Francesco Nardi ridisegna l’eredità geometrica dell'architetto più divisivo di Cortina

© Francesco Nardi
Un’astronave modernista è atterrata tra i tetti a capanna di Cortina e un’utopia sociale si è diffusa nei boschi di Borca di Cadore. L’eredità di Edoardo Gellner, l'architetto che nel secondo dopoguerra ridisegnò il rapporto tra uomo, spazio montano e comunità sotto l’egida di Enrico Mattei, è oggi al centro di un dialogo visivo inedito. Fino al 4 ottobre la Libreria Sovilla di Cortina d'Ampezzo ospita "Vedere Gellner”: una mostra che unisce le fotografie di Denise Rosato alle illustrazioni di Francesco Nardi in un progetto che ne scarnifica l'architettura organica per rivelarne la pura essenza geometrica. Francesco Nardi, illustratore e designer romano fondatore della società benefit Cosa Vedere, classe 1989, è uno dei sue protagonisti dell’esposizione.

Il tuo legame con l'ex Villaggio ENI ha radici intime. Com'è stato crescere all'interno di un'utopia architettonica senza averne immediata consapevolezza?
Ci passavo due settimane ogni estate da bambino, poiché mio padre era un dipendente dell'azienda. Per me quelle villette e quegli spazi immensi rappresentavano semplicemente un prolungamento della quotidianità estiva, un enorme scenario di gioco. Solo anni dopo, durante gli studi di Architettura alla Sapienza, ho compreso la portata rivoluzionaria e sociale del progetto di Gellner. Lì è avvenuta la sintesi: ho realizzato che i contrasti cromatici a tinte piatte che impiego oggi nelle mie illustrazioni derivano inconsciamente proprio dalle palette che Gellner scelse per il Villaggio. Un'ispirazione involontaria che ha segnato profondamente la mia grammatica visiva.
Nelle tue tavole si nota una forte tensione geometrica. In che modo hai tradotto graficamente il rigore della scuola organica di Gellner?
Gellner utilizzava forme primarie come il quadrato e il triangolo per dialogare con la morfologia del paesaggio circostante, in particolare con il profilo del monte Antelao. Ho cercato di rispettare con estrema fedeltà queste proporzioni per non tradire lo spirito originario del progetto. Il mio metodo di lavoro prevede una prima fase fotografica sul posto, da cui inizio a disegnare accumulando dettagli. Successivamente procedo per sottrazione e semplificazione, togliendo elementi finché l'immagine non raggiunge un equilibrio scarno, quasi assoluto, capace di restituire la struttura concettuale del manufatto. Tra le opere esposte sono particolarmente legato alla tavola della villetta ideale - una sintesi formale di tutte le abitazioni del villaggio, ognuna in realtà leggermente diversa per adattarsi al declivio - e a quella del Palazzo delle Poste di Cortina: un monolite spesso incompreso che merita invece di essere riscoperto.


Gellner non ha sempre avuto vita facile con le comunità locali; a Cortina le sue opere sono state spesso vissute come corpi estranei. Come si riabilita un'architettura considerata "difficile"?
A Cortina lo accusavano di compromettere il paesaggio con volumi troppo contemporanei, preferendo un finto rustico di derivazione austriaca che oggi viene considerato tipico, ma che storicamente non lo è. Gellner, che si era formato con Scarpa e Zevi e guardava ad Alvar Aalto, rifiutava il vernacolo posticcio per proporre una modernità integrata alla natura. Con le mie illustrazioni cerco di fare proprio questo: spoglio l'edificio dai segni del tempo e dal pregiudizio locale per mostrarne l'equilibrio ideale. Chi visita la mostra spesso parte scettico, ma cambia idea scoprendo la meticolosità con cui l'architetto progettava ogni singolo dettaglio, dal grande volume al design degli arredi mobili per i bambini.
In mostra le tue illustrazioni dialogano con gli scatti di Denise Rosato. In che modo interagiscono queste due diverse dimensioni dello sguardo?
In esposizione ci sono quindici architetture illustrate e ciascuna è affiancata dallo scatto fotografico corrispondente allo stato attuale. Il contrasto è potente: l'illustrazione astrae il concetto e lo rende atemporale, neutralizzando visivamente il senso di abbandono, mentre la fotografia mostra come l'edificio si sia integrato organicamente con la vegetazione circostante nel corso dei decenni. È la verifica empirica del successo dell'architettura organica. Dopo Cortina, la mostra si sposterà tra fine novembre e inizio dicembre a Roma, alla Casa dell'Architettura, prima di tornare definitivamente in Cadore negli spazi dell'Hotel Boite o all'interno della colonia restaurata.



Il tuo marchio Cosa Vedere si muove su un'ossessione precisa: l'identità visiva del territorio. Qual è la missione di questo progetto imprenditoriale?
La valorizzazione del patrimonio invisibile è una mia costante preoccupazione professionale. In Italia disponiamo di una ricchezza monumentale straordinaria, ma spesso manca una comunicazione visiva strutturata per raccontarla. Con Cosa Vedere realizziamo linee di merchandising culturale che associano l'illustrazione a schede storiche bilingui sul retro delle stampe, stimolando la curiosità del pubblico. Collaboro con grandi istituzioni, come Villa Medici a Roma, proprio per deviare i flussi turistici tradizionali verso gemme meno frequentate. Il mio impegno quotidiano si divide tra la gestione di un'impresa in forte crescita e l'attività creativa, ma la soddisfazione di vedere una mia cartolina viaggiare per il mondo è la conferma che questa è la strada corretta per ridefinire la percezione dei nostri territori.


In questo atlante di architetture, quali sono le illustrazioni a cui ti senti più legato?
La scelta dei soggetti è sempre una sintesi tra rigore filologico e affetto personale. Oltre alla tavola delle villette e a quella del Palazzo delle Poste a Cortina, c’è un’opera a cui sono profondamente legato ed è quella del Campeggio del Villaggio. Si tratta forse dell'immagine più apprezzata in assoluto, tanto da essere diventata l'etichetta di una birra, a dimostrazione di come questa narrazione possa sconfinare oltre la carta e farsi identità quotidiana. Per quanto riguarda le città, tutto è iniziato a Roma con il quartiere dell’Eur, un'area monumentale che persino i romani faticano a conoscere davvero, e si è poi esteso a Milano, Cagliari e ora, in prospettiva, a Venezia e Napoli. Ogni territorio richiede una chiave di lettura diversa: se nella capitale lavoro per svelare l'invisibile dietro il colossale, come alla Garbatella o a Villa Medici, sulle Dolomiti l'obiettivo rimane quello di restituire dignità e pulizia formale a una straordinaria modernità d'alta quota.