Contemporary Culture in the Alps
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Visual Arts

Gli anni Ottanta come laboratorio critico tra arte, architettura e design

"Hit List 80. Design, interfaccia, colore" alla Galleria Civica di Trento. Intervista al curatore Gabriele Lorenzoni

16.03.2026
Francesca Fattinger

© Mart Rovereto, Jacopo Salvi

Rileggere gli anni Ottanta oggi significa confrontarsi con un decennio spesso ridotto a immaginario pop, estetiche vistose e retoriche nostalgiche. La mostra “Hit List 80. Design, interfaccia, colore”, ospitata alla Galleria Civica di Trento fino al 28 giugno 2026 e curata da Gabriele Lorenzoni e Margherita de Pilati con il contributo eccezionale, curatoriale e allestitivo, di Campomarzio, propone invece un approccio diverso: non una celebrazione nostalgica, ma un “laboratorio critico” attraverso cui interrogare quel periodo e la sua eredità nel presente.

Il progetto nasce in continuità con la mostra “Almanacco 70. Architettura e Astrazione” tenutasi nel 2017, che vi abbiamo raccontato qui, dedicata alla scena artistica e architettonica trentina degli anni Settanta. Anche in questo caso il decennio viene osservato come un sistema complesso di relazioni tra arte, architettura e in più anche design, discipline che negli anni Ottanta dialogano con intensità ridefinendo il rapporto tra immagine, oggetto e spazio. Il percorso espositivo mette in relazione opere d’arte, progetti architettonici e oggetti di design, evidenziando come la cultura visiva dell’epoca si sviluppi proprio nell’attraversamento dei confini disciplinari.

© Mart Rovereto, Jacopo Salvi

La mostra riflette inoltre sulla posizione particolare di Trento. Pur essendo una realtà locale, la città si dimostra negli anni Ottanta capace di intercettare dinamiche globali: dalle trasformazioni economiche e culturali alla diffusione di nuove estetiche postmoderne. Figure come Ettore Sottsass jr., accanto a progettisti, architetti e artisti e artiste attivi sul territorio, testimoniano come il contesto trentino fosse inserito in reti culturali più ampie. In questo senso la Galleria Civica assume un ruolo strategico. La programmazione degli ultimi anni ha rafforzato il legame tra museo e territorio, trasformando lo spazio espositivo in una piattaforma di ricerca sulla storia culturale locale e sulle sue connessioni con il presente. Progetti come Allegoria della felicità pubblica (2024), Intelligenze emotive (2025) e ora Hit List 80 costruiscono progressivamente un archivio critico della città.

Guardare agli anni Ottanta significa quindi attivare una operazione di criticizzazione, più che di recupero nostalgico. Il decennio appare come una fase di sperimentazione in cui convivono ironia, libertà progettuale e tensioni culturali diverse. Più che un’estetica unitaria, emerge una pluralità di pratiche e, come suggerisce il curatore Gabriele Lorenzoni, questa prospettiva consente di leggere gli anni Ottanta non come una parentesi isolata ma come un passaggio tra due stagioni: da un lato le esperienze radicali e politicamente orientate degli anni Settanta, dall’altro le trasformazioni che porteranno negli anni Novanta a nuove configurazioni dell’arte e del progetto.

Mario Basso, Complesso residenziale Muralta, 1985

In questo senso Hit List 80 non è solo una mostra storica, ma una piattaforma che invita a osservare il presente attraverso il filtro di quel decennio. La rilettura del passato diventa così uno strumento per comprendere meglio le dinamiche culturali contemporanee e per riflettere sul ruolo che istituzioni come la Galleria Civica possono svolgere nella costruzione di una memoria critica del territorio.

La mostra si estende anche oltre lo spazio espositivo con incontri, laboratori e passeggiate di architettura in collaborazione con il CITRAC: tra gli appuntamenti una giornata di studi dedicata a Roberto Ferrari, un laboratorio con Dido Fontana, visite urbane tra edifici emblematici della città e un DJ set anni Ottanta durante le Feste Vigiliane. Un modo per mettere in relazione il progetto espositivo con le trasformazioni urbane della Trento di quel decennio.

Ne ho parlato con Gabriele Lorenzoni, curatore della mostra insieme a Margherita de Pilati e Campomarzio.

