Alla Galleria Civica di Trento una mostra che intreccia opere storiche e nuove produzioni per interrogare spopolamento, migrazioni e memoria attraverso la materia.

Veduta della mostra: Pietre di pane. Memorie di geografie fragili, 2026, © Mart Rovereto/Edoardo Meneghini
Il pane – bisognerebbe dire i pani – ha i suoi paesaggi, i suoi archivi, i suoi mulini, le sue storie, le sue leggende, i suoi santi e i suoi ingredienti, i suoi miti, le sue memorie, il suo folklore e i suoi musei, e tuttavia resta in larga parte da scrivere un grande romanzo del pane.
C'è una domanda che accompagna visitatrici e visitatori ancora prima di entrare nelle sale della Galleria Civica di Trento: che relazione può esserci tra il pane e le pietre? È da questo interrogativo che prende il titolo “Pietre di pane. Memorie di geografie fragili”, la mostra del Mart curata da Giulia Colletti e Gabriele Lorenzoni, visitabile fino al 15 novembre. La pietra non è soltanto un elemento del paesaggio: conserva tracce di lavoro, memoria, conflitti e trasformazioni. Il pane, invece, richiama ciò che un territorio continua a generare, nutrire e condividere. Tra questi due poli si snoda un percorso che intreccia opere storiche, nuove produzioni e interventi site-specific, mettendo in dialogo luoghi lontani attraverso le storie custodite nei loro materiali.
La mostra nasce come naturale evoluzione di “Paesi perduti”, il progetto con cui nel 2022 il Mart aveva indagato, attraverso la fotografia, lo spopolamento delle aree interne italiane. “Se allora utilizzavamo lo strumento fotografico per dare una visione del tema”, racconta Gabriele Lorenzoni, “questa volta abbiamo scelto i linguaggi dell'arte contemporanea per allargare lo sguardo e capire cosa c'è dietro fenomeni come lo spopolamento, le migrazioni, il rapporto tra grandi città e periferie, mantenendo sempre un'attenzione particolare alle terre alte”.

Lo sguardo, però, si allarga ben oltre l'arco alpino. Dalla Sardegna al Ruanda, dalla Bosnia ed Erzegovina all'Ucraina, passando per Bangladesh, Corea del Sud e Guatemala, le opere raccontano geografie diverse accomunate dalle stesse domande: che cosa resta di un luogo quando cambia? Come si continua ad abitarlo? In che modo la materia conserva le tracce di chi quel luogo lo ha vissuto, attraversato o trasformato? Le risposte non arrivano attraverso spiegazioni teoriche, ma dalle opere stesse. Pane, pietra, terra, caffè e porfido diventano così strumenti per leggere il presente. A tenere insieme queste ricerche è una mappa interpretativa costruita attorno a quattro nuclei (latenze, attriti, derive e riattivazioni) che non coincidono con sezioni espositive, ma suggeriscono possibili chiavi di lettura e lasciano emergere le risonanze tra opere, territori e storie.

L'ingresso in mostra è affidato a Maria Lai. Nel video che la ritrae mentre legge “Cuore mio” di Salvatore Cambosu, il pane diventa gesto quotidiano, racconto e memoria condivisa. Accanto, la documentazione de “Il muro cucito” restituisce uno dei gesti più emblematici della sua ricerca: una ferita che non viene nascosta, ma ricucita, trasformando una frattura in possibilità di relazione. Il pane smette così di essere soltanto nutrimento e la pietra soltanto materia: entrambi diventano archivi di esperienze, capaci di custodire il lavoro, la cura e le trasformazioni di una comunità.
Lo stesso pane assume un significato completamente diverso nelle opere di Mladen Stilinović, esposte al piano interrato. In “For Marie Antoinette '68” alcune pagnotte racchiudono blocchi di porfido, evocando i sanpietrini divelti durante le proteste del Sessantotto jugoslavo contro la tassazione dei libri. “Il pane assume la forma di un oggetto politico”, osserva Gabriele Lorenzoni, “parla della distanza tra il potere e i bisogni reali delle persone”. Ciò che dovrebbe nutrire diventa improvvisamente duro, inaccessibile, simbolo della protesta, restituendo con un'immagine essenziale il peso delle disuguaglianze e delle tensioni sociali.

Il percorso cambia ancora prospettiva con la nuova produzione realizzata da Francis Offman. L'artista ruandese, che da anni lavora con fondi di caffè, juta e materiali di recupero, mette in dialogo il proprio paese d'origine con la Val di Non. Il caffè richiama le eredità del colonialismo e le rotte commerciali che hanno segnato la storia africana; la terra trentina rimanda invece ai lavoratori stagionali che ogni anno arrivano per la raccolta delle mele. “Quando ho parlato con Francis”, racconta Giulia Colletti, “gli ho proposto di partire proprio dalla terra del luogo che ci ospitava.” Non è il Ruanda a essere messo a confronto con la Val di Non, ma due territori che, attraverso la materia e il lavoro, rivelano questioni comuni.
È proprio la materia a diventare la chiave di lettura dell'intera mostra. “Mi interessa sempre rintracciare la materia che ci sta dietro”, spiega Colletti. “Perché quello che facciamo nelle mostre sono esperienze incarnate”. Terra, pane, pietra, caffè e porfido smettono così di essere semplici elementi naturali e diventano tracce di migrazioni, colonialismo, appartenenza, lavoro e memoria.

Anche Richard Long affida alla pietra il proprio racconto. In “Trento Ellipse”, realizzata con blocchi di porfido della Valle di Cembra, il gesto del camminare si intreccia a una riflessione sul paesaggio trasformato dall'estrazione. “Come vengono estratte le risorse dal territorio? E cosa resta dopo? Quei luoghi sono ancora abitabili?”, si chiedono i curatori. Il porfido diventa così la traccia di un equilibrio fragile tra natura, lavoro e sfruttamento.
In “Pietre di pane” la materia non è un semplice mezzo espressivo, ma il vero linguaggio della mostra. Più che raccontare luoghi fragili, il percorso invita a riflettere sul nostro modo di abitarli. Le opere non evocano mondi perduti da rimpiangere, ma interrogano le trasformazioni che attraversano i territori. È in questa prospettiva che il pensiero di Vito Teti diventa una delle chiavi di lettura del percorso. Al centro della sua riflessione c'è la “restanza”: non il semplice restare, ma la scelta di continuare ad abitare luoghi attraversati da cambiamenti profondi, riconoscendone le ferite e immaginando nuove possibilità di relazione. Giulia Colletti mette questa idea in dialogo con il pensiero della filosofa Donna Haraway e con quella che definisce un'“ecologia della permanenza”. “Mi sono resa conto”, racconta, “che tantissimi pensatori toccavano lo stesso principio: evitare ogni forma di escapismo e lavorare invece su quelli che io chiamo territori feriti”. Da qui nasce la volontà di “scavare nelle latenze, negli attriti, ragionare sul presente e non proiettare tutto nel futuro”.

Questa prospettiva attraversa anche le fotografie di Camilla de Maffei dedicate alla Bosnia ed Erzegovina, il progetto “Crolla la diga. Le voci si contraddicono” di Marina Caneve, che interroga la memoria del Vajont, “Fiato! Pause nei canti delle miniere di Dossena” di giulia deval, nato dalle memorie vocali del lavoro in miniera, “Body Alerts” di Eunhee Lee, che mette in relazione le malattie della rivoluzione industriale con quelle prodotte dalle infrastrutture tecnologiche contemporanee, e la serie “PALIANYTSYA” di Zhanna Kadyrova, in cui ciottoli di fiume vengono scolpiti fino a diventare pagnotte di pane durante l'esilio dell'artista nei Carpazi dopo l'invasione russa dell'Ucraina. Opere diverse per linguaggi e provenienze, accomunate dalla capacità di leggere il presente attraverso le tracce che la storia lascia nei corpi, nei materiali e nei paesaggi.

Il progetto si estende oltre gli spazi della Galleria Civica attraverso un articolato public program con incontri, passeggiate, laboratori e interventi di arte pubblica pensati per attivare un dialogo con la cittadinanza. Un coinvolgimento inaugurato dalla riattivazione di “For Marie Antoinette '68” di Mladen Stilinović, curata da Branka Stipančić, vedova dell'artista. L'installazione, nata nel contesto delle manifestazioni di protesta di Zagabria del 1998 e realizzata ogni volta con pani locali, denuncia la distanza tra il potere e i bisogni reali trasformando il pane in un simbolo, insieme concreto e metaforico, di resistenza. “Ci interessava”, spiega Lorenzoni, “che la mostra non si esaurisse nelle sale espositive, ma diventasse un'occasione per mettere in relazione saperi ed esperienze diverse”.

Alla fine del percorso, la domanda iniziale risuona con un significato diverso: che relazione può esserci quindi tra il pane e le pietre? Le opere, come anticipato, non offrono una risposta definitiva, ma invitano a osservare la materia con uno sguardo diverso, come un archivio di relazioni, lavoro e memoria. Uno sguardo che, nelle parole di Giulia Colletti, nasce proprio dal desiderio di “capire quali siano le latenze del presente, come il futuro produca già oggi i suoi residui”.