Al Mart di Rovereto una grande mostra racconta Giacomo Balla tra Futurismo, moda, design

Veduta della mostra Giacomo Balla. Lo stile dell'avanguardia. Opere dalle Collezioni Biagiotti Cigna © Ph Mart Rovereto, Jacopo Salvi, 2026
Ci sono giornate in cui si entra in un museo quasi per cercare luce.
Quando sono arrivata al Mart di Rovereto pioveva forte, il cielo era basso, le montagne scomparse dietro una cortina grigia. Poi, attraversata la soglia della mostra dedicata a Giacomo Balla, tutto si è trasformato: i colori hanno iniziato a vibrare, le geometrie a moltiplicarsi, le linee a muoversi nello spazio con una vitalità quasi fisica. Accanto a me c’era Selen, otto anni, una delle persone con cui amo di più guardare il mondo. La osservavo attraversare le sale con entusiasmo assoluto: fermarsi davanti alle “Compenetrazioni iridescenti”, seguire con gli occhi i vortici cromatici, sorridere davanti alle farfalle futuriste e agli abiti progettati da Balla. In quello sguardo da bambina, libero dalla necessità di “capire” tutto, c’era forse qualcosa di molto vicino al cuore stesso del Futurismo. Il desiderio di lasciarsi travolgere dall’energia del nuovo.
“Giacomo Balla. Lo stile dell’avanguardia”, visitabile al Mart fino al 18 ottobre 2026, non è semplicemente una retrospettiva dedicata a uno dei protagonisti del Futurismo italiano. È piuttosto un’immersione dentro un’idea radicale di arte. Un’arte capace di uscire dal quadro, contaminare il quotidiano, trasformare il modo di abitare il mondo.

La mostra, curata da Beatrice Avanzi e Fabio Benzi, presenta infatti per la prima volta in Italia, nella sua interezza, una delle più importanti collezioni private monografiche esistenti dedicate a Balla: il nucleo di opere appartenenti alla Collezione Laura Biagiotti e alla Fondazione Biagiotti Cigna. Quasi 240 lavori tra dipinti, disegni, arredi, oggetti, studi tessili, abiti e materiali d’archivio dialogano con selezionate opere provenienti dalle collezioni del museo roveretano.
Il progetto nasce da una sinergia tutt’altro che casuale. Da un lato il Mart, museo che ha costruito negli anni una riflessione profonda sulle avanguardie italiane e sul Futurismo, anche grazie alla presenza decisiva di Fortunato Depero; dall’altro il lungo lavoro di ricerca, collezionismo e mecenatismo avviato da Laura Biagiotti. Fu infatti la stilista romana, nel 1986, dopo una visita alla Galleria Chimera di Roma, a intuire immediatamente la modernità dell’opera di Balla e il suo legame profondissimo con il linguaggio della moda.

Ho mutuato da mia madre Laura la passione per il futurismo e per Giacomo Balla, per i colori e le forme energizzanti, per le geniali intuizioni avanguardiste. La ricostruzione futurista dell’universo passa attraverso la creatività, non solo attraverso la tecnologia, e suggerisce un nuovo atteggiamento, creativo, dinamico e fiducioso. Per disegnare il futuro, ogni giorno
Biagiotti comprese che il gesto creativo di Balla era stato rivoluzionario proprio perché aveva saputo articolare una fusione radicale tra arte e moda proiettandola nel panorama delle avanguardie storiche. Da quel momento, insieme al marito Gianni Cigna, iniziò un lungo lavoro di acquisizione e valorizzazione delle opere dell’artista costruendo nel tempo la sua più importante collezione privata. Un patrimonio che oggi continua a essere custodito e sviluppato grazie all’impegno di Lavinia Biagiotti Cigna.
La forza della mostra sta proprio nella possibilità di osservare Balla non soltanto come pittore futurista, ma come autore di un progetto estetico complessivo. Il percorso espositivo attraversa infatti tutte le stagioni della sua ricerca: dagli esordi divisionisti alle sperimentazioni astratte, dalla moda all’arredo, fino al teatro e agli oggetti domestici. Il Futurismo, in Balla, smette di essere soltanto una corrente artistica e diventa stile di vita, trasformazione percettiva, tentativo di ridefinire l’esperienza quotidiana attraverso il dinamismo e il colore.

