Contemporary Culture in the Alps
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Performing Arts

Kat Válastur. Quando il corpo ricorda l’origine del mondo

Tra miti della creazione, argilla e tempo ciclico, la coreografa greca racconta “MoonJar”, la performance che inaugura l’estate di Centrale Fies insieme ad Aho Ssan

14.07.2026
Stefania Santoni

MoonJar © MayraWallraff

È arrivato quel momento dell’anno. Centrale Fies – il mio posto del cuore – apre le sue porte.

Dal 16 al 26 luglio 2026 l’ex centrale idroelettrica di Dro torna a trasformarsi in uno dei luoghi più vitali della ricerca performativa contemporanea. Per dieci giorni mostre, performance, lecture, pratiche di ricerca, dispositivi partecipativi e momenti conviviali restituiscono al pubblico gli esiti di un anno di lavoro, dando forma a un paesaggio culturale eterogeneo e in continua trasformazione.

L’estate di Centrale Fies si articola attraverso tre grandi capitoli – LIVE WORKS SUMMIT, The Sparks Return e LOVE IS POLITICAL – confermando ancora una volta la capacità di questo luogo di intrecciare sperimentazione artistica, ricerca curatoriale e riflessione politica. Ad aprire la programmazione sarà LIVE WORKS SUMMIT (16–19 luglio), momento culminante del percorso annuale di Live Works, una delle piattaforme italiane più longeve dedicate alla performance contemporanea che sostiene artisti e artiste emergenti attraverso un approccio curatoriale decoloniale e una rete internazionale di istituzioni e festival.

Giovedì 16 luglio inaugurerà anche la mostra personale di Monia Ben Hamouda curata da Simone Frangi e Barbara Boninsegna. Ad accompagnarne l’apertura sarà MoonJar, la nuova performance della coreografa greca Kat Válastur insieme al compositore e sound designer Aho Ssan: un’interazione poetica tra suono, corpo e materia che prende avvio dagli antichi miti della creazione.

L’argilla è forse la prima materia dell’immaginario umano. È terra impastata con l’acqua, ma è anche grembo, memoria, possibilità. Nelle cosmogonie di culture lontanissime tra loro, l’essere umano nasce proprio da questa sostanza primordiale, modellata dalle mani di una divinità o della Terra stessa. È una materia che conserva l’impronta di chi la tocca, che trattiene il gesto e il tempo, che custodisce il passaggio dalla potenza alla forma.

È da qui che prende avvio anche MoonJar. Válastur e Aho Ssan trasformano lo spazio in un vaso magico, un recipiente risonante nel quale prende forma un rituale di rinnovamento. Le opere in ceramica dell’artista Latika Nehra evocano reliquie, ossa, frammenti di un’origine remota; la coreografia entra in dialogo con questi oggetti e con i suoni che essi generano, mentre i movimenti spiraliformi della performer richiamano insieme i cicli della Luna e la struttura elicoidale del DNA. Tutto sembra suggerire che la creazione non sia un evento concluso, ma un processo continuo che attraversa la materia, il corpo e la memoria.

Da anni Kat Válastur costruisce la propria ricerca attorno a ciò che resta: frammenti arcaici, rituali, miti, memorie del Mediterraneo che non vengono mai recuperati con nostalgia, né trasformati in oggetti etnografici. Diventano, piuttosto, materiali vivi, capaci di generare nuovi mondi a partire dalle rovine di quello presente. Attraverso il ritmo, il movimento, la voce e il suono, la coreografa immagina ambienti immersivi nei quali l’arcaico e il contemporaneo convivono, mettendo in discussione la nostra idea di tempo lineare e invitandoci ad abitare una dimensione più profonda, dove passato e futuro si incontrano nel presente.

Le sue opere si muovono tra coreografia, concerto e rituale. Sono essenziali, quasi primordiali, eppure profondamente contemporanee. Nascono dal desiderio di riparare ciò che è stato ferito, di ricostruire un legame con la materia, con il paesaggio e con quel patrimonio invisibile di simboli che continua a vivere dentro di noi. Più che raccontare un mito, Válastur sembra chiedersi se sia ancora possibile abitarlo.

Ho avuto l’occasione di parlare con Kat Válastur di MoonJar, del rapporto tra corpo e argilla, della danza come pratica rituale, del tempo ciclico e della possibilità che l’arte continui, ancora oggi, a essere uno spazio di trasformazione.

