La notte in cui le antenate ritrovano la strada di casa

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Care sorelle, care viandanti,
questa notte la Luna si farà piena. Sarà una Luna d’autunno, rotonda come una castagna, luminosa come una lanterna dimenticata tra i rami degli alberi. Qualcuna la chiama Luna del Cacciatore, ma io preferisco chiamarla Luna delle Foglie perché è alle foglie che vorrei affidare il racconto di oggi. Alle foglie che si staccano dai rami senza conoscere la paura della caduta, che danzano un’ultima volta nell’aria e poi si adagiano sulla terra dove lentamente diventeranno nutrimento per nuove radici.
Ottobre è il mese delle soglie. La luce si ritira, il bosco si spoglia, la terra raccoglie nel proprio grembo ciò che è stato. Ogni cosa sembra prepararsi a un lungo sonno, eppure, sotto il tappeto delle foglie, la vita continua a lavorare silenziosamente.
Tra pochi giorni sarà novembre, il mese in cui, secondo molte antiche credenze popolari, il confine tra il mondo delle vive e quello delle morte si assottiglia. Un tempo si raccontava che le anime potessero tornare a visitare le case, ripercorrere sentieri conosciuti, sostare accanto ai focolari dove avevano trascorso le loro esistenze.
E allora vorrei condurvi in Valle d’Aosta tra le montagne del Monte Rosa e del Cervino, dove sopravvive il ricordo di un’usanza che trovo di una tenerezza infinita.
A Gressoney-La-Trinité, nella notte dedicata ai defunti, le famiglie lasciavano sulla tavola delle castagne perché le anime delle persone scomparse potessero tornare a nutrirsi. A Valtournenche, in alcune case, si preparavano castagne bollite, zuppe e una brocca d’acqua. Talvolta il cibo veniva lasciato sul davanzale, quasi a indicare la strada a chi, dall’altra parte della notte, desiderava tornare.
Immaginate quelle piccole case di montagna. Il vento che attraversa i larici, il profumo della legna, le ombre lunghe sulle pareti. Una tavola apparecchiata, qualche castagna, una brocca d’acqua. E un posto lasciato vuoto, che vuoto non è.
Mi piace pensare che, in quelle notti, le donne tornassero a sedersi accanto alle donne.
Le nonne accanto alle nipoti. Le madri accanto alle figlie. Le antenate dai nomi dimenticati accanto a quelle che ancora ne custodivano la memoria.
Forse tornavano per raccontare storie che non avevano avuto il tempo di raccontare. Forse per ascoltare quelle delle donne venute dopo di loro. O forse, semplicemente, per ricordare che l’amore conosce modi misteriosi di attraversare il tempo.
Quante donne abitano dentro di noi, sorelle?
Quante mani hanno impastato il pane prima delle nostre? Quante hanno raccolto erbe, intrecciato capelli, accarezzato fronti febbricitanti? Quante hanno guardato la Luna dalla finestra desiderando una vita diversa da quella che era stata loro concessa?
Ci sono donne di cui portiamo il nome, altre di cui conserviamo soltanto una fotografia ingiallita. Donne che abbiamo amato, donne che non abbiamo conosciuto. Donne che ci hanno insegnato a prenderci cura e altre che, forse senza volerlo, ci hanno consegnato le proprie paure.
Perché le antenate non ci lasciano soltanto doni. Ci lasciano anche silenzi, ferite, desideri interrotti. E noi non siamo chiamate a custodire tutto.
Possiamo amare le nostre radici senza dover ripetere ogni storia. Possiamo ringraziare le donne che ci hanno precedute e scegliere, per noi, un destino differente.
Penso spesso a quanto sia simile alla vita delle foglie questa misteriosa genealogia femminile.
Le foglie cadono e scompaiono alla vista, ma non abbandonano davvero l’albero. Tornano alla terra, diventano humus, nutrono le radici che sosterranno nuove primavere.
Così accade anche alle storie. Qualcosa di ciò che è stato continua a vivere in ciò che siamo. Un gesto, una parola, una risata, una forma di coraggio. E qualche volta persino una ribellione, nata dal desiderio di non ripetere ciò che abbiamo visto soffrire.
Non tutte le nostre antenate hanno avuto la possibilità di essere libere. Alcune hanno abitato vite troppo strette, altre hanno dovuto nascondere la propria voce, altre ancora hanno conosciuto la solitudine di desiderare ciò che il loro tempo non permetteva.
Eppure, eccoci qui.
Figlie di donne che hanno vissuto prima di noi. E, in qualche modo, custodi delle possibilità che verranno.
Questa Luna delle Foglie ci invita a volgere lo sguardo indietro, non per restare prigioniere del passato, ma per riconoscere la terra da cui proveniamo.
Perché forse ricordare significa proprio questo: fare spazio a ciò che non possiamo più abbracciare senza smettere di abbracciare la vita.
E allora, sorelle, questa settimana vorrei invitarvi a recuperare l’antica usanza valdostana della tavola dei morti. A trasformarla appena, come si fa con le storie tramandate di generazione in generazione, quando ogni voce aggiunge qualcosa di proprio.
Nella sera del primo novembre, preparate una piccola tavola vicino a una finestra.
Posatevi una candela, una ciotola d’acqua, alcune castagne e una foglia caduta.
Accendete la candela e chiamate dolcemente, nel vostro cuore, i nomi delle donne che desiderate ricordare. Potete pronunciarli ad alta voce, uno alla volta, oppure lasciarli affiorare nel silenzio.
Prendete tra le mani la foglia. Affidatele qualcosa che desiderate lasciare andare: una paura ereditata, una parola mai pronunciata, un dolore che non volete più tramandare.
Poi posatela accanto alle castagne, simbolo del nutrimento ricevuto.
Restate qualche istante in ascolto, lasciando che la memoria trovi il proprio spazio.
Infine, sussurrate:
Alle donne che sono venute prima di me,
alle loro mani, alle loro voci,
ai loro sogni conosciuti e dimenticati.
Custodisco il vostro amore,
restituisco alla terra il vostro dolore.
Che le mie radici siano profonde,
ma che i miei rami possano crescere liberi.
Che ciò che è stato trovi pace,
e ciò che verrà trovi luce.
Lasciate la tavola preparata per la notte. Il giorno seguente restituite la foglia alla terra e raccogliete le castagne per consumarle o compostarle, secondo il loro stato.
Buona Luna delle Foglie, care sorelle.
Che questa Luna ci insegni la dolce arte di lasciare andare, senza dimenticare.
E che le nostre antenate possano continuare a fiorire, in tutte le forme nuove che sapremo dare alla vita.