Neuroni come galassie, mitocondri come ragnatele, cellule illuminate da colori quasi irreali. Con “microscoPICS” Eurac Research porta in mostra quattordici immagini nate nei laboratori di biomedicina. Un viaggio dentro ciò che normalmente non possiamo vedere.

The Heart is Wired, © Eurac Research/Giada Cattelan
Potrebbe essere una galassia fotografata da un telescopio. Un fondale marino. Una costellazione, una radice, un fuoco d’artificio. Oppure un quadro astratto, di quelli davanti ai quali ci si ferma qualche secondo cercando di capire che cosa stiamo guardando. Invece sono neuroni, mitocondri, cellule cardiache, minuscole porzioni di tessuto cresciute in laboratorio.
Bisogna cambiare completamente scala per entrare in microscoPICS - L’universo dentro di noi, la mostra fotografica allestita a Eurac Research a Bolzano dall’8 al 23 ottobre. Le quattordici immagini esposte arrivano dai laboratori dell’Istituto di biomedicina e non sono nate per essere opere d’arte: sono immagini scientifiche prodotte durante il lavoro di ricerca. Servono a osservare cellule e strutture, a studiarne il funzionamento e a comprendere meglio alcuni dei processi coinvolti nelle malattie.
Eppure è difficile guardarle senza pensare anche alla loro bellezza.



C’è un gruppo di neuroni simpatici che allunga i propri prolungamenti nello spazio e sembra esplodere come un fuoco d’artificio. C’è una rete di neuroni dopaminergici che, su un fondo scuro, ricorda una galassia attraversata da filamenti luminosi. Sono immagini che invitano quasi spontaneamente a cercare somiglianze con ciò che conosciamo: costellazioni, rami, paesaggi, trame.
Ma dietro ciascuna c’è soprattutto una domanda scientifica molto concreta. Come si sviluppano e si organizzano le cellule? Come comunicano tra loro? Che cosa accade quando il loro funzionamento si altera? E soprattutto, come possiamo osservare fenomeni che avvengono su una scala completamente inaccessibile ai nostri occhi?
Poi ci sono i colori. Blu elettrico, rosso, verde, giallo. Accostamenti talmente intensi da sembrare quasi artificiali. Ed è forse qui che la mostra diventa ancora più interessante perché ciò che vediamo non corrisponde semplicemente al colore che quelle strutture avrebbero se potessimo avvicinarci abbastanza da guardarle.
Nella microscopia scientifica il colore può essere un codice.
Attraverso marcatori fluorescenti è possibile evidenziare specifiche strutture cellulari e distinguerle dalle altre. In alcune immagini della mostra, per esempio, colori differenti permettono di riconoscere nuclei, mitocondri, fibre nervose o cellule cardiache. Nel cell painting vengono utilizzati contemporaneamente diversi coloranti fluorescenti per mettere in evidenza differenti componenti della cellula. Il risultato è spettacolare, ma soprattutto informativo: una sorta di mappa cromatica di un territorio altrimenti invisibile.
Quei colori, dunque, non servono semplicemente a rendere belle le immagini. Servono a vedere meglio. A separare ciò che sarebbe difficile distinguere, a riconoscere determinate strutture, a seguire una fibra, a confrontare ciò che accade in condizioni differenti. La bellezza arriva quasi di conseguenza.
Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti di microscoPICS: mostrarci quanto sia complesso anche il gesto apparentemente più semplice, quello del vedere. Pensiamo alla vista come a qualcosa di immediato: apro gli occhi e il mondo è lì. La ricerca scientifica, invece, ha bisogno di costruire strumenti capaci di estendere continuamente il nostro sguardo. Microscopi, luce laser, marcatori fluorescenti e tecniche di imaging permettono di rendere osservabili strutture troppo piccole per essere percepite direttamente.


Ciò che appare davanti ai nostri occhi è quindi contemporaneamente reale e tradotto. Reale, perché quelle strutture esistono. Tradotto, perché per renderle accessibili al nostro sguardo abbiamo bisogno di strumenti e codici. Un po’ come accade con una mappa geografica: il bosco non è davvero una macchia verde e il fiume non è una linea blu tracciata sulla terra, ma quei colori ci permettono di orientarci. Qui succede qualcosa di simile: il colore diventa uno strumento per attraversare territori infinitamente piccoli.
Ed è anche per questo che le immagini funzionano per chi di biomedicina sa poco o nulla. Prima ancora di comprenderle, ci attirano. Solo dopo scopriamo che quel filamento luminoso è una fibra nervosa o che una determinata fluorescenza segnala una specifica struttura cellulare. L’immagine arriva prima della spiegazione e ci porta a fare qualcosa che sta alla base della ricerca scientifica: fermarci, osservare, formulare domande.
Poi ci sono le dimensioni. Un corpo cellulare di un neurone dopaminergico misura poche decine di micrometri. Altre strutture osservate dai ricercatori sono ancora più piccole. Eppure dentro queste dimensioni minuscole avvengono processi complessissimi: cellule che si dividono, si specializzano, cambiano forma e costruiscono connessioni.


Tra i modelli studiati nei laboratori ci sono anche gli organoidi, strutture tridimensionali coltivate a partire da cellule staminali e utilizzate per riprodurre alcuni aspetti di determinati tessuti. Permettono alle ricercatrici e ai ricercatori di studiare in laboratorio processi biologici difficili da osservare direttamente nell’organismo e possono essere impiegati anche nella ricerca sulle malattie neurodegenerative.
La stessa attenzione alle connessioni attraversa gli studi sul cuore. Nei laboratori si possono coltivare cellule cardiache e metterle in relazione con cellule nervose, costruendo modelli che aiutano a studiare il dialogo tra sistema nervoso e cuore. Ancora una volta si parte da qualcosa di minuscolