Il progetto come continuo cambio di scala: una conversazione con Michela e Paolo Baldessari intorno a un modo di progettare che attraversa scale, materiali e linguaggi senza soluzione di continuità.

© Lea Anouchinsky
Il nostro bottino di guerra è la conoscenza del mondo:
– è così grande da stare fra due mani che si stringono
Mi torna in mente questa poesia di Wisława Szymborska mentre ascolto Michela e Paolo Baldessari parlare del loro lavoro: l’immensità che può stare tra due mani, il mondo che cambia dimensione senza per questo perdere la propria complessità. Una scatola di cioccolatini e poi una sedia, una lampada, e ancora una mostra, un museo, un edificio lungo cento metri immerso nel paesaggio taiwanese. Continuo mentalmente ad avvicinarmi e ad allontanarmi, come quando si gioca con lo zoom di una macchina fotografica: entro nel dettaglio di un manico metallico, mi allontano fino a vedere un oggetto intero, poi una stanza, un edificio, un paesaggio. Le dimensioni cambiano continuamente, ma il gesto del progetto sembra rimanere lo stesso.
Penso che sia proprio qui che si trova una delle chiavi per entrare nel lavoro di Baldessari e Baldessari, studio di architettura e design fondato da Giulio, Paolo e Michela Baldessari e attivo tra architettura, industrial e visual design, interni e allestimenti espositivi. Una realtà oggi articolata attraverso diversi gruppi di lavoro e una fitta rete di collaborazioni esterne, capace di muoversi tra progettazioni pubbliche e private, restauri di edifici storici, architettura d’interni, design e mostre in Italia e all’estero. "Sui tavoli si vedevano sempre cose di dimensioni diverse, di scale diverse, di progetti diversi", racconta Michela, e forse è proprio questa immagine del tavolo a spiegare meglio di qualsiasi definizione la loro pratica: progetti lontanissimi per scala e funzione che convivono, si osservano e inevitabilmente finiscono per contaminarsi.

Le loro formazioni sono differenti, Michela arriva dall’industrial design, Paolo dall’architettura, percorsi poi confluiti nello studio del padre e, come dice Paolo, "fusi e confusi" in maniera spontanea. Una modalità di lavoro che riconoscono anche nella tradizione italiana del progetto e nei maestri a cui guardano, da Albini a Castiglioni, fino a Magistretti, dove il confine tra le discipline è molto meno rigido. Non c’è, mi spiegano, una firma formale da ritrovare identica da un oggetto all’altro, "forse è una pratica", suggerisce Paolo, alimentata prima di tutto dalla curiosità e dalla volontà di "mettere le mani in pasta, mettere il naso, mettere gli occhi" là dove si riconosce un tema progettuale interessante. E così sullo stesso tavolo può esserci il packaging di una scatola di cioccolatini e, contemporaneamente, un masterplan dall’altra parte del mondo.
Cominciamo a chiacchierare e quasi subito ci addentriamo nella storia del rapporto con un’azienda taiwanese, che racconta perfettamente questo movimento tra scale differenti. Tutto comincia da una piccola sedia outdoor in plastica, alla quale seguono altri complementi d’arredo, gli allestimenti fieristici tra Europa, Asia e America, un Flexi Store a San Diego e infine un masterplan nei pressi di Taipei, con una struttura produttiva lunga circa cento metri, una parte educational e un’area di hospitality immersa nel paesaggio. Dalla sedia al territorio il passaggio potrebbe sembrare enorme, eppure nel loro racconto appare come una progressiva espansione del progetto: "Abbiamo accompagnato questi clienti tre, quattro, cinque anni in un cambio di scala", racconta Paolo, dal pezzo di design all’allestimento, fino all’architettura.

Questo continuo movimento avviene però anche nella direzione opposta, tornando vicinissimo alle cose, alla loro superficie e alla materia di cui sono fatte. Nel tempo Baldessari e Baldessari hanno collaborato con numerose aziende del design, tra le altre Riva 1920, Pallucco, cc-tapis, De Castelli, Twils, Starpool, Luce di Carrara, Karman, Pieces of Venice, Bross e Baleri Italia, confrontandosi con legno, metallo, pietra, ceramica, tessuto e luce. Ma cosa viene prima, la materia o il progetto? Per Michela le due possibilità sono quasi "intercambiabili": a volte nasce un’idea e immediatamente la si immagina attraverso un materiale, altre volte è proprio l’incontro con una materia a suggerire la direzione da prendere.


La lampada “Bag”, per esempio, nasce dall’incontro tra ceramica e metallo: una forma semplice, quasi un paralume, viene attraversata da un manico metallico che ricorda quello di una borsa, da qui il nome, e che permette allo stesso oggetto di trasformarsi da lampada a sospensione a lampada d’appoggio. Ma dietro alla materia c’è sempre qualcuno che la conosce e Michela racconta quanto il confronto con gli artigiani continui a essere per loro un terreno di scoperta, nel quale è importante "entrare un po’ in punta di piedi e ascoltarli". Il progetto prova magari a spingerli oltre la propria comfort zone, mentre loro restituiscono possibilità realizzative e soluzioni impreviste: "Impariamo tutte le volte qualcosa di nuovo". È forse anche da questo ascolto che deriva la ricerca di una forma capace di durare, qualcosa che Michela definisce evergreen, un modo di guardare alle tendenze senza esasperarle, cercando invece qualcosa di "morbido", "caldo", capace di continuare a essere piacevole nel tempo.

