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October 6, 2020

Fuori: Biennale Gherdëina 2020

Text Allegra Baggio Corradi

Come si fa a proferire parola quando il respiro sta ancora aggregandosi nei polmoni? Come si può parlare di ciò che sta accadendo se non se ne sono ancora vissute le conseguenze? Per farlo bisogna che le voci diventino venti, che i denti si tramutino in montagne, che il corpo si faccia pubblico. Mente, mano, mondo finché il fuori non prevale sul dentro. Biennale Gherdëina 2020 non solo sta, ma è forbitamente fuori: fuori tema, fuori luogo, fuori, fuori, fuori. E per questo è futuribile.

Fuori tema

a breath? a name? the ways of worldmaking. Ricalcando il verso di un componimento di Paul Celan, ma omettendo le maiuscole in uno slancio fra l’oulipiano e il rizomatico, il percorso espositivo di Biennale Gherdëina si sviluppa lungo l’asse teorico che pone fine alla trilogia sulla politica dell’appartenenza curata da Adam Budak a partire dal 2016. Rispetto alle precedenti due edizioni, la settima è stata costretta a confrontarsi con un mondo per la prima volta uniforme, non perché globalizzato oppure stanco della diversità, ma perché tenuto in scacco da un batterio tiranno. Le poche differenze che fino a poc’anzi erano causa di insofferenza e la cui persistenza, tuttavia, alimentava un pensiero critico fruttifero, inavvertitamente e soprattutto indipendentemente dall’arte, si sono dissolte, dimostrando tutta la portata dell’impotenza umana di fronte alla storia. La fragilità e se vogliamo anche l’inutilità di ogni tentativo di elevare la cultura a palliativo di tutti i mali si è palesata, per la gioia di chi ha sempre vissuto il postmoderno come un pleonasmo, per mancanza di apertura o per una troppo sofisticatamente aulica apertura verso la mancanza. 

Biennale Gherdeina 7E poi accade la Biennale Gherdëina 2020. Rinnovando la sua contemporaneità non solo tramite le opere esposte, ma soprattutto attraverso la lungimiranza del suo cono ottico, la manifestazione ha saputo ostracizzare l’ovvio, riuscendo, forse inconsapevolmente, ad evitare di incagliarsi nelle secche della banalità, del commento e della nota a pié di pagina. Alla Biennale il fuori ha prevalso sul dentro, consentendo per una volta alla storia di parlare di sé piuttosto che all’uomo-artista di restituirne, decostruirne e teorizzarne una sua personale versione. I concetti ai quali il titolo dell’evento fa riferimento, ovvero il nominare e il respirare, fungono da lenti di un occhiale multifocale, capace di bilanciare i difetti visivi di chi li indossa. Allo strabico forniscono simultaneità. Al miope donano profondità. Al presbite regalano immediatezza. Al cieco aprono gli occhi. Assegnare un nome a una cosa è tanto una facoltà della ragione quanto il frutto di convenzioni sociali. Respirare è un atto involontario, ma anche una volizione vitale. Entrambe rappresentano una momentanea tregua da una lotta: quella della mente che vuole occupare il mondo e quella del mondo che preoccupa volontariamente la mente. Alla Biennale, il respiro e il nome sono stati protagonisti di un evento talmente acuto nella sua capacità di cogliere l’in fieri da risultare fuori tema. Sempre sia lodato l’imprevisto, se tale è stato.

Fuori luogo

In linea con l’impostazione dei precedenti anni, anche per la settima edizione la Biennale si è dimostrata coerente nell’esposizione diffusa di opere dislocate negli spazi pubblici del centro di Ortisei. Molti lavori sono nuove produzioni realizzate con il supporto della Biennale stessa, come ad esempio, l’opera scultorea della canadese Myfanwy MacLeod e quella dello svizzero Hans Josephsohn. Oltre ad alcune installazioni site-specific come l’insegna luminosa di Pavel Büchler e il ‘cinema per la costruzione del mondo’ (cinema of worldmaking) di Joseph Dabernig, riempiono gli spazi di suono Disco for One della greca Maria Papadimitrou, intervento dedicato a Giorgio Moroder, e Sound, anch’esso di Büchler. Non poteva svolgersi che fuori la Biennale. Non solo per coerenza o per rispetto delle norme del distanziamento sociale, ma perché essendo il tema delle politiche di appartenenza non inscatolabile, anche la sua esposizione non poteva che essere pubblica. Fuori, dunque, come l’atto del parlare che consente alle parole di uscire. Fuori, come il respiro che abbandona il corpo. Fuori, come la natura in opposizione al circolo chiuso delle gallerie e dei musei. Fuori luogo perché ha saputo lasciare che fosse il contesto a prevalere sul testo. Sempre sia lodata la rivoluzione copernicana, se di questa si è trattata.