Il cuore teorico di questa tensione emerge nella sezione dedicata alla “Ricostruzione futurista dell’universo”, il celebre manifesto firmato da Balla e Depero nel 1915. “Noi futuristi vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo”, scrivono i due artisti. Una dichiarazione che oggi può apparire utopica, ma che nella mostra recupera tutta la sua forza immaginativa: l’idea che l’arte possa investire integralmente la vita, abbattendo le gerarchie tra arti maggiori e arti applicate.
Noi futuristi, Balla e Depero, vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione, per formare dei complessi plastici che metteremo in moto
Ed è qui che la ricerca di Balla diventa straordinariamente contemporanea. Le linee-forza e i vortici delle “Velocità d’automobile”, gli arabeschi astratti delle “Compenetrazioni iridescenti”, le geometrie luminose si trasferiscono rapidamente dalla pittura agli oggetti, agli ambienti, ai vestiti. Mobili, arazzi, paralumi, suppellettili, studi per sciarpe, cappelli e ricami testimoniano un laboratorio creativo senza confini che influenzerà profondamente le avanguardie europee, dal Bauhaus al design moderno.
Particolarmente affascinante è la sezione dedicata alla moda futurista. Nel 1914 Balla pubblica il “Manifesto del vestito antineutrale”, intuendo precocemente il ruolo della moda come dispositivo culturale e comunicativo. Gli abiti non sono più semplici ornamenti, ma strumenti di trasformazione visiva e sociale. La mostra raccoglie studi per tessuti, ricami, foulard, gilet e i celebri “modificanti”, accessori mobili pensati per reinventare continuamente l’abito e il corpo. In questo senso il dialogo con l’universo Biagiotti appare estremamente coerente: non una semplice operazione celebrativa, ma il riconoscimento di una comune idea di creatività come costruzione culturale del presente.

Ad accogliere il pubblico c’è inoltre il monumentale “Genio Futurista”, la più grande opera mai realizzata da Balla: si tratta di un gigantesco olio su tela d’arazzo, largo circa quattro metri e alto quasi tre, presentato nel 1925 all’Esposizione universale di arti decorative di Parigi. Ancora oggi quest’opera conserva una forza scenica impressionante, quasi teatrale, e sembra condensare tutta la tensione futurista verso il movimento, l’energia e il futuro.
Anche l’allestimento, progettato dallo studio Officina delle Idee, accompagna efficacemente il visitatore dentro questo universo visivo: gigantografie, pareti cromatiche, geometrie essenziali e sezioni tematiche costruiscono un percorso immersivo che evita la rigidità della retrospettiva tradizionale. Le cinque sezioni (Divisionismo, Futurismo, La moda futurista, Ricostruzione futurista dell’universo, Una nuova figurazione moderna) permettono di leggere l’opera di Balla come un continuo attraversamento di linguaggi e forme.

Ciò che resta, uscendo dalla mostra, non è soltanto la sensazione di aver visitato una grande esposizione sul Futurismo italiano. Resta piuttosto l’impressione di aver attraversato un laboratorio di idee ancora sorprendentemente vivo. Perché il lavoro di Balla continua a interrogare questioni profondamente contemporanee: il rapporto tra arte e vita quotidiana, tra immagine e consumo, tra estetica e trasformazione sociale, tra creatività e futuro.
E forse anche per questo, guardando Selen muoversi dentro quelle sale come dentro un paesaggio in continua espansione, sembrava evidente che certe opere continuano ancora oggi a produrre ciò che il Futurismo desiderava fin dall’inizio: energia, immaginazione, possibilità.