Un dialogo con Elisa Pezza sulla mostra “Lessicogramma dell’abitare” inserita nella rassegna “Insediamenti”

Insediamenti 2025 © Valentina Casalini
Ci sono città che si attraversano soltanto. E poi ci sono città che, a volte, riescono ancora a farsi ascoltare. Succede quando i luoghi culturali smettono di essere semplici contenitori di eventi e diventano presenze vive: spazi di relazione, rifugio, immaginazione condivisa, possibilità di incontro. È da questa domanda silenziosa - che cosa rende davvero abitabile una città? - che sembra prendere forma la seconda edizione di INSEDIAMENTI – Ecosistema Cultura, in programma a Trento dal 5 al 7 giugno.
Per tre giorni la città si trasforma in una trama diffusa di mostre, laboratori, performance, concerti, passeggiate urbane e pratiche collettive che attraversano il centro storico e i quartieri, mettendo in relazione realtà culturali autonome, artistə, collettivi e spazi indipendenti. Non un festival tradizionale, ma un ecosistema fragile e interconnesso che prova a rendere visibile ciò che spesso resta sullo sfondo: il lavoro invisibile delle relazioni, la costruzione quotidiana di comunità, il valore politico e umano della presenza culturale.
In un tempo in cui molti spazi attraversano precarietà, trasformazioni o rischiano di scomparire, INSEDIAMENTI apre anche una riflessione più profonda sul significato dell’abitare. Un tema che attraversa Lessicogramma dell’abitare, la mostra di Paola Boscaini e Cristina Materassi ospitata da Spazio Piera e curata da Elisa Pezza: un archivio di parole, percezioni e legami che restituisce l’abitare come esperienza collettiva, mobile, emotiva.
L’altro giorno ho intervistato Elisa Pezza per entrare dentro questa ricerca e per interrogarci su che cosa significhi oggi costruire spazi capaci di accogliere, trasformare e immaginare nuove forme di vicinanza.


Nel progetto emerge una visione dell’abitare non solo come esperienza privata, ma come gesto collettivo e politico. Quali domande desidera aprire nel pubblico rispetto al rapporto tra spazio, presenza e comunità? Siamo probabilmente abituati a concepire l’abitare come una pratica intima, spesso legata a un luogo domestico e ancorata a una percezione personale, persino quando la raccontiamo in relazione ad altri. Questo lavoro intende evidenziare non solo la molteplicità delle individualità, ma soprattutto la capacità di ogni comunità e spazio abitato di generare relazioni, attraverso un processo di inclusione o esclusione. La mostra offre al pubblico gli strumenti per avvicinarsi, più o meno approfonditamente, alle forme di narrazione dell’abitare altrui e alla ricostruzione di significati alternativi, giocando con parole prese in prestito da sconosciuti. L’obiettivo è riflettere su come i significati e le parole che associamo al nostro abitare influenzino la possibilità di costruire comunità, talvolta riflettendo precarietà, distanza o frammentazione. Attraverso il progetto Corrispondenze, e il suo Lessicogramma dell’abitare, Paola e Cristina sono interessate a far emergere una consapevolezza dello spazio abitato come luogo e pratica di coesistenza, come qualcosa che si costruisce insieme e che implica sempre una responsabilità reciproca.
Le opere di Paola Boscaini e Cristina Materassi sembrano costruire un paesaggio fatto di memorie, percezioni e significati in continua trasformazione. In che modo il lavoro curatoriale ha cercato di mantenere viva questa dimensione fluida dell’abitare?
Più che intervenire sull’allestimento in senso tradizionale, il lavoro curatoriale è stato soprattutto un dialogo continuo con Paola e Cristina per comprendere come adattare allo spazio di Spazio Piera una ricerca che le artiste portano avanti dal 2020 e che nasce come un archivio vastissimo e stratificato di oltre 1300 parole legate all’abitare. Un materiale complesso, vivo, in continua trasformazione. Quello che mi ha colpita fin dall’inizio è stata proprio la capacità delle artiste di rendere questa ricerca accessibile attraverso dispositivi che accompagnano il pubblico dentro il lavoro: fascicoli suddivisi per categorie semantiche, parole da sfogliare, definizioni che si aprono a connessioni inattese. Il nostro desiderio è che chi entra a Spazio Piera non osservi semplicemente un’opera, ma entri direttamente dentro un paesaggio di linguaggi, percezioni e relazioni. Anche lo spazio stesso sarà attraversato da questa idea di esperienza. Le due stanze di Spazio Piera verranno separate da una grande tenda nera su cui saranno installati materiali tessili realizzati durante workshop dedicati alle parole. Ci sarà una dimensione molto fisica e sensoriale: le parole potranno essere toccate, attraversate, sfogliate. Nell’ultima stanza, invece, il lavoro si trasformerà in un’installazione sonora: le parole non saranno più soltanto lette, ma ascoltate, lasciate risuonare nei corpi e nello spazio, aprendo nuove connessioni e possibilità di significato.