Quando arriviamo agli allestimenti si sente immediatamente che siamo entrati in un territorio particolarmente amato. Per Baldessari e Baldessari l’allestimento è quasi un esercizio di progetto totale, perché obbliga ad "attraversare tutte le aree del progetto", tenendo insieme concept, spazio, materia, grafica, luce, falegnameria, tempi di produzione, budget e relazione con le opere, spesso lavorando in tempi strettissimi. Lo dimostra in maniera quasi estrema “La danza delle avanguardie”, grande mostra realizzata al Mart nel 2006-2007: circa tremila metri quadrati, più di ottocento pezzi e appena quindici giorni per ripensare e realizzare l’intero allestimento, "quindici giorni e quindici notti", ricorda Paolo. Le opere continuavano a salire dal caveau mentre lo spazio prendeva forma e i costumi provenienti da grandi collezioni internazionali dovevano essere protetti e messi in mostra senza il tempo materiale per realizzare apparati complessi. "Questo è il bello dell’allestimento", continua Paolo, perché a un certo punto bisogna "tirar fuori un po’ tutto quello che hai messo in magazzino", recuperare le esperienze precedenti e rilanciarle dentro un problema nuovo.


Un’altra esperienza fondamentale è “Epoca Fiorucci”, allestita a Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia, progetto che nel 2020 ha ricevuto la menzione d’onore al XXVI Compasso d’Oro. In questo caso Baldessari e Baldessari entrano nel progetto già dalla sua costruzione curatoriale, grazie alla conoscenza dell’archivio e dello stesso Elio Fiorucci, e l’allestimento diventa una sorta di set capace di riportare nello spazio museale l’energia dei suoi negozi e di un intero immaginario pop. "È venuta fuori questa esplosione dei materiali, dei colori", racconta Paolo: grandi neon attraversano il soffitto e persino un elemento storico della sala entra nel gioco attraverso una soluzione reversibile, un rivestimento tessile che permette al nuovo intervento di dialogare con ciò che esiste senza modificarlo. La mostra diventa così un ambiente, quasi un mondo temporaneo da attraversare.


Con Depero il rapporto tra opera e spazio diventa ancora più evidente. Baldessari e Baldessari hanno progettato nel tempo numerosi allestimenti dedicati all’artista trentino, confrontandosi ogni volta con materiali e spazi differenti, dai grandi arazzi ai piccolissimi disegni a china. Per “Il Teatro Magico di Depero”, mostra itinerante nata per attraversare luoghi radicalmente diversi, dal grande spazio del MASP di San Paolo alle piccole sale dell’Istituto Italiano di Cultura di Londra, il problema diventa trovare un comune denominatore capace di sopravvivere al viaggio, progettando persino le cornici destinate ad accogliere quei piccoli disegni e costruendo un’identità in grado di adattarsi ogni volta a un nuovo contenitore.

Con “Depero New Depero”, al Mart di Rovereto, progetto selezionato nell’ADI Design Index 2022, è invece la luce stessa a trasformarsi in materiale. Baldessari e Baldessari decidono di intervenire sui lucernari della sala colorandoli, con un gesto capace di modificare radicalmente la percezione dello spazio, mentre le tonalità delle opere salgono verso l’alto e ritornano poi sulle superfici attraverso la luce. Paolo usa un’immagine bellissima per raccontarne l’effetto: "Sembrava di essere dentro, di nuotare dentro un mare viscoso colorato", sotto una superficie che riverbera e rifrange la luce, e Michela aggiunge: "Era proprio come respirare, come essere quasi all’interno di un’opera". La luce smette così di essere soltanto ciò che permette di vedere le opere e diventa parte dell’esperienza stessa.
Il discorso cambia ancora quando lo spazio non è temporaneo e il progetto deve entrare in un edificio che porta già con sé tempo, memoria e stratificazioni. A Palazzo Maffei a Verona Baldessari e Baldessari seguono un intervento integrato che attraversa architettura, restauro, impiantistica e allestimento della Casa Museo, il cui exhibit design è stato selezionato nell’ADI Design Index 2021. Il punto di partenza è ciò che l’edificio conserva, dai soffitti decorati ai fregi, dalle metope alle tracce sopravvissute alle trasformazioni precedenti, mentre dove qualcosa è andato perduto la scelta non è quella di ricostruire un falso storico, ma, nelle parole di Paolo, di creare una "condizione di memoria". Anche l’allestimento viene quindi pensato fin dall’inizio insieme all’architettura e non come uno strato da aggiungere alla fine: contropareti, fodere, boiserie e mobili accolgono le opere e allo stesso tempo permettono allo spazio di trasformarsi. In qualche modo torna qui anche quella parola, evergreen, utilizzata molto prima nella nostra conversazione parlando di design, questa volta applicata a uno spazio capace di durare e allo stesso tempo di accogliere il cambiamento.

Anche lo studio, nel frattempo, è cambiato. "Noi abbiamo iniziato a progettare sui tecnigrafi, adesso siamo arrivati all’intelligenza artificiale", racconta Michela, e dai grandi spazi condivisi si è arrivati a quello che oggi definiscono uno "studio diffuso", distribuito tra luoghi e collaboratori differenti e sostenuto da una rete resa molto più fluida dalla tecnologia. Eppure alcune cose rimangono ostinatamente analogiche, "rimangono pur sempre libri e riviste", dice Paolo, con la carta che continua ad accumularsi e a trovare posto anche quando gli spazi diventano più piccoli. Soprattutto rimane la passione, quella che Michela ricorda di aver "respirato fin da bambini in casa", insieme a una curiosità che permette ancora oggi ai diversi ambiti del progetto di mescolarsi: un arredo disegnato su misura per un interno può diventare un prodotto industriale, un’opera d’arte può entrare in una casa attraverso il dialogo con chi la abita, un materiale incontrato durante una lavorazione può suggerire un nuovo oggetto e una piccola sedia può aprire, nel corso degli anni, la strada verso un progetto di architettura dall’altra parte del mondo.