ci stimola anche su delle frequenze molto più personali e emotive, ad esempio. 

Penso che ogni progettista sviluppi il proprio approccio e metodo, e nel mio caso ho capito che un metodo di progettazione non-lineare spesso da come esito lavori più interessanti. Un metodo coinvolge anche la sperimentazione e il fallimento; la sperimentazione sicuramente è una variabile importante per il mio lavoro ma devo ammettere che spesso devo sforzarmi di fare quel passo in più nel consentire che da un fallimento possa nascere qualcosa di nuovo.

Personalmente considero il design politico: come progettista devo sempre considerare anche la sfera socio-politica che circonda il mio lavoro e per questo motivo lavoro solo per clienti con cui condivido dei valori. Soprattutto come produttore di immagini contribuisco alla rappresentazione del mondo e perciò penso che si debba essere coscienti delle implicazioni e dei valori che vengono trasmessi con il proprio lavoro.

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Tra i progetti e/o collaborazioni che hai seguito, raccontacene uno che ti sta particolarmente a cuore e che non possiamo non conoscere. Progetti futuri o al quale stai lavorando al momento? 
Uno dei miei progetti preferiti è una serie di poster che ho sviluppato insieme a Laura Quarto per un film festival in Olanda. Era il decimo anniversario e volevamo che la comunicazione del festival facesse riferimento alla sua storia; per questo abbiamo realizzato una serie di nove poster dove ognuno faceva riferimento a uno dei vincitori delle ultime nove edizioni del festival. Per cui, per ognuno di questi short film abbiamo proiettato le sequenze sul viso di un’amica che ci faceva da modella e così veniva a crearsi un dialogo visivo tra il film stesso e il visitatore.

Un’altra collaborazione che mi ha dato tanta soddisfazione è stata la progettazione del libro Essay Book Issue 3, un volume di essay scritti dai tesisti del Sandberg Institute. Si tratta una collaborazione tra me e altri due amici graphic designer (Samuli Saarinen e Sascha Krischock); avendo le stesse competenze ma un approccio diverso, ci siamo spesso trovati a mettere in discussione le nostre convinzioni di graphic design e tipografia. Grazie a questo dialogo continuo e al mettersi in discussione, ne è uscito un libro che senza questo confronto non avrebbe mai preso questa forma finale.

Al momento sto lavorando su un progetto di ricerca visiva che sto sviluppando insieme a Giulia Faccin, per il quale siamo di recente tornati dal nostro viaggio di ricerca in Eritrea, dove abbiamo esplorato le connessioni del passato coloniale italiano e pianifichiamo di trasformare questo materiale in un elaborato multimediale.

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Attualmente stiamo vivendo una situazione molto particolare, che forse mai avremmo pensato di dover fronteggiare
all’alba di nuovo decennio. Una situazione in cui, ci sono lavori più urgenti, più necessari di altri. Come è cambiato il tuo lavoro a causa del Covid19? Pensi che anche il design possa dare un contribuito importante? Se si, quale? 
Il mio lavoro non è cambiato tantissimo; provo a sostenere i miei clienti e collaboratori anche in questo periodo difficile. Ovviamente alcuni progetti sono stati cancellati o posticipati soprattutto nell’ambito culturale, però vedo anche una certa determinazione nell’affrontare questa crisi da chiunque lavora in questo settore e questo mi da fiducia. Una cosa che a me personalmente manca tanto in questo periodo sono i contatti sociali e lo scambio con altri professionisti che stimolano anche il mio processo progettuale.

ll design sicuramente può dare un contributo a migliorare la vita delle persone (non solo nella causa COVID19), ma non penso come disciplina in sé, possa portare ad un cambiamento sostanziale senza il dialogo e la collaborazione con altre discipline. Tra i designer vedo una grande volontà di affrontare problemi del genere, però spesso questi tentativi prendono forma dentro un vacuum autoreferenziale che non considera la complessità del problema e che richiede necessariamente una stretta collaborazione con altri esperti.

Però nelle ultime settimane ho visto anche tante iniziative di grafici, artisti, illustratori e fotografi che hanno provato a contribuire nel loro piccolo, ad aiutare chi ne aveva bisogno, come ad esempio l’iniziativa peopleathome.com

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Ti lasciamo tornare al tuo lavoro, o a guardare Netflix o magari ad annaffiare le piante, ma prima dicci un po’ …

Quel libro che non può mancare nella libreria di un designer o di un creativo 
About Looking, di John Berger — Libro che consiglierei anche a chi non lavora nell’ambito del design.

 Due strumenti, attrezzi o aggeggi che non possono mai mancare nel tuo astuccio o zaino 
Due penne Muji 0.5, una mia e una probabilmente intascata da qualche amico designer.

Tre account Instagram must-follow: 
Difficile…Ne metto uno utile e due che mi fanno ridere:
– @people__at__home 
– @sadtopographies 
– @humans_of_capitalism

 

Photo credits: Andreas Trenker 

 

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