Contemporary Culture in the Alps
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Fotografare le Alpi

Architetture umane tra le ombre delle cime

Fotografare le Alpi #28. Intervista ad Andreas Bertagnoll

27.02.2026
Silvia M. C. Senette

© Andreas Bertagnoll

Esiste un’identità sospesa, un confine sottile che non divide solo territori ma sentimenti e appartenenze. Andreas Bertagnoll, quarantasette anni, fotografo di Caldaro con un’anima divisa a metà tra i meleti della Bassa Atesina e il fermento metropolitano, incarna perfettamente la dualità altoatesina. Dopo gli studi in photo design all’Istituto Europeo di Design di Milano, conclusi nel 2004, è tornato alle radici per gestire l’azienda agricola di famiglia trasformando il ritmo lento della terra in una ricerca visiva che dura da vent’anni. Il suo sguardo non è mai retorico o celebrativo: indaga la situazione interetnica, il quotidiano e l’imperfetto. Con una ventina di mostre alle spalle e collaborazioni nate nello spirito dell’Euregio, Bertagnoll ha saputo guardare la sua terra con il distacco necessario di chi ha vissuto altrove, assorbendo la lezione di maestri come Silvio Wolf, Jürgen Teller e Martin Parr. Che si tratti di documentare la scena skate in Alto Adige o di ritrarre la stanchezza di un padre, la sua fotografia è un esercizio di sottrazione; un minimalismo denso di significati condensato in "Wir - Noi" in cui la figura umana e il paesaggio alpino si compenetrano in un equilibrio silenzioso. Oggi vive a Ora, tra la cura della vigna e la direzione artistica di progetti giovanili, continuando a scattare quella "frazione di secondo" in cui la vita accade senza mettersi in posa.

© Andreas Bertagnoll

Andreas, come nasce questo progetto fotografico?
Il progetto "Wir - Noi" è nato da una domanda che continuavo a sentire quando mi sono trasferito a Milano: tutti mi chiedevano se mi sentissi più italiano o tedesco. Non sapevo cosa rispondere. Quella confusione identitaria è diventata la mia tesi di laurea e, in fondo, una ricerca che porto avanti ancora oggi. Ho iniziato a scattare ovunque, in tutto l’Alto Adige, senza pormi alcun limite geografico o sociale. Avevo l’ambizione, forse un po’ folle, di ottenere un’inquadratura a trecentosessanta gradi sulla nostra realtà: passavo dai rave alle feste popolari, dalle banche ai circoli punk, dai ragazzi di destra alla scena artistica. Volevo includere tutto, senza pregiudizi. È stata un’indagine durata quasi vent’anni, culminata nella pubblicazione del libro nel 2013 in cui ho condensato questa pluralità in quarantacinque immagini rappresentative di una terra che ancora oggi, tra canederli e cartoline, cerca di definire se stessa.

© Andreas Bertagnoll

Come si declina il tuo progetto alpino?
Si è evoluto nel tempo attraverso l’uso di ottiche diverse, dai teleobiettivi ai grandangolari, ma il cuore della mia narrazione è sempre rimasto lo stesso: un approccio quasi teatrale. Quello che cerco davvero è il "momento tra i momenti", quegli istanti fuggenti e quotidiani che nessun altro penserebbe di fotografare. Non mi interessa il culmine dell’evento, il salto dello skater o il brindisi della festa; cerco il dietro le quinte, il momento di fiacca, la pausa tra una scena e l’altra. Mi affascina il carabiniere che si gratta la testa o l’attimo in cui un ragazzo si allaccia una scarpa. È lì che trovo la verità.

Quali le due immagini più “estreme”, i due poli agli antipodi che lo racchiudono?
Sono due scatti molto distanti per atmosfera. Il primo è un ritratto di mio padre: appare stanco, segnato dal tempo e alle sue spalle svetta il Latemar. Sembra quasi che porti l’intero peso della montagna sulle spalle. Per me ha un valore simbolico immenso; lui era del 1932, aveva vissuto la guerra da bambino e portava dentro di sé tutta la fatica e la complessità della nostra storia interetnica. È un’immagine autunnale, carica di passato e tradizione. All’opposto c’è la foto di una coppia che si bacia dietro un vetro durante una festa trasgressiva in Val d’Ega: uno scatto leggero, che parla di giovinezza, di gioia e di un futuro tutto da scrivere. Sono i due volti dell’Alto Adige: uno radicato nella fatica della terra e l’altro che si lascia andare alla vita. Entrambi colti in un attimo sfuggente, quello che gli altri solitamente non vedono.

© Andreas Bertagnoll
© Andreas Bertagnoll

Cosa rende riconoscibile il tuo stile fotografico?
Un caro amico dice spesso che nelle mie foto c’è sempre una figura in primo piano e uno sfondo che aiuta a descriverla: uso le persone per raccontare ciò che mi sta a cuore, lasciando che il Lago di Caldaro o le Dolomiti diano informazioni aggiuntive. Senz’altro riconosco la mia attitudine a fermare l’impercettibile, ma sempre all’interno di una cornice grafica molto rigorosa. Quando metto a fuoco le montagne sento il bisogno di una pulizia visiva estrema: cerco linee chiare, ordinate, un’essenzialità che sconfina nel minimalismo. Se in un’inquadratura c’è qualcosa che non c’entra o che sporca il messaggio, la tolgo. Voglio che l’immagine sia leggibile e ordinata affinché la complessità del momento catturato possa emergere senza distrazioni tecniche inutili.

© Andreas Bertagnoll

Come nasce il desiderio di indagare le Alpi?
Le Alpi sono una forza che ci ha influenzato e continua a influenzarci profondamente, non solo un fondale, e mi sembrava essenziale indagare l’ambiente che ci circonda per capire meglio noi stessi. Con le mie foto vorrei portare le persone a vedere la bellezza e la ricchezza di questo territorio, ma anche a riflettere sui limiti che le montagne ci pongono. Le cime sono splendide, ma a volte chiudono l’orizzonte, non permettono allo sguardo di correre all’infinito come succede al mare. In questo senso la montagna è una sfida: se vuoi vedere oltre non puoi restare a guardarla dal basso, devi scalarla per guadagnarti un panorama più ampio.

Riconosci un’evoluzione nei tuoi scatti alpini?
Dal punto di vista formale sono rimasto fedele a quel "filo rosso" di pulizia e ordine grafico che mi accompagna dal primo scatto. Però, a quarantasette anni, sento di essere diventato un fotografo diverso, forse più paziente e consapevole. Da giovane scattavo d’istinto, come un pazzo, inseguendo un’innocenza rivoluzionaria che a volte portava a foto sfocate ma bellissime nella loro spontaneità. Oggi ho una padronanza tecnica superiore, ma cerco ancora di preservare quell’istinto. Spesso scatto senza pensare troppo, rimandando la riflessione al momento dell’editing, a casa. Voglio capire cosa accade fuori dalla mia anima in quel preciso istante, evitando che il pensiero razionale renda la foto troppo programmata o poco sincera.

© Andreas Bertagnoll

Con quale approccio hai scelto di immortalare l’arco alpino?
Il mio è un approccio estetico e, allo stesso tempo, profondamente umile. Credo che la montagna sia molto più importante del mio ego di fotografo. Non voglio che si veda "la mano" dell’artista, non cerco l’autocelebrazione; vorrei che lo sguardo di chi osserva andasse dritto al soggetto. C’è una componente documentaristica nel mio modo di fotografare le Alpi, ma è sempre filtrata da una mia idea di estetica molto precisa. La montagna merita rispetto, e questo si traduce in una fotografia che non vuole sopraffare la natura ma assecondarla.

Cosa hai scoperto in questa tua indagine fotografica?
Ho scoperto che la distanza è uno strumento di conoscenza straordinario. Vivendo a Milano ho iniziato a vedere meglio me stesso e il contesto da cui provenivo. Mi mancavano i meleti, il lavoro fisico nelle campagne, l’aria pulita; mi mancava quella fatica che a Milano era sostituita da infiammazioni respiratorie e smog. Allo stesso modo, però, ora che sono qui mi manca la Milano delle mostre, del caos, del panificio sotto casa e del gelato preso guardando le macchine passare. Tramite la fotografia ho capito le differenze geografiche ed estetiche tra questi due mondi, scoprendo che la nostalgia è spesso legata a momenti che non esistono più. La Milano che ho amato io, oggi è diversa e forse non avrebbe senso tornarci; ma averla fotografata mi ha aiutato a capire chi sono e dove voglio andare.

© Andreas Bertagnoll

Com’è oggi il tuo rapporto con la montagna?

Rispetto a qualche anno fa è un rapporto un po’ più superficiale, mediato dalla presenza di mio figlio: non faccio più le grandi cime in successione o le camminate estreme, preferisco una gita al lago o una passeggiata più dolce. Spero però di trasmettergli presto il fascino per le vette. Nonostante mi si possa definire un montanaro, io mi sento un po’ un "beach boy" di montagna: il mio punto di riferimento è sempre stato il Lago di Caldaro, l’acqua. Il mio sguardo sulle Alpi è quello di chi le osserva dai centoventi metri di altitudine di Ora o San Giuseppe al Lago; le vedo da lontano, limitano il mio sguardo, ma non ci vivo dentro. È un legame fatto di ammirazione e rispetto, ma senza quella simbiosi fisica viscerale di chi è nato tra i picchi della Val Gardena o di Sarentino.

Quale consideri il tuo scatto migliore?
C’è una foto di mia nipote Theresia, scattata quando aveva circa dodici anni, a cui sono molto legato. È un’immagine colta "tra un momento e l’altro": lei sta passando davanti alla camera in modo fluido, tra i vigneti d’inverno, senza foglie. È uno scatto istantaneo, non in posa, dove cade letteralmente dentro l’inquadratura. Sullo sfondo ci sono le viti e le montagne lontane, ma è la sua espressione sfuggente a dare senso a tutto. Amo quando l’osservatore, guardando una mia foto, si pone delle domande invece di trovare risposte facili. Se la foto non fa nascere il dubbio "perché l'ha scattata?", per me è banale.

© Andreas Bertagnoll

Senti il desiderio di catturare un’immagine ancora mai scattata?
L’Islanda è il sogno che porto dentro da quando ero bambino. Una volta ho prenotato il volo e ho dovuto disdire all’ultimo, ma so che ci andrò. Non mi attira solo la natura selvaggia, i vulcani o le montagne; quello che vorrei fare è giocare di nuovo con il mio schema preferito: un soggetto umano in primo piano, magari mio figlio o la mia compagna, e la potenza primordiale della natura islandese sullo sfondo. Questo gioco di contrasti tra l’essere umano e l’ambiente è ciò che più mi stimola e spero di realizzarlo quest'anno.

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