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December 20, 2018

Verknüpfungszwang #08: Inforcare

Allegra Baggio Corradi

“Das österreichische Wort”. In ihm findet der Leser den unvergänglichen Schatz unserer Dichtung, die von Walther von der Vogelweide durch alle Jahrhunderte bis zu den heute lebenden Staatspreisträgern unseren kulturellen Besitzstand ausmacht.

Erstes Problem: Diese Einleitung stellt den Inhalt des Buches in des Lesers Händen vor, als die kleinere Ausgabe eines größeren Bandes über die österreichischen Literatur.
Zweites Problem: Diese Einleitung vermittelt die Geistesgeschichte des Landes Österreich in einer geordneten Buchreihe.

Dopo aver azzeccagarbugliato tra le righe dell’introduzione, passiamo ai pregi. L’introduzione in questione è reperibile in un piccolo volumetto, ora al secondo piano della biblioteca Warburg, casa della Parola, intitolato Der mit dem einen Auge. Pubblicato dall’Istituto di Cultura Austriaco di Londra, il libro propone un’edizione completa dei componimenti di Oskar von Wolkenstein (ca. 1377–1445). Una breve introduzione biografica precede la traduzione tedesca dei singoli componimenti.

Ich stelle erst jetzt fest, dass das Hauptthema des Buches nicht klar ist. Ich werde nun aber nicht von einem Objekt sprechen, das Informationen über eine Person preisgibt, die ich nicht erwähnen werde. Es wird also wie eine lange Reise mit einem Gefährten, dessen Namen man nicht kennt, dessen Gesicht man nie gesehen und dessen Stimme man nie gehören hat. Geheimnisse wecken die Neugier. Sie regen die Phantasie an. Lasst uns erfinderisch sein.

Torniamo ai problemi iniziali. Primo. Il libro in questione tratta di un autore che NON è austriaco. Secondo. Nonostante il volume si prefigga di ordinare coerentemente la produzione letteraria di un autore, rendevano qualsiasi tentativo di chiarire eventuali dubbi poiché non spiega le ragioni delle proprie scelte editoriali. 1+2=3. Perché? Infine, l’introduzione è una fantasmagoria distorsionistica. Il titolo “Das österreichische Wort” andrebbe rivisto e letto con delle lenti speciali che individuano le imprecisioni storiche, i ghiribizzi, la smania degli attribuzionistuccoli e i pregiudizi pecoroni.

An diesem Punkt werdet ihr euch fragen, wovon ich hier schwärme? Eifre ich denselben unnützen Schwadronierereien jener Autoren nach, die ich so kräftig kritisiere? Ärgere ich euch vielleicht, damit ihr endlich aufhört auf den Bildschirm zu starren? Versuche ich euch niederzuwerfen? Ihr habt die Wahl. Die Wahrheit lebt in jedem von uns. Sie ist auf unsere Dispositionen und unsere Fähigkeit gebaut, die Welt zu interpretieren.

Senza aggiungere altro giungo alla conclusione di questa compulsione, per lasciare al prossimo articolo l’onere di spiegare davvero di cosa io stia parlando. Prima alcuni appunti, però. Il libro che abbiamo pseudoconsultato oggi ci insegna che non tutto ciò che viene pubblicato è credibile e di conseguenza che la conoscenza in formato digitale non è sempre meno affidabile della controparte stampata. Emerge, poi, la meravigliosa perspicacia della biblioteca Warburg (secondo voi, una biblioteca pensa? Me lo domando spesso…), in cui sono rappresentati tutti i livelli del sapere, perfino le bugie. Al Warburg non esistono libri più o meno degni di essere letti o pubblicati. Conta solo la loro esistenza. Il fatto che un libro esista significa che c’è stato qualcuno che ha ritenuto opportuno si pubblicasse. La ragione di questa decisione e le conseguenze che essa ha creato hanno un valore storico ed è in nome di questo che siedono sugli scaffali dei cinque popolatissimi piani di Woburn Square. Se un libro è menzognero, o meglio impreciso, c’è sicuramente un motivo. Negligenza, pigrizia, imprecisione o semplicemente mancanza di fonti. Sono tutte possibili spiegazioni. Al Warburg è il lettore che dà forma alla storia, non i libri. E’ lui a doversi accorgere delle imprecisioni perché la risposta corretta, si trova magari altrove, in un volume poco distante o magari, ad un altro piano. E’ alla fonte che bisogna abbeverarsi. Lo scetticismo alle volte è saggio. La storia si costruisce a partire dalle (sue) imprecisioni. I difetti generano conoscenza.

Domanda per mettere a fuoco la questione. Sarebbe un bene inventare degli occhiali capaci di segnalare errori e imprecisioni durante la lettura? Secondo la mia umilissima opinione no perché correggerebbero la visione sfocata della realtà che è propria dell’uomo. Inforcare l’errore sarebbe un orrore. Siete d’accordo?

Alla prossima connessione! Alla prossima compulsione! La conclusione.

  

Immagine: Allegra Baggio Corradi/franzmagazine

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