Intervista alla ceramista e costume designer di origine libanese Beatrice Harb

© dietmarueberbacher
Il cinema come espressione creativa corale, con l’obiettivo di raccontare storie, tra set e palcoscenici di diverse parti del mondo; la ceramica come dimensione artistica più meditativa, intima e personale. Tra queste due dimensioni si dipana il lavoro della costume designer e ceramista di origine libanese Beatrice Harb, che da alcuni anni ha scelto di vivere a Rasa, piccola e tranquilla località della Val d’Isarco, insieme alla sua famiglia.
Nata e cresciuta a Beirut, Beatrice Harb porta con sé un’identità stratificata e multilingue – araba, francese, italiana – che si riflette nella sua sensibilità artistica. La passione per la ceramica arriva in una fase matura del suo percorso professionale e personale, di pari passo con il desiderio di abbracciare una dimensione di vita più lenta e più vicina alla natura. Eppure, tanto nella creazione di abiti quanto nel lavoro con l’argilla, ciò che guida il suo fare è la dimensione comunicativa ed emozionale: il desiderio di trasmettere alle persone sensazioni, immagini e stati d’animo attraverso materiali, colori, texture e forme.
Gli oggetti in ceramica di Beatrice Harb – vasi, ciotole, piatti, portacandele, vassoi e piccole sculture, ispirate al mondo animale – nascono da un processo creativo spontaneo, seppur profondamente meditato. Spesso assumono forme organiche, volutamente irregolari o irrealistiche, conservando il segno del gesto insieme all’energia e alla sensazione che li ha generati: un’estetica che rifiuta la perfezione e il rigore formale per abbracciare la libertà, la trasformazione e la vitalità della materia. La stessa sensibilità si ritrova anche nella passione di Beatrice per la cucina, altro spazio creativo in cui memoria, materia ed emozione si intrecciano tra erbe di montagna e aromi del Libano, nel segno della cura e della convivialità.


Tra i tuoi oggetti compaiono spesso animali e richiami alla natura. Da dove nasce questa scelta?
Sono molto affascinata dal mondo animale, così come da quello delle piante. Mi attrae, in generale, la spontaneità e la vitalità della natura, che cambia sempre con il tempo e con le stagioni. I miei animali non sono realistici: nascono dalle impressioni che percepisco, dai colori e dai dettagli che mi colpiscono. Mi piace lavorare con la fantasia, mettere determinati colori al posto di altri, scambiare pattern e texture tra un animale e l’altro: allontanarmi dal realismo per lasciare più libertà all’immaginazione.


Realizzi poi anche vasi, ciotole, vassoi e piatti…
Sì, sono oggetti dalle forme molto libere. Contenitori dove possono poi trovare posto fiori, rami, ma anche i cibi che amo cucinare. Non ho quasi mai un’idea precisa quando inizio a lavorare: lascio che l’oggetto mi guidi.
Mi piace sperimentare tecniche diverse, cogliere impressioni da vari mondi e poi rielaborarle nel mio stile. Non riesco nemmeno a riprodurre due volte lo stesso oggetto, anche perché ogni pezzo nasce da un momento specifico, da uno stato d’animo preciso e irripetibile.
Dove lavori la ceramica? Hai un tuo laboratorio?
Il mio laboratorio è casa mia, dove mi piace lavorare la ceramica soprattutto in cucina o nella sala da pranzo, in mezzo a tanta luce. Amo creare in uno spazio intimo e accogliente. Il forno, invece, si trova in cantina: è un regalo che ho ricevuto da mio marito, quando ci siamo trasferiti in Alto Adige, ed è un po’ il simbolo di una nuova fase della nostra vita che abbiamo scelto di affrontare.
Non è un caso che prediliga la cucina: ho infatti un legame molto forte con il cibo e il modo in cui lavoro la ceramica è simile a quello che applico anche quando cucino. La cucina è una pratica manuale e fisica a cui mi dedico con passione e istinto, come per la ceramica: in entrambe le attività attingo alle mie emozioni e metto le mani nella materia, che si tratti di ingredienti o di argilla.
Questa nuova fase creativa cosa ha rappresentato per te?
È stata una svolta. Quando lavori come costumista, per quanto sia un lavoro estremamente creativo, sei sempre un po’ nel “dietro le quinte”: manca il feedback diretto da parte dei destinatari del film o dello spettacolo. I tuoi interlocutori sono soprattutto le altre maestranze con cui concorri per concretizzare le idee del regista. Con la ceramica, per la prima volta, il prodotto finale del mio operato è in rapporto diretto con chi mi commissiona il lavoro o lo sceglie. Dopo aver esposto le mie ceramiche alla Galleria Lungomare per la prima volta, ero un po’ in ansia, avevo paura di deludere le aspettative. Poi mi sono resa conto che ciò che facevo veniva apprezzato ed è stata una grande soddisfazione. Mi dà gioia il rapporto diretto con le persone: vedere negli occhi che un oggetto piace, che emoziona. A volte si crea una sintonia immediata, molto forte, ed è davvero bello.

