A MUSE di Trento, il pensiero vivente di Helen Catherine Wiesinger

© Thomas Bresson
© Thomas Bresson
Sotto i nostri piedi, nel silenzio della terra, esiste un mondo che respira, comunica e coopera. È il mondo dei funghi, organismi tanto discreti quanto fondamentali, che con il loro intreccio di filamenti sottili – il micelio – connettono radici, alberi e suoli, permettendo lo scambio di nutrienti e informazioni tra le diverse forme di vita. Una rete invisibile e potente, capace di rigenerare, sostenere e unire.
Questo universo nascosto è al centro della ricerca e dello sguardo di Helen Catherine Wiesinger, ricercatrice del MUSE di Trento, che da anni studia le relazioni ecologiche e i meccanismi di interdipendenza tra organismi viventi. Con un approccio che intreccia rigore scientifico e meraviglia, Wiesinger osserva il mondo naturale come un insieme di storie intrecciate, un organismo collettivo dove nulla esiste da solo. È proprio da questa visione che nasce la sua partecipazione alla conversazione “Pensiero neomateriale. Una conversazione su moda, interdisciplinarietà e interspecismo”, in programma venerdì 14 novembre alle ore 18 al MUSE di Trento, accanto a Clizia Moradei, autrice di Moda interspecie. Funghi e pratiche di reincanto, e Alessandra Vaccari, professoressa di storia e teoria della moda allo Iuav.
In questa occasione, il sapere scientifico incontra il linguaggio della filosofia e del design, aprendo una riflessione inedita: cosa accade quando la moda — una delle espressioni più visibili della cultura umana — si lascia ispirare da un mondo invisibile come quello dei funghi? Cosa può insegnarci il micelio, con la sua logica cooperativa e non gerarchica, sul modo in cui viviamo, produciamo, immaginiamo il futuro?

Per Wiesinger, la scienza è un esercizio di ascolto. Ogni organismo, anche il più minuscolo, partecipa a un sistema di relazioni complesso, fatto di scambi, alleanze e trasformazioni. Lo studio dei funghi diventa così un modo per comprendere la vita non come competizione, ma come collaborazione. Il micelio, che vive al confine tra visibile e invisibile, è la dimostrazione che la forza non risiede nella separazione, ma nella connessione.
Nel dialogo con Moradei e Vaccari, Wiesinger porta dunque il suo sguardo analitico ma anche profondamente poetico: quello di chi riconosce nella scienza non solo una disciplina del dato, ma una forma di pensiero che abita la complessità e si lascia attraversare dalla bellezza del vivente. Perché conoscere, oggi, significa anche imparare a coabitare, a osservare senza dominare, a meravigliarsi di fronte alla trama silenziosa che tiene insieme ogni cosa.
Forse è questo il cuore del pensiero neomateriale: un modo di guardare al mondo in cui la materia non è più oggetto inerte ma presenza sensibile, capace di relazione. E se il micelio è la sua immagine più eloquente, allora anche la conoscenza — scientifica o creativa che sia — può farsi rizoma, rete, organismo collettivo. Un invito a pensare con la terra, e non solo sulla terra.

L’incontro di venerdì unisce scienza, filosofia e design. In che modo la conoscenza scientifica può dialogare con il pensiero creativo e contribuire a un nuovo modo di intendere la sostenibilità, non più come limite ma come possibilità vitale?
La scienza ci fornisce dati, sistemi, modelli: ci mostra che gli ecosistemi sono intrecciati, che specie e ambienti non sono entità isolate; pensiamo ad esempio alla nostra specie umana: ognuno di noi si "porta dietro" dai 2 ai 4 kg di microrganismi tra batteri, lieviti e funghi, che sono indispensabili per la nostra vita. Quando questo rigore scientifico viene messo in dialogo con il pensiero creativo e la filosofia - come all’incontro "Pensiero neomateriale. Una conversazione su moda, interdisciplinarietà e interspecismo" - può nascere una narrazione nuova della sostenibilità: non più la riduzione del danno, ma la capacità di attivare processi rigenerativi, di cooperazione, di relazione fra natura, umano, tecnologia, design. In questo modo, la scienza non comunica solo ciò che stiamo perdendo ma diventa anche propositiva, aprendosi a come possiamo immaginare e realizzare alternative.

Il modello miceliare suggerisce una forma di intelligenza distribuita, cooperativa, non gerarchica. È possibile, secondo lei, trarre da questo modello una lezione utile anche per la cultura umana e per i nostri modi di collaborare, creare e abitare la Terra?
In un’epoca di crisi ecologica e sociale, il micelio diventa davvero una metafora potente di coesistenza: ci insegna che vivere sulla Terra non significa occupare uno spazio, ma partecipare a una rete di reciproche influenze. Rappresenta un modello di collaborazione ecologica dal quale potremmo sicuramente trarre ispirazione. Tuttavia, è bene ricordare che anche i funghi sanno essere ottimi parassiti e distruttori di vita: nel bosco regolano la vitalità degli alberi e, quando uno di essi è indebolito o vecchio, sono spesso proprio loro a determinarne la morte. Possiamo quindi dire che i funghi contribuiscono a mantenere l’equilibrio stesso del bosco - un aspetto a cui non siamo abituati a pensare - ma che, proprio attraverso questo processo, innescano nuovi cicli di rigenerazione e rinnovamento forestale.
La ricerca scientifica, come la moda o l’arte, nasce da un gesto di curiosità e osservazione. C’è qualcosa, nel mondo dei funghi, che continua a sorprenderla o che le ricorda quanto ancora abbiamo da imparare dal vivente?
Una cosa che non smette di affascinarmi è il pensare alla loro presenza, diffusa e silenziosa, ovunque: nel terreno che calpestiamo, nell’aria che respiriamo, sul limone dimenticato in fondo al frigo...
All’interno del MUSE, in diverse occasioni, abbiamo provato a coltivare muffe e miceli, ed è sorprendente vederli reagire e crescere rapidamente sui substrati. E poi ci sono i boschi: immaginare distese di miceli, invisibili ma presenti sotto i nostri piedi, e tangibili solo quando, di tanto in tanto, emergono in superficie con quei curiosi cappelli dalle forme e dai colori più diversi. Ogni specie fungina ha sicuramente dietro storie da raccontarci, di evoluzione, di resistenza e adattamento, di relazioni con altre specie, di migrazioni. Tutto questo alimenta la curiosità verso questo regno misterioso.
In un tempo di crisi ecologica, il MUSE ospita spesso incontri che mettono in relazione scienza e sensibilità artistica. Quale crede sia il valore di questi dialoghi interdisciplinari per costruire una nuova cultura ecologica e condivisa?
Il ruolo dei musei contemporanei è anche quello di essere degli spazi di pensiero e trasformazione culturale; il MUSE proprio per questo ha dedicato un'area del suo percorso espositivo all’Agorà, uno spazio di dialogo e d’incontro per le idee di futuro. Si tratta di uno spazio, infatti, per il confronto e la condivisione, aperto alla comunità, dove immaginare futuri desiderabili. Quando la scienza dialoga insieme a dimensioni più artistiche o filosofiche, nasce un linguaggio nuovo, capace non solo di descrivere il mondo ma di trasformare il pensiero e il modo in cui lo percepiamo e quindi lo viviamo.