Contemporary Culture in the Alps
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Cinema

Fémene. Le donne che hanno cambiato la storia delle nostre montagne

Il 21 ottobre al Filmclub di Bolzano, nell’ambito della rassegna Female Views, il documentario di Elena Goatelli riporta alla luce cinquant’anni di emancipazione femminile. Un viaggio tra memoria, diritti e genealogie politiche per ricordare che anche nelle nostre valli è passata un’altra rivoluzione.

12.10.2026
Stefania Santoni

Fémene, Elena Goatelli, film still, © Elena Goatelli

Chi ha detto che l’ideologia è anche la mia avventura?
Avventura e ideologia sono incompatibili.
La mia avventura sono io.
Carla Lonzi

Ci sono rivoluzioni che non hanno bisogno di grandi piazze per cambiare il mondo. A volte cominciano nelle cucine, attorno a un tavolo, nelle conversazioni tra donne che, per la prima volta, scoprono di condividere la stessa insofferenza, le medesime domande, il desiderio di una vita diversa da quella immaginata per loro. Sono rivoluzioni che attraversano i corpi e le relazioni, che mettono in discussione ruoli tramandati per generazioni, che trasformano un’esperienza individuale in una questione collettiva. E che, proprio per questo, troppo spesso rimangono fuori dai libri di storia.

Di questa rivoluzione parla Fémene, il documentario di Elena Goatelli che sarà proiettato mercoledì 21 ottobre, alle ore 20, al Filmclub di Bolzano, all’interno della rassegna Female Views. La serata, organizzata in collaborazione con il Trento Film Festival – Bolzano e l’Archivio storico delle donne di Bolzano, vedrà Ingrid Runggaldier dialogare con la regista. Un incontro che diventa anche l’occasione per interrogare una memoria politica e culturale ancora troppo poco raccontata: quella dei movimenti femministi che, a partire dagli anni Sessanta e Settanta, hanno attraversato il Trentino trasformando profondamente la vita delle donne e, con essa, quella dell’intera società. Presentato alla 74ª edizione del Trento Film Festival, Fémene è un documentario di 61 minuti prodotto da Slow Cinema con la Fondazione Museo storico del Trentino. Al centro, le esperienze di donne di generazioni differenti che si incontrano, si raccontano e ricostruiscono, attraverso la memoria, il lungo percorso dell’emancipazione femminile. Non una storia fatta soltanto di grandi conquiste legislative, ma di gesti quotidiani, scelte, rinunce, desideri e possibilità conquistate lentamente.

About the authorStefania Santoni Sono nata nel cuore di una fredda notte di gennaio tra il bagliore della luna piena e il [...] More
Il titolo, già di per sé, contiene una storia. Fémene, donne, in dialetto trentino. Una parola familiare, profondamente radicata nel nostro territorio, ma che può portare con sé anche il peso del disprezzo e della subordinazione. Quante volte l’essere donna è stato utilizzato come una forma di svalutazione? Quante volte la parola stessa è servita a ricordare un posto assegnato, un limite da non oltrepassare? Riprendersela, farne il titolo di un documentario, significa sottrarla a quella gerarchia e restituirle dignità. Significa, soprattutto, riconoscere alle donne il diritto di raccontarsi con la propria voce.
E proprio la voce è uno degli elementi più importanti di questo lavoro. Perché la storia delle donne è anche una storia di silenzi, di documenti mancanti, di esperienze considerate troppo private per entrare nella memoria pubblica. Per secoli abbiamo imparato a conoscere il passato attraverso le imprese degli uomini, i loro nomi, le loro decisioni, le loro istituzioni. Le donne, quando comparivano, erano spesso madri, mogli, figlie, figure collocate ai margini di una narrazione costruita altrove. Eppure, erano presenti. Pensavano, lavoravano, desideravano, resistevano, organizzavano forme di solidarietà e, soprattutto, contribuivano a trasformare il mondo.

Fare storia delle donne non significa semplicemente aggiungere qualche figura femminile a una narrazione già esistente. Significa cambiare le domande che rivolgiamo al passato. Chiederci che cosa sia stato considerato degno di essere conservato, quali esperienze abbiano avuto accesso agli archivi, quali forme di partecipazione politica siano state riconosciute e quali, invece, siano rimaste invisibili.
In questo senso, Fémene dialoga con una stagione fondamentale della storia trentina, quella del Sessantotto e della nascita dei primi movimenti femministi. Una stagione che la sociologa Elisa Bellè ha ricostruito nel suo prezioso volume L’altra rivoluzione. Dal Sessantotto al femminismo, restituendo centralità alle protagoniste di un cambiamento troppo spesso raccontato attraverso lo sguardo maschile.

Fémene, Elena Goatelli, film still, © Elena Goatelli

Trento, con la sua Facoltà di Sociologia, fu uno dei luoghi simbolo della contestazione studentesca italiana. Ma dentro quella stagione di mobilitazione, che prometteva di trasformare radicalmente la società, molte donne iniziarono a riconoscere una contraddizione: si poteva parlare di libertà, uguaglianza e rivoluzione continuando a riprodurre, nella quotidianità, gli stessi rapporti di potere patriarcali che si dichiarava di voler abbattere. Fu una presa di coscienza decisiva. Le donne cominciarono a interrogare non soltanto le istituzioni, ma anche la famiglia, la maternità, la sessualità, il lavoro domestico, il desiderio e la violenza. Il personale diventava politico. Non uno slogan da ripetere, ma una pratica di conoscenza, una trasformazione profonda dello sguardo su di sé e sulle relazioni.

I gruppi di autocoscienza, in particolare, rappresentarono una delle innovazioni più radicali del femminismo. Sedersi insieme, raccontare la propria esperienza, riconoscere nelle parole delle altre qualcosa della propria vita significava scoprire che ciò che era stato vissuto come un problema individuale aveva spesso radici sociali e culturali. La solitudine diventava consapevolezza condivisa. E quella consapevolezza poteva trasformarsi in azione politica.

Ma la rivoluzione femminista non rimase confinata alle aule universitarie di Trento o ai grandi centri urbani. Attraversò anche le valli, raggiungendo territori nei quali le consuetudini familiari, il controllo sociale e la divisione dei ruoli di genere scandivano profondamente la vita quotidiana. È il caso della Valsugana e del Tesino dove negli anni Settanta prese forma l’esperienza del Gruppo Donne, una delle vicende richiamate dal documentario di Elena Goatelli. Una storia che merita particolare attenzione perché ci ricorda come il femminismo abbia trovato espressione anche nelle comunità montane, attraverso relazioni, incontri e forme di partecipazione collettiva. In questi territori interrogare la condizione femminile significava anche mettere in discussione un’immagine della donna profondamente radicata nella cultura locale: madre, moglie, lavoratrice instancabile, custode della famiglia e della comunità. Ma dietro quella rappresentazione esistevano desideri di autonomia, domande di libertà, aspirazioni che non sempre trovavano parole per essere espresse. Il femminismo contribuì a costruire anche quelle parole, rendendo riconoscibile come questione politica ciò che fino ad allora era stato vissuto come destino individuale.

È qui che il documentario di Goatelli assume un valore ulteriore. Perché ci invita a riconoscere la montagna non soltanto come paesaggio, ma come spazio sociale e politico. Un territorio nel quale le donne hanno sempre sostenuto una parte fondamentale della vita economica e comunitaria, senza che questo corrispondesse necessariamente a un riconoscimento del loro potere decisionale. Siamo abituate a una certa rappresentazione della donna di montagna: forte, silenziosa, instancabile, capace di sopportare la fatica e di tenere insieme la famiglia. Un’immagine che può sembrare celebrativa, ma che spesso nasconde un’altra forma di subordinazione. Perché riconoscere alle donne una straordinaria capacità di sacrificio non equivale a riconoscere loro il diritto alla libertà.

Le donne non hanno bisogno di essere ricordate soltanto per quanto hanno saputo sopportare. Meritano di essere raccontate per ciò che hanno pensato, scelto, desiderato, rifiutato. Anche per la rabbia che hanno provato, per le disobbedienze, per le possibilità che hanno aperto. Una delle intuizioni più interessanti di Fémene è proprio quella di intrecciare la memoria personale con la storia collettiva. Le vicende delle protagoniste si collocano dentro un percorso di trasformazioni legislative e culturali che oggi rischiamo di considerare scontate. Eppure, basta ripercorrere alcune date per comprendere quanto recente sia la costruzione dei diritti delle donne in Italia: il divorzio nel 1970, la riforma del diritto di famiglia nel 1975, la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza nel 1978, l'abolizione del delitto d'onore e del matrimonio riparatore nel 1981. Soltanto nel 1996 la violenza sessuale è stata riconosciuta come reato contro la persona, e non più contro la morale.

Nel documentario questa cronologia attraversa immagini di boschi, prati e montagne. Il paesaggio sembra custodire un tempo lunghissimo, mentre le date ci ricordano quanto siano recenti diritti che oggi appartengono al nostro orizzonte quotidiano. È un contrasto significativo: le montagne appaiono immutabili, ma le società che le abitano cambiano, e cambiano anche grazie alle donne che hanno avuto il coraggio di mettere in discussione ciò che veniva presentato come naturale. Perché è proprio questa una delle grandi lezioni della storia femminista: ciò che viene definito naturale è spesso il risultato di una costruzione culturale. L’idea che le donne siano predisposte alla cura, alla maternità, alla rinuncia, alla disponibilità verso gli altri non appartiene a un ordine immutabile delle cose. È una narrazione storica, prodotta e riprodotta attraverso istituzioni, linguaggi, immagini e relazioni di potere. E, in quanto tale, può essere decostruita.

Ma la storia dell’emancipazione non è soltanto una storia di diritti conquistati. È anche una storia di relazioni tra donne. Di alleanze, di riconoscimento reciproco, di pratiche collettive che hanno permesso di trasformare esperienze individuali in consapevolezza politica. Una storia di sorellanza, se intendiamo questa parola non come un sentimento spontaneo o un’armonia priva di conflitti, ma come la costruzione intenzionale di uno spazio nel quale le differenze possano incontrarsi senza diventare gerarchie. Ed è forse proprio qui che Fémene parla con maggiore forza al presente. Nell’incontro tra generazioni, nella possibilità di ascoltare le donne che ci hanno precedute senza trasformarle in figure monumentali, ma riconoscendone la complessità, le contraddizioni e il coraggio. Perché costruire una genealogia femminile non significa immaginare un passato di eroine perfette. Significa riconoscere che le libertà di cui disponiamo oggi sono il risultato di percorsi spesso difficili, incompleti, attraversati da conflitti e compromessi.

Fémene, Elena Goatelli, film still, © Elena Goatelli

La memoria femminista, del resto, non è mai un semplice esercizio nostalgico. È una pratica politica. Ricordare significa interrogare il presente, riconoscere ciò che è cambiato e ciò che continua a riprodursi sotto forme differenti. Significa domandarsi quanto spazio abbiano oggi le donne nei luoghi decisionali, quanto il lavoro di cura continui a gravare sulle loro vite, quanto la libertà di scegliere del proprio corpo sia realmente garantita, quanto gli stereotipi di genere continuino a orientare aspettative, desideri e possibilità. E significa anche riconoscere che i diritti non sono acquisizioni definitive. Possono essere svuotati, ostacolati, rimessi in discussione. Per questo conoscere la storia dei movimenti femministi non è un interesse riservato alle studiose o alle militanti. È uno strumento indispensabile per comprendere la società nella quale viviamo.

La proiezione bolzanina di Fémene, in collaborazione tra Female Views @ Filmclub e Trento Film Festival, e il dialogo tra Ingrid Runggaldier ed Elena Goatelli, assumono allora un significato che va oltre l’appuntamento cinematografico. La collaborazione con l’Archivio storico delle donne di Bolzano richiama proprio la necessità di custodire e rendere accessibili queste memorie, di costruire luoghi nei quali le esperienze femminili possano continuare a essere raccontate, studiate, condivise. Perché la storia delle donne non è una storia separata. È la nostra storia, anche quando abbiamo imparato a leggerla attraverso altri nomi e altre prospettive.

E forse, uscendo dalla sala, guarderemo in modo diverso anche le montagne che ci circondano. Non soltanto come luoghi di bellezza, appartenenza e tradizione, ma come territori attraversati da desideri di libertà, da disobbedienze quotidiane, da rivoluzioni che hanno cambiato profondamente il nostro modo di abitare il mondo. Dietro ogni diritto, ogni possibilità, ogni spazio che oggi possiamo occupare, ci sono donne che hanno aperto una strada. Alcune le conosciamo per nome. Di molte altre non sappiamo quasi nulla. Fémene ci ricorda che vale ancora la pena cercarle, ascoltarle, raccontarle. Perché una storia che non viene trasmessa rischia di diventare una storia che non è mai esistita. E perché riconoscere le donne che ci hanno precedute significa, in fondo, riconoscere anche le possibilità di libertà che possiamo ancora immaginare insieme.

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filmclub, montagna, femminismo, Elena Goatelli, storia delle donne, trento film festival
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