Quali sono le tue origini e il tuo percorso professionale prima di arrivare qui?
Sono libanese, di madrelingua araba e francese. Mi sono trasferita cinque anni fa a Rasa con mio marito, che è altoatesino, e i miei figli. Prima vivevo a Beirut, dove lavoravo come costumista per cinema, teatro e pubblicità. Ho iniziato il mio percorso professionale inizialmente lavorando nella moda. Compravo capi prodotti in serie e li trasformavo in pezzi unici. Per un periodo ho creato anche un mio brand, una linea unisex e gender-free di abbigliamento. La mia famiglia ha negozi di moda e collaboravo anche alle collezioni prêt-à-porter. Poi c’è stata l’esplosione a Beirut. Abbiamo sentito il bisogno di cambiare ambiente, di cercare un luogo più tranquillo e salubre, e abbiamo scelto di trasferirci qui, tra le montagne, in contatto diretto con la natura.
Il cinema resta comunque centrale nella tua vita?
Assolutamente sì. Ho studiato cinema e amo raccontare storie. Il costume, per me, è uno strumento narrativo potentissimo: racconta lo stato emotivo di un personaggio, la sua evoluzione. Ogni sceneggiatura è un viaggio diverso. È vero che bisogna rispondere alle esigenze del regista e del film, ma c’è anche una grande libertà creativa. Quando inizio un progetto entro in immersione totale, quasi ossessiva, con i personaggi e il mondo che voglio raccontare.
C’è un progetto a cui sei particolarmente legata?
Sì, il film Costa Brava, Lebanon, che è anche disponibile su Netflix. È un film a cui sono molto legata emotivamente, realizzato dopo l’esplosione che ha coinvolto Beirut nel 2014, causando una crisi ambientale legata ai rifiuti. La regista, così come tutta la troupe, era profondamente segnata da ciò che era accaduto. Racconta la storia di una famiglia che lascia la città per rifugiarsi in montagna, lontano dalla società. Mentre giravamo il film, anche noi, io e mio marito, abbiamo fatto la stessa scelta nella vita reale: abbiamo deciso di lasciare Beirut per trasferirci in un piccolo paese tranquillo. Io lavoro molto sulle emozioni e posso dire che questo film rappresenta un pezzo della mia vita. Quando ci siamo trasferiti in Alto Adige cercavo proprio quella sensazione di pace e lentezza che avevo riconosciuto nel gesto della ceramista incontrata in Portogallo. E credo che oggi ne abbiamo tutti bisogno.
Oltre alla ceramica e al cinema, ti appassiona anche il cibo. Come si inserisce questa passione nel tuo percorso?
Il cibo è un’altra parte importante della mia vita. Cucino soprattutto ricette della mia terra di origine. Nella cultura libanese il cibo è condivisione: si apre la casa, si accoglie, si condivide.
L’anno scorso ho iniziato a organizzare eventi gastronomici. Sono stata invitata a collaborare con alcune realtà locali, come la Galleria Arge Kunst e il Teatro Stabile di Bolzano. Propongo cene o piccoli eventi dove il cibo diventa esperienza collettiva. La cucina libanese è fatta per essere apprezzata in compagnia: è quasi impossibile apprezzarla da soli.
C’è qualche ricetta a cui sei più legata?
Mi piace proporre soprattutto piatti classici, con le ricette di mia madre. Non voglio stravolgere la tradizione: è una cucina già ricchissima di suo, con una storia profonda. Aggiungo le mie spezie, qualche tocco personale, ma rispetto la base. Per me è importante trasmettere autenticità. È un modo per raccontare le mie radici, per portare la mia casa qui. Un po’ come faccio con i costumi o con la ceramica: attraverso le mani, attraverso le emozioni.