Contemporary Culture in the Alps
Contemporary Culture in the Alps
Since 2010, the online magazine on contemporary culture in South Tyrol and beyond in the Alpine environment.

Sign up for our weekly newsletter to get amazing mountain stories about mountain people, mountain views, mountain things and mountain ideas direct in your inbox!

Facebook/Instagram/Youtube
© 2026 FRANZLAB
Books,Mountains

Le donne c’erano: Cortina 1956

10.02.2026
Francesca Fattinger

La squadra olimpica svizzera © Archivio Bally

Ci sono storie che non hanno bisogno di proclamarsi rivoluzionarie per esserlo. In Le donne di Cortina 1956 (Antonella Stelitano e Adriana Balzarini, Edizioni Minerva 2025) le protagoniste non “militano” un’idea: la vivono. Sciano, pattinano, lavorano, organizzano, traducono, scrivono, giudicano, parlano al microfono, consegnano medaglie, tengono insieme i dettagli. Lo fanno semplicemente, perché amano quello che fanno. Con naturalezza e semplicità, come se fosse la cosa più normale del mondo. Eppure proprio quel gesto quotidiano, ripetuto, ostinato e luminoso, con gli occhi che brillano ancora a settant’anni di distanza, cambia la traiettoria della storia.

Il libro nasce da una domanda semplice e potente: dov’erano le donne, a Cortina 1956, e cosa stavano facendo davvero? La risposta non è solo una lista di nomi, ma un mosaico. Un puzzle costruito andando a cercare i pezzi “nelle scatole degli altri puzzle”: briciole di archivio, ritagli senza firma, fotografie mai pubblicate, memorie di famiglia, stralci nei giornali, tracce sparse in posti impensati. È così che prende forma un’immagine più realistica di Cortina 1956: non solo sport e medaglie, ma cultura, vita quotidiana, modernità sognata e contraddizioni reali. Un evento collettivo in cui le donne sono ovunque anche quando non vengono nominate.

Giovanna Mariotti © Archivio Feliciana Mariotti, Cortina

E poi c’è un’altra forza, decisiva quanto quella delle donne di allora: il lavoro di squadra delle autrici. Dividersi le competenze, incrociare le fonti, tenere “la barra dritta” sui dettagli tecnici e, insieme, costruire una narrazione accessibile ma rigorosa. In questo modo Stelitano e Balzarini non hanno solo raccontato: hanno salvato storie. Perché, come mi ha detto Antonella Stelitano concludendo la nostra chiacchierata: quando una storia entra in un libro, da qualche parte resta. E qualcuno, prima o poi, la ritrova.

Com’è nato il progetto di Le donne di Cortina 1956?

È nato in modo molto semplice. Quando si è cominciato a parlare di Cortina, siamo andate a vedere cosa esisteva già: testi, materiali, ricostruzioni. E ci siamo accorte che alla narrazione delle imprese femminili veniva dato pochissimo spazio. Qualcosa c’era (la pattinatrice che vince l’oro, Giuliana Minuzzo che legge il giuramento), ma l’attenzione restava quasi sempre spostata sugli uomini. Da lì è arrivata l’idea: “Andiamo a cercare queste donne: c’erano? cosa hanno fatto? che ruolo hanno avuto?”. E man mano che scavavamo, uscivano figure inattese: donne con altri ruoli, le prime allenatrici, le prime giudici, le prime giornaliste, le ragazze addette alle premiazioni, le segretarie, l’unica tedofora, perfino una donna speaker.

© IPA Agency

Abbiamo iniziato a raccogliere briciole e a ricostruire storie che oggi magari non ci dicono niente per nome, ma che a Cortina sono state artefici di cambiamenti successivi. Alla fine sono piccole storie che raccontano la storia del Paese: dieci anni dopo la guerra, con il diritto di voto alle donne ottenuto da dieci anni, l’Italia che si riaffaccia sulla scena internazionale. E soprattutto una convinzione: se queste storie non vengono raccontate, è come se non fossero mai esistite.

© IPA Agency

Qual è stata la difficoltà maggiore nel ricostruire queste storie “invisibili”?

La difficoltà maggiore è che nessuno si occupava di loro. Nei giornali si parlava degli uomini, e anche quando le donne comparivano spesso erano “di contorno”. Si parte dal rapporto olimpico, che è un elenco, e poi si passano al setaccio i quotidiani dell’epoca. Ma con le donne è complicatissimo: soprattutto all’estero si sposano, cambiano cognome, e così diventa difficile rintracciarle, perfino attraverso i figli che magari non hanno lo stesso cognome. La ricerca è stata davvero una caccia al tesoro: archivi personali, cassetti privati, materiali dispersi. A volte trovi un ritaglio incollato su un quaderno, ma non sai quale giornale fosse, né quando sia uscito. Noi ci abbiamo messo tre anni: per due anni e mezzo ho fatto solo ricerca.

E poi capita che le cose saltino fuori dai posti più impensati: ho scritto a tutte le aziende che avevano fornito materiali ai Giochi: maglioni, scarponi, marchi storici. Mi ha risposto una sola azienda svizzera e grazie a loro abbiamo potuto usare diverse fotografie realizzate dal loro fotografo ufficiale: immagini mai pubblicate prima. È questo che intendo quando dico che è come fare un puzzle cercando i pezzi nelle scatole degli altri puzzle.

