Il mitico Arnold Circus Stool di Martino Gamper compie 20 anni

© Angus Mill
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Ci sono oggetti che nascono con un compito preciso e lo svolgono diligentemente per tutta la vita. E poi c’è Arnold Circus, lo sgabello di Martino Gamper che nel 2026 compie vent’anni e che non ha nessuna intenzione di fare soltanto lo sgabello. Perché Arnold è un po’ tutto e in contrario di tutto: una seduta, un contenitore, un tavolino, un nascondiglio, una piccola architettura domestica. Sta a testa in su, a testa in giù, sdraiato su uno dei suoi lati. Si può impilare in una torre alta fino al soffitto o riempire d’acqua e diventare una piscina portatile per supereroi di plastica. Ci si può sedere, appoggiarci un libro, raccogliere i giocattoli o improvvisare una tana per il gatto. Ci puoi mettere delle cose dentro e tenerlo fuori in poggiolo. Ci puoi salire sopra per fare un comizio oppure infilarlo sotto il tavolo quando non ti serve. Lo puoi girare, capovolgere, mettere di traverso. Passa allegramente dalla casa al giardino, dalla festa di quartiere alla cameretta senza troppe cerimonie. Può stare al centro della stanza o sparire in un angolo. Non c’è una posizione più giusta delle altre, né un libretto di istruzioni da consultare. Arnold si diverte a confondere le categorie senza chiedere il permesso. È un po’ – con tutte le dovute distanze del caso – come la borsa blu dell’IKEA: ci puoi fare quello che vuoi, mettere quello che vuoi, metterla dove vuoi, inventarti mille usi diversi, anche estremamente creativi. Nessuna regola, nessun vincolo, ma pur sempre un’icona fatta per tutti.
La storia di Arnold comincia nel 2006 a Shoreditch, nell’East London. Martino progetta questo sgabello per il giardino pubblico di Arnold Circus, al centro del Boundary Estate, uno dei primi grandi complessi di edilizia popolare costruiti a Londra alla fine dell’Ottocento. Il progetto si inserisce in un percorso di rigenerazione urbana e risponde a un’esigenza concreta: avere sedute per le iniziative della comunità, dai picnic ai concerti, dai tornei di carrom alle feste di quartiere.

Mio figlio, per esempio, un giorno ci si è accucciato dentro, ha tirato fuori soltanto la testa e mi ha fatto “cucù”. Fine. Nessuna teoria sul rapporto tra forma e funzione: solo un bambino che trova un oggetto, lo trasforma in un gioco e lo usa nel miglior modo che conosce, divertendosi. Di recente mi sono proprio occupata del rapporto tra design e gioco, e trovo che Arnold incarni perfettamente questo legame. Mi affascinano gli oggetti che non nascono per bambini, ma che vengono adottati, istintivamente, dai bambini. Oggetti senza gerarchie, in cui non è specificato un uso proprio o improprio e, che proprio per questo, rendono tutto possibile. Arnold non nasce per i bambini, ma neanche specificamente per gli adulti: nasce per chiunque abbia voglia di giocarci. E forse anche il fatto che si chiami Arnold contribuisce a renderlo così simpatico. È pur sempre un nome proprio, anche se preso in prestito dal quartiere londinese per cui è stato creato: un nome che gli dà quasi un’identità, come fosse uno di casa, un amico con cui prendere confidenza. E con gli amici, si sa, giocare è ancora più bello.



Anche il colore contribuisce a rafforzare il suo carattere aperto e giocoso. Ce ne sono tanti, per tutti i gusti e tutti gli umori: pastelli delicati, quasi polverosi, che si inseriscono con discrezione in un interno, ma anche tonalità forti e decise, che non hanno nessuna intenzione di passare inosservate. Arnold può mimetizzarsi oppure fare il protagonista, abbinarsi al divano oppure litigarci allegramente. E poi, naturalmente, c’è la sua forma ormai iconica, con quei piani e quegli angoli che raccontano un’altra parte della ricerca di Martino. Il suo interesse per l’angolo nasce quando, studente al Royal College of Art di Londra, dorme su un soppalco sopra la cucina di un loft. Non ha una vera stanza, ma un angolo. E racconta che, «creandomi il mio angolo», ha la sensazione di avere finalmente uno spazio tutto suo. Da allora l’angolo diventa un territorio da esplorare: uno spazio spesso trascurato, che può essere rifugio oppure trappola, protezione o costrizione. In Arnold, però, questa ricerca prende una piega più leggera e decisamente scanzonata. Pur pieno di angoli e linee rette, sembra quasi un piccolo poligono tridimensionale che ha deciso di mettersi comodo: gli spigoli, invece di creare distanza, invitano ad avvicinarsi, toccare, girare, provare. L’angolo, che potrebbe essere severo, diventa accogliente. E decisamente simpatico. Si può essere pieni di spigoli e avere un carattere morbido, sembra volerci dire.
A vent’anni dalla sua nascita, forse è proprio questa la qualità più bella di Arnold: tiene insieme il rigore del progetto e la libertà del gioco, la geometria e la leggerezza, il design e la vita quotidiana. È nato per una comunità londinese e continua a invitare alla condivisione, anche quando entra nelle nostre case. Non pretende di essere indispensabile, non impone un comportamento e non ha paura di essere un po’ buffo. Può stare in un giardino, in una stanza piena di bambini o in un salotto pieno di adulti che fingono di essere seri. E magari qualcuno, passando, deciderà di accucciarcisi dentro e fare “cucù”.