“Hit List 80” nasce come prosecuzione ideale di “Almanacco 70”. Era importante costruire una sequenza di letture sui decenni della città?
Sì, l’abbiamo immaginata proprio così, in continuità. “Almanacco 70” era stato un progetto che aveva avuto un riscontro importante e ci sembrava interessante poter proseguire su quella linea. L’idea è quella di costruire una sorta di sequenza evolutiva di mostre, quasi dei capitoli che permettano di attraversare diversi decenni e di osservare come cambiano nel tempo le pratiche artistiche, architettoniche e progettuali. Strutturare questi progetti come una serie aiuta anche a leggere più cose insieme. Non si tratta solo di fare una mostra storica su un periodo, ma di capire come un certo contesto culturale si sviluppi e si trasformi. Siamo partiti dagli anni Settanta e ora ci confrontiamo con gli Ottanta; l’auspicio è che questo lavoro possa continuare e arrivare anche agli anni Novanta.

Memphis Milano, produttore Marco Zanini Victoria, 1982, Courtesy of Memphis Milano
About the authorFrancesca FattingerCon il cuore scalzo, alla continua ricerca del vuoto dentro di sé, quello che si insinua tra le [...] More
Nel progetto curatoriale gli anni Ottanta non sono trattati come oggetto nostalgico ma come “laboratorio critico”. In che senso questo decennio può essere riletto oggi in questa chiave?
La mostra non nasce con l’intenzione di alimentare una nostalgia per gli anni Ottanta, anche se inevitabilmente un po’ di nostalgia quando si guarda a un periodo relativamente recente c’è sempre. Piuttosto abbiamo cercato di usare quel decennio come uno strumento di riflessione critica. Gli anni Ottanta sono spesso associati a un immaginario molto riconoscibile: il colore, una certa dimensione ludica, l’ironia, una libertà formale anche abbastanza esplicita. Ma queste caratteristiche non devono essere lette necessariamente come superficialità. Fanno parte di una trasformazione culturale più ampia. Se si guarda al contesto internazionale, il decennio si apre con due eventi molto significativi nel 1980: da una parte la Biennale Arte di Venezia con “Aperto ’80”, curata da Achille Bonito Oliva e Harald Szeemann, che introduce una nuova generazione di artisti e un clima di grande pluralità linguistica; dall’altra la prima Biennale di Architettura diretta da Paolo Portoghesi, che sancisce l’emergere del dibattito sul postmoderno.
In quel momento si affermano temi come l’ironia, il gioco con la storia, la molteplicità dei linguaggi. Tutte cose che oggi possiamo rileggere come segnali di un passaggio culturale molto importante.
© Mart Rovereto, Jacopo Salvi

La mostra mette in relazione arte, architettura e design. Che tipo di dialogo si sviluppa tra queste discipline negli anni Ottanta?
Uno degli aspetti più interessanti di quel periodo è proprio la permeabilità tra le discipline. Negli anni Ottanta arte, architettura e design dialogano molto più apertamente rispetto ad altri momenti storici. Il design entra in relazione con il linguaggio artistico, mentre l’architettura si apre a dimensioni più sperimentali e narrative. Allo stesso tempo l’arte guarda sempre più all’oggetto, allo spazio, alla dimensione ambientale. Non è semplice trovare una definizione univoca per quello che succede in quegli anni: è stato un momento molto energico, in cui diversi ambiti culturali si sono incontrati e hanno prodotto risultati anche molto diversi tra loro. Questa intensità si vede anche nel modo in cui cambiano i rapporti tra immagine, oggetto e spazio. È un periodo in cui si ridefinisce la cultura visiva, anche all’alba dell’era digitale.

© Mart Rovereto, Jacopo Salvi

Nel percorso emerge anche il rapporto tra dimensione locale e contesto internazionale. Che ruolo aveva Trento in quel momento?
Trento è una realtà locale ma non per questo isolata. Negli anni Ottanta esisteva una rete di relazioni piuttosto ampia e molte figure attive sul territorio dialogavano con contesti nazionali e internazionali.  La mostra cerca proprio di restituire questa complessità. Da un lato c’è la dimensione locale, che è fondamentale perché racconta un ecosistema culturale specifico; dall’altro però molte di queste esperienze si inseriscono in dinamiche molto più ampie. In quegli anni, ad esempio, il dibattito internazionale sul design era fortemente segnato da esperienze come il gruppo Memphis, fondato da Ettore Sottsass nel 1981, che introduceva un nuovo modo di pensare l’oggetto e lo spazio domestico attraverso il colore, la superficie e una dimensione dichiaratamente ironica e sperimentale. Anche se si tratta di un fenomeno nato altrove, questo clima culturale influenzava inevitabilmente il modo in cui si guardava al progetto e al rapporto tra design, architettura e arti visive. In parallelo, a Trento si consolidano alcune istituzioni che diventeranno centrali per il sistema dell’arte contemporanea in Trentino. A partire dal 1981 a Palazzo delle Albere esiste uno spazio dedicato all’arte moderna e contemporanea che nel corso del decennio si struttura progressivamente fino a diventare, nel 1987, il Mart. Parallelamente, verso la fine degli anni Ottanta, iniziano anche le attività della Galleria Civica. Quindi è un momento in cui il sistema dell’arte contemporanea locale prende forma in maniera più definita, ma sempre in dialogo con un contesto culturale molto più ampio.

© Mart Rovereto, Jacopo Salvi

Come avete costruito la selezione di artisti, designer e architetti presenti in mostra?
La selezione è nata da un lavoro di ricerca piuttosto ampio sul contesto di quegli anni. Non volevamo semplicemente fare una rassegna rappresentativa degli anni Ottanta, ma cercare di capire quali figure e quali esperienze potessero restituire meglio la complessità di quel momento.
Il punto di partenza è stato proprio il contesto trentino, quindi artisti, architetti e progettisti che in quel periodo erano attivi sul territorio o avevano un rapporto significativo con la città. Però allo stesso tempo era importante non limitarsi a una lettura esclusivamente locale.
Per questo motivo il progetto mette in relazione queste esperienze con alcune figure e tendenze più ampie del dibattito nazionale e internazionale, soprattutto nel campo del design e dell’architettura. In questo modo emerge meglio come anche una realtà come Trento fosse inserita in un sistema di relazioni culturali più ampio.
Non si tratta quindi di una lista esaustiva, ma piuttosto di una costellazione di pratiche e di autori che permette di raccontare alcune linee di ricerca particolarmente significative del periodo.

© Mart Rovereto, Jacopo Salvi

Che eredità ci lasciano gli anni Ottanta, guardando anche agli anni Novanta e all’oggi?
Gli anni Ottanta ci lasciano un’eredità molto più complessa rispetto a quella che siamo abituati a immaginare. Noi abbiamo cercato di interrompere questa visione un po’ bidimensionale e banalizzante del decennio come stagione dell’edonismo, del grande successo economico, della crescita e del consumo: il decennio delle case, degli oggetti, della finanza, di un mondo apparentemente sempre più ricco. In realtà gli anni Ottanta sono anche altro. Sono, per esempio, il decennio dell’esplosione del debito pubblico, perché quella ricchezza era in buona parte costruita a debito. Sono gli anni in cui emergono con forza alcune questioni ambientali che oggi affrontiamo pienamente, basti pensare alla scoperta del buco dell’ozono. Sono anche gli anni dell’AIDS come grande emergenza sanitaria e sociale. E, se pensiamo alla storia recente, sono anche anni segnati da eventi drammatici: la strage di Ustica, la strage di Bologna, la guerra delle Falkland. Allo stesso tempo sono il decennio che porta alla caduta del muro di Berlino e quindi alla cosiddetta “fine della storia”.

Alla fine della mostra ci chiediamo proprio se quella storia sia davvero finita. Lo facciamo con due opere di Umberto Postal, una del 1989 e una del 1991-92, l’unica opera degli anni Novanta presente in mostra. Nel lavoro del 1989 Postal inserisce in un lightbox due aerei, quelle che sembrano due torri stilizzate e un teschio: un’immagine che oggi appare quasi come una premonizione delle Torri Gemelle, cioè del momento in cui quella “storia”, dopo la caduta del muro, tornerà a riaprirsi. L’eredità degli anni Ottanta, quindi, è soprattutto questa complessità. Una complessità che spesso rimane nascosta perché il decennio viene letto attraverso una prospettiva storiografica semplificata. Nel nostro piccolo abbiamo cercato di rimetterla in discussione e di restituire gli anni Ottanta come un momento di passaggio, molto più stratificato di quanto normalmente si pensi.

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Tags

arte, mart, Gabriele Lorenzoni, architettura, galleria civica, design
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