Oggi il concetto di “casa” appare sempre più instabile, attraversato da cambiamenti sociali, economici ed emotivi. Secondo te, quale ruolo può avere l’arte nel restituire nuove possibilità di immaginare l’abitare contemporaneo?
Credo che il lavoro di Paola e Cristina mostri proprio come l’arte possa aprire nuove possibilità di immaginare l’abitare, spostandolo da una dimensione esclusivamente privata e individuale a una pratica condivisa, relazionale. Attraverso questa ricerca, l’abitare non viene raccontato come qualcosa di fisso o intimamente chiuso, ma come uno spazio attraversato dalle parole, dalle esperienze e dalle memorie degli altri. Quello che accade nella mostra è che lo spettatore entra come individuo singolo, ma leggendo le definizioni raccolte nell’archivio entra inevitabilmente in relazione con vissuti, percezioni e linguaggi di persone sconosciute. Si crea così una sorta di comunità invisibile fatta di risonanze, connessioni e riconoscimenti reciproci. Penso che oggi l’arte abbia proprio questa possibilità: mettere in discussione l’idea dell’abitare come esperienza soltanto personale e restituirla invece come costruzione collettiva, affettiva e condivisa. In questo senso il progetto di Paola e Cristina diventa anche un archivio emotivo, una memoria comune che prende forma attraverso le relazioni e che continua a trasformarsi ogni volta che qualcuno attraversa lo spazio della mostra.
La manifestazione coinvolge molte realtà culturali cittadine, creando una sorta di ecosistema diffuso. Quanto è importante, per una curatrice, pensare una mostra non come evento isolato ma come spazio di relazione capace di dialogare con il territorio e con altre pratiche culturali?
In un progetto come INSEDIAMENTI, credo che il punto non sia mai la singola mostra o il singolo evento, ma la rete di relazioni che si genera tra spazi, pratiche e pubblici. La programmazione diffusa su più giorni e in luoghi diversi rende evidente proprio questo: l’idea di una “costellazione” in cui ogni realtà non esiste da sola, ma si attiva in dialogo con le altre. Per una curatrice questo significa spostare lo sguardo dall’oggetto espositivo al contesto, e pensare la mostra come uno spazio poroso, capace di entrare in relazione con il territorio e con altre forme di pratica culturale. È in questo scambio che si creano connessioni che spesso superano il tempo stesso della manifestazione, continuando a produrre effetti, incontri, possibilità. INSEDIAMENTI, in questo senso, è anche un modo di abitare la città: non solo attraversandola, ma mettendo in relazione pubblici diversi, aprendo varchi tra mondi che normalmente non si incontrano. E credo che questo dialogo continuo tra spazi, persone e linguaggi sia molto vicino anche alla ricerca di Paola e Cristina, che lavora proprio sulle connessioni e sulle trasformazioni del significato attraverso le relazioni.