Margherita-Bottero ©Limone-Piemonte

Nel libro emergono molte donne che non erano atlete, ma che hanno avuto un ruolo decisivo nell’organizzazione e nella comunicazione dei Giochi. Quanto è importante, secondo lei, allargare oggi lo sguardo oltre la performance sportiva per rileggere la storia olimpica?

È fondamentale. Per questo il libro non è un romanzo: è una narrazione ordinata “per fasi”: candidatura, viaggio della fiaccola, cerimonia inaugurale, gare, e poi tutto ciò che c’era oltre le gare. Abbiamo seguito un filo cronologico e dentro quel filo abbiamo fatto parlare le protagoniste, sportive e non sportive.

La scelta è stata raccontare Cortina attraverso le parole del tempo: quando Giuliana Minuzzo legge il giuramento olimpico (prima donna in assoluto nella storia dei Giochi a farlo) noi riportiamo anche come i giornali raccontano quella scena. Non aggiungo il mio giudizio “del 2026”: uso le parole di allora, perché così capisci lo spirito del tempo. È un modo per essere obiettivi: non mettere gli occhiali di oggi e non trasformare automaticamente tutte in “eroine”, ma restituire la realtà com’era, con le sue luci e le sue ombre. E quando lo fai, succede una cosa bella: i familiari di alcune protagoniste ci hanno detto “l’avete descritta com’era davvero”. Come se, leggendo, sentissero la sua voce.

Momenti di svago della squadra olimpica svizzera a Cortina © Archivio Bally

Cortina 1956 viene spesso raccontata come un simbolo di modernità per l’Italia del dopoguerra. Dal punto di vista delle donne, che tipo di modernità era davvero? Un’occasione di emancipazione o un passaggio ancora pieno di contraddizioni?

Tutte e due. Modernità e contraddizioni insieme. Basti pensare ai titoli dei giornali: una svizzera vince l’oro e viene chiamata “la contadinella” con il sottotitolo sul padre che la voleva vedere mungere le mucche con la medaglia al collo. Io non devo commentare: basta riportare, e il lettore capisce. Oppure citiamo il film Vertigine Bianca in cui c’è una frase che dice tutto: quando la sera gli atleti tornano in albergo, “le donne tornano ad essere donne”, cioè lavorano a maglia, leggono, scrivono. Come se lo sport fosse una parentesi tollerata, una vacanza dal ruolo sociale, e poi si dovesse rientrare nello schema.

Eppure, dentro quella cornice, loro fanno cose enormi senza proclamarsi. C’è chi è madre e continua a fare sport; chi gareggia con infortuni pazzeschi; chi si allena pochissimo perché non esisteva la preparazione di oggi. Lo sport diventa uno strumento di emancipazione, anche se loro non lo chiamavano così. Molte dicevano: “A me piaceva pattinare, non pensavo all’emancipazione”. Ma intanto imparavano a viaggiare da sole, a essere autonome, a gestire relazioni e responsabilità: cose che oggi sembrano banali allora non lo erano.

E poi c’è l’effetto della televisione: a Cortina arriva per la prima volta e all’improvviso tutti vedono una donna che scende in discesa, che fa il fondo, che è forte. E questo, anche se lei sta solo facendo ciò che ama, sposta l’immaginario: “Guarda che è capace”. Un pezzo alla volta, cambia il mondo.

Fiorella Negro © Archivio Paola Romerio Bonazzi

Che cosa spera resti al lettore e alla lettrice dopo la lettura del libro? Più una conoscenza storica, una consapevolezza sul ruolo delle donne nello sport o un invito a interrogarsi su quali storie continuiamo ancora oggi a non raccontare?

In realtà tutte queste cose insieme. A volte qualcuno dice: “È un libro di sport”. Ma non è vero. Chi lo legge poi dice: “È un libro per tutti”. Perché lo sport qui è un mezzo per raccontare un percorso di emancipazione e, più in generale, un pezzo d’Italia. E poi spero resti una cosa: la passione. Mi chiedono spesso cosa è cambiato da allora a oggi. Materiali, allenamenti, contorno: tutto. Ma una cosa è rimasta uguale: la passione. L’impegno, la determinazione, la voglia di riuscire.

Penso a Manuela Angeli, la donna di copertina: ha smesso a 17 anni, eppure ancora oggi dice che se vede uno specchio di ghiaccio che brilla le luccicano gli occhi e vorrebbe mettersi i pattini. È questo che resta. E insieme resta la consapevolezza che, una volta scritte, queste storie non si perdono: anche se tutto il resto sparisse, almeno una copia del libro rimarrà da qualche parte, e qualcuno potrà ritrovarle.

© IPA Agency

La presentazione del libro si inserisce nel programma GIMME FIVE, cartellone di eventi culturali e sportivi nato per accompagnare Milano Cortina 2026 e rendere Trento parte attiva dello spirito olimpico e paralimpico. Il cuore della programmazione è piazza Cesare Battisti, con talk, laboratori e presentazioni letterarie negli spazi dell’ex Niccolini e un maxischermo per seguire le gare. All’interno delle presentazioni letterarie, Le Donne di Cortina 1956 è stato proposto come uno sguardo necessario sulle “prime Olimpiadi bianche in Italia”, e l’incontro si è arricchito della preziosa testimonianza della fotografa trentina Elena Munerati (atleta dal 1946), per una riflessione sul rapporto tra donne, sport e cultura, in collegamento con la mostra In vista dello scatto in collaborazione con l’Archivio fotografico storico provinciale, MUSE e Fondazione Museo Storico del Trentino.

SHARE
//

Tags

sport, cortina, olimpiadi, donne
ARCHIVE