Fotografare le Alpi #30. Intervista ad Anna Tröbinger

C’è una nuova generazione che sta riscrivendo l’estetica delle Alpi lontano dai cavalletti e dalle lunghe esposizioni. Anna Tröbinger, 25enne di Cermes, è l’emblema di questa agilità visiva: una laurea in architettura a Vienna alle spalle e, sempre a portata di mano, una Canon 5D Mark o una Ricoh GR - che scompare nel taschino della maglia da ciclista o nello zaino da scialpinismo - per scattare in RAW.

Per questa giovane artista altoatesina la fotografia non è un evento pianificato, ma un prolungamento del movimento. Il suo è uno sguardo analitico, ereditato forse inconsciamente da un nonno che, negli anni Cinquanta, scattava tra le guglie dell'Alpe di Siusi con la stessa sensibilità al contrasto. Nelle sue immagini il nero non è un vuoto, ma una cornice che costringe l'occhio a guardare oltre, a sezionare il rapporto tra l'essere umano, l'architettura delle malghe e la verticalità della roccia. Non c'è giudizio, solo una curiosità affilata che trasforma ogni gita in una ricerca sul campo.


Anna, come nasce questo progetto fotografico?
Nasce in modo totalmente spontaneo, quasi per necessità. Per me la montagna non è mai stata una semplice scenografia statica, ma un luogo in continuo mutamento. È proprio in questa mutevolezza che risiede la sua forza e la mia ispirazione. Le mie fotografie non sono quasi mai programmate a tavolino; nascono mentre sono fuori per una gita di scialpinismo, in bicicletta o durante una corsa. Ho sempre la macchina fotografica con me per catturare istantaneamente ciò che colpisce il mio sguardo. Questo, ancora senza titolo, non è un progetto nato in un ufficio ma tra i sentieri, spesso guidato da quella luce speciale che solo l'autunno sa regalare.

Come si declina il tuo progetto alpino?
Al momento è un corpo di scatti in continua espansione, che forse un giorno troverà la sua forma definitiva in un libro. Amo i contrasti forti e la post-produzione in bianco e nero, perché mi permette di esasperare la presenza del nero nell'immagine. Spesso fotografo durante azioni sportive impegnative: in quei momenti non puoi pensare solo all'estetica, devi pensare alla sicurezza e ai passi giusti. Per questo preferisco scattare molto, per non perdere quel momento irripetibile che la montagna ti concede mentre sei nel pieno dell’azione.

Quali le due immagini più “estreme”, i due poli agli antipodi che lo racchiudono?
La prima è uno scatto realizzato vicino all'Alpe di Siusi da una vecchia casetta sommersa da oggetti. Ho scattato attraverso un'apertura: quasi tre quarti dell'immagine sono totalmente neri, un buco oscuro da cui emergono le Dolomiti sullo sfondo. È un'immagine di puro focus. All'opposto c'è una foto scattata a Courmayeur: un mio amico che esegue un backflip con gli sci. Lì c'è solo lui, una silhouette nera sospesa nel bianco assoluto del cielo. Rappresentano i miei due poli: la montagna che ci osserva da lontano e l'essere umano che la sfida attraverso lo sport.


Cosa rende riconoscibile il tuo stile fotografico?
Cerco sempre di catturare i momenti "nel mezzo", quelli inaspettati che solitamente passano inosservati; spesso le mie immagini sembrano quasi fuori contesto rispetto alla narrazione principale. Mi piacerebbe che chi osserva le mie foto sentisse l'invito a guardare oltre ciò che vede un comune visitatore di montagna: un cambio di luce repentino, un dettaglio minimo della natura, la tempistica precisa di un istante alpino.

Come nasce il desiderio di indagare le Alpi?
È un tentativo di dare valore a tutto ciò che solitamente resta ignorato. Le Alpi mi spingono a restare spontanea; il continuo cambiamento dei passaggi montani è il motore che mi spinge a fotografare. È un'indagine che non finisce mai perché la montagna stessa non è mai uguale a se stessa.
Riconosci un’evoluzione nei tuoi scatti alpini?
Assolutamente sì. All'inizio volevo includere tutto, avere quante più cose possibili nell’inquadratura; ora il mio sguardo è diventato più selettivo, quasi chirurgico. Mi concentro su un singolo dettaglio, un'ombra specifica, una linea precisa. Uso la fotografia come uno strumento di analisi, quasi fossero raggi-X che mi permettono di vedere cose diverse, più profonde. Guardo i miei primi scatti con affetto: anche se lo stile è cambiato, testimoniano il mio rapporto sempre positivo con questi luoghi.

Con quale approccio hai scelto di immortalare l’arco alpino?
Il mio approccio è fortemente estetico, ma non nel senso della "bella cartolina". Mi piace usare elementi in primo piano, che sia la rete di una pista da sci o il tetto di una malga, quasi come un "disturbo" necessario per forzare il focus su ciò che voglio veramente mostrare. Voglio combinare l'essere umano e le sue tracce con la montagna stessa. Non voglio giudicare se l'impatto dell'uomo sia positivo o negativo, ma voglio spingere a riflettere. Senza impianti o baite non vivremmo la montagna come la viviamo oggi, ma è fondamentale ragionare su questo rapporto.

Cosa hai scoperto in questa tua indagine fotografica?
Ho scoperto che una giornata in montagna con la fotocamera al seguito non è mai una giornata buttata: nascono sempre momenti inaspettati che mi fanno crescere. Attraverso l'obiettivo ho scoperto di avere un legame molto più stretto con la montagna di quanto pensassi. Mi sono scoperta diversa, sia come fotografa sia come persona.


Com’è, oggi, il tuo rapporto con la montagna?
È un rapporto di profonda vicinanza. Quando mi sento priva di ispirazione, vado in montagna per ricaricarmi. Mi aiuta a uscire dalla mia comfort zone e mi insegna sempre qualcosa di nuovo. Non è un rapporto basato sulla paura, ma su un rispetto consapevole: so quando è il momento di mettere via la macchina fotografica e concentrarmi solo sulla sicurezza.
Quale consideri il tuo scatto migliore?
Una fotografia analogica del 2019 realizzata sulla cima del Sassopiatto. Volevo inquadrare il Sassolungo e, proprio nell'istante dello scatto, una gracchia alpina ha attraversato l'inquadratura. Sviluppando il rullino, ho scoperto che per un gioco ottico l'uccello sembrava posato esattamente sulla cima. È un'immagine simbolica per me: rappresenta la pura fortuna e quella spontaneità che la fotografia digitale a volte rischia di soffocare. Uno scatto unico, senza post-produzione, nato dal caso.

Senti il desiderio di catturare un’immagine ancora mai scattata?
Vorrei seguire più da vicino gli atleti, ma non per immortalare il classico "momento della vittoria" o l'azione perfetta. Mi interessa il dietro le quinte: la preparazione, la fatica, i problemi, i momenti inaspettati che precedono l'azione. Mi piacerebbe accorciare la distanza tra fotografo e atleta per creare prospettive inedite e umane.