Biennale Gherdeina 7Fuori, fuori, fuori

Per comprendere quanto Biennale Gherdëina 2020 sia fuori bisogna guardare all’atto politico fattosi carne che porta il nome di Marcello Martello Maloberti. I suoi Scritti Fighi sono diventati una seconda pelle temporanea per cassette delle lettere, borsette di tela, pareti, finestre e corpi che danno voce ad un flusso di coscienza robotico e rubato in italiano, inglese, ladino e tedesco. Scritte in feltro nero su carta bianca accuratamente infighettati tramite una collaborazione grafica, le marcellate sono state elette a slogan colto della Biennale; come fossero coretti nello spirito di Elio e le Storie Tese, ma recitati alla manieradi Carmelo Bene e interpretati con lo stesso rossore del Pontormo visto da Pasolini. Maloberti, l’artista extracomunitario che alimenta la sua adrenalina sorseggiando aranciata araba per andare contro anche ai curatori di Artissima, è atterrato a Ortisei come un UFO. Il suo statement politico non sono state le martellate date alla Biennale, ma l’essere di Casalpusterlengo. La sua poesia non è stata quella degli scritti fighi, ma le risposte date al pubblico al termine del suo monologo nella Sala Trenker. “Ma lei non incita i ragazzi alla violenza chiedendo loro di ritagliare le immagini di opere rinascimentali da cataloghi d’arte costosissimi? E poi perché sprecare tutta quella carta! Ma non si vergogna?!?”, chiede un membro del pubblico. Smorfia di Maloberti. “Ma no, c’è tutto Fluxus in quella wroba lì”. L’aria si riempie di tutta la delusione del prof che capisce di aver fallito nella sua missione profetica. La speranza si riaccende. “Ci sono domande?”, chiede Marcello. Silenzio martellante. 

Biennale Gherdeina 7È per questo che Biennale Gherdëina 2020 è fuori tema, fuori luogo, fuori, fuori, fuori. Perché è stata capace di trasformare le voci degli artisti in venti, ha consentito che i denti si facessero montagne e che il corpo divenisse pubblico. Come ha ironicamente e sottilmente dimostrato Maloberti con le sue martellate, l’ecologia degli altri è fatta di mondo perciò l’unico intervento artistico necessario per trovare il modo di ri-costruire il mondo è quello che mette in mostra il mondo stesso. In questo caso Ortisei. Perciò, ritornando alla domanda iniziale: “Come si può parlare di ciò che sta accadendo se non se ne sono ancora vissute le conseguenze?” Mostrando il mondo piuttosto che la mente. 

 

Photo Credits 

Marcello Maloberti (from Martellate. Scritti Fighi, 1990-2020. Courtesy of the artist and Galleria Raffaella Cortese, Milan). Biennale Gherdëina 7. Ph. Tiberio Sorvillo
Josef Dabernig, Cinema of Worldmaking, 2020. Installation view at Hotel Ladinia, Ortisei. Biennale Gherdëina 7. Courtesy of the artist. Ph. Tiberio Sorvillo
Henrik Håkansson, A Tree Mirrored (Pinus Cembra), 2020. Installation. Courtesy of the artist and Galleria Franco Noero, Torino. Ph. T. Sorvillo  L. Guadagnini
Marcello Maloberti, LE MONTAGNE SONO I DENTI DI DIO (from Martellate. Scritti Fighi, 1990-2020), 2020. Courtesy of the artist and Galleria Raffaella Cortese, Milan. Ph. Tiberio Sorvillo

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