 

MoonJar © MayraWallraff
About the authorStefania Santoni Sono nata nel cuore di una fredda notte di gennaio, tra il bagliore della luna piena e il [...] More
MoonJar nasce dall’incontro tra suono, corpo e materia. L’argilla è uno dei materiali più antichi con cui l’essere umano ha modellato il mondo. Cosa rappresenta per te questa materia? È soltanto un elemento scenico o diventa una sorta di memoria vivente con cui il corpo entra in relazione?
L’argilla è composta principalmente da terra e acqua e, come dici tu, è uno dei materiali fondamentali della creazione. Incarna il rapporto tra la mano e la materia, ed è proprio all’interno di questa relazione che ha inizio l’atto del costruire e, di conseguenza, la creazione come processo in tutte le sue manifestazioni. In MoonJar, l’argilla è al tempo stesso un materiale e una condizione: rappresenta la materia e la vita che essa contiene. L’argilla, o il fango, possiede infatti la qualità dell’abiogenesi cioè la capacità di generare la vita; è una materia viva che racchiude al suo interno organismi viventi. In un certo senso è un grembo. Le sculture realizzate da Latika Nehra custodiscono proprio questa qualità: sono recipienti che funzionano come grembi. È qui che interviene il gesto artistico dando loro una forma che rafforza la dimensione rituale dell’opera. Così, se da un lato le ceramiche diventano parte dello spazio scenico, dall’altro sono permeate di tutti questi elementi. Il mio rapporto con loro, sia sul piano fisico sia su quello coreografico, è proporzionato al loro significato e a ciò che portano con sé: una nuova vita e il suo potenziale, qualunque forma esso possa assumere, indipendentemente dalle circostanze.

 

Nella performance ritornano immagini archetipiche: le ossa, le reliquie, i cicli della Luna, le spirali del DNA, i miti della creazione. Da dove nasce il tuo interesse per queste forme primordiali? Che cosa possono raccontare oggi, in un tempo dominato dalla tecnologia e dalla velocità?
Tutti gli elementi a cui fai riferimento appartengono alla storia dell’umanità. Ogni cultura può avvicinarsi a essi in modo diverso, ma, in un certo senso, sono ciò che tiene insieme le nostre storie e le nostre memorie. Sono primordiali, ma non li considero qualcosa che appartiene esclusivamente al passato, perché non percepisco il tempo come lineare. Comprendo il contesto contemporaneo, il tempo in cui viviamo e la tecnologia: ne faccio parte. Ma la tecnologia, di per sé, non è una novità. Accompagna l’essere umano da sempre e il progresso la trasforma in base alle esigenze di ogni epoca. Posso anche dire che la mia biologia di essere umano è rimasta sostanzialmente la stessa per moltissimo tempo. Tutto ciò che è stato vissuto, creato e inventato su questo pianeta continua a essere trasportato nel tempo attraverso i nostri corpi. Siamo archivi viventi e facciamo parte del passato, così come, in quanto esseri biologici, faremo parte del futuro, a meno che qualcosa non cambi in maniera decisiva. Per me, quindi, il passato e il futuro appartengono entrambi alla storia, e questi due estremi possono incontrarsi nel presente, diventando contemporanei. Naturalmente stiamo parlando di elementi primordiali e non di tendenze simbolich perché questo significherebbe semplicemente tradurre il passato nel presente in modo letterale, e non è ciò che mi interessa. Non mi avvicino a questi elementi con nostalgia. Per me la distanza tra passato e presente non è poi così grande. Si può dire «Nel futuro stavamo meglio»? Io credo di sì. Quello che per me ha senso è utilizzare questo archivio primordiale in modo trasformativo: possiamo servircene per restaurare e creare nuove rovine che custodiscano valori diversi da quelli fondati sul bisogno di potere?

 

MoonJar © MayraWallraff

In MoonJar la coreografia sembra non limitarsi ad accompagnare il suono, ma dialogare con esso come se entrambi appartenessero allo stesso organismo. Com’è nato il lavoro con Aho Ssan e in che modo avete costruito questo linguaggio comune tra musica e movimento?
È nato tutto in modo molto naturale, perché la musica di Aho Ssan e il mio modo di muovermi hanno trovato subito una sintonia. La sua musica è estremamente materica, fatta di texture sonore, ed è proprio questo che mi interessa nel movimento, molto più della forma in sé. Abbiamo iniziato a lavorare insieme nel 2024, in occasione del mio progetto solista Dive into You, e abbiamo poi proseguito con MoonJar, dedicando più tempo alla creazione attraverso un processo realmente collaborativo nel quale entrambi abbiamo avuto la libertà di sperimentare con i nostri materiali. Ciò che rende questo progetto particolare è che la musica e la materialità di elementi come la ceramica e il metallo hanno dato origine a una risonanza, un aspetto che attraversa profondamente il mio lavoro. Abbiamo condiviso questa ricerca con Aho, ma anche con Sam Slater e Jakob Vasak che hanno realizzato uno strumento metallico capace di risuonare e di entrare a far parte della composizione musicale rendendola estremamente fisica. Credo che la coesistenza di tutti questi diversi elementi sonori dia vita a un organismo, a un corpo: il suo sangue ha un suono, le sue ossa un altro, la sua pelle un altro ancora. Ogni sua parte possiede una propria voce, ma tutte insieme appartengono a un unico corpo. Un processo di questo tipo porta con sé anche un’ampiezza e una complessità di pensiero che, a mio avviso, permettono alla performance di espandersi oltre la semplice dimensione dello spettatore, trasformandosi in un’esperienza da vivere più che da osservare.

 

MoonJar © MayraWallraff

I tuoi movimenti circolari evocano il tempo ciclico, molto diverso da quello lineare a cui siamo abituati. Credi che la danza possa aiutarci a recuperare un’altra percezione del tempo, più vicina ai ritmi del corpo e della natura?
È interessante il fatto che torniamo sul tema del tempo. Una parte fondamentale del mio processo consiste nel permettere al mio corpo e, in fondo, alla mia coscienza di esplorare come il tempo possa essere creato all'interno di una pratica rituale della danza. Parlo di pratica rituale perché il mio lavoro attinge agli elementi fondamentali del rito: la circolarità e la trasformazione. È attraverso questi elementi che prende forma una particolare esperienza del tempo. Si tratta di una scelta consapevole, perché, come dicevo, considero la percezione lineare del tempo profondamente legata a una logica capitalistica. Pensare soltanto all’interno di una determinata cornice culturale e delle sue tendenze del momento mi allontana da una connessione più profonda con l’ecosistema di cui faccio parte. E, all’interno di quell'ecosistema, il tempo non è definito soltanto dagli esseri umani. L’opera stessa è un processo che coinvolge materiali, paesaggi e suoni, tutti portatori di schemi, forze naturali e processi propri. Quando lavoro cerco di rimanere consapevole di tutti questi elementi, creando uno spazio di riflessione che permetta a queste forze e a questi impulsi – che non sono esclusivamente umani – di manifestarsi attraverso il mio corpo e il mio movimento, fino a diventare parte della coreografia. In MoonJar, per esempio, oltre alla materia in sé, il ciclo lunare rappresentava un grande movimento interno all'opera. Questo ciclo assume la forma della spirale perché si collega alla qualità abiogenetica della materia intesa come materia generativa. A partire da qui metto in relazione questi elementi con le intenzioni proprie del rito che sono la guarigione e la trasformazione. Sintonizzarmi con qualcosa che va oltre il mio inevitabilmente limitato spazio soggettivo è una disposizione all’apertura che cerco di coltivare attraverso il mio lavoro. È un processo profondamente radicante, curativo e trasformativo, che attraversa il mio corpo ma allo stesso tempo lo supera, riportandomi a un modo di relazionarmi con l’ecosistema e con la vita stessa. È questo ciò che cerco di offrire attraverso il mio lavoro. L’arte, prima di tutto, è trasformazione. Deve esserlo. Ed è proprio in questo che risiede la sua forza.

 

Courtesy the artist

La performance verrà presentata a Centrale Fies, un luogo attraversato dalla memoria industriale ma immerso nel paesaggio delle montagne trentine. Quanto è importante, per te, che un lavoro come MoonJar dialoghi con uno spazio specifico e con la sua storia? Cambia qualcosa nel modo in cui immagini l’incontro con il pubblico?
Ho visitato Centrale Fies per la prima volta nel 2019 e l’ho trovato un luogo magico. Naturalmente, essendo MoonJar un lavoro estremamente plasmabile, entrerà in relazione con questo spazio in modo molto diverso rispetto a quanto accade in un teatro di città. Sarà, inevitabilmente, un’altra versione della performance. Il lavoro possiede un forte senso di immediatezza e credo che l’unicità di Centrale Fies, insieme alla scelta di presentare la performance senza un impianto luci, affidandosi unicamente alle condizioni naturali dello spazio, renderà questa immediatezza ancora più intensa: ci saranno semplicemente il corpo e la musica. Non vediamo l’ora di condividere questa esperienza con tutte le persone che saranno presenti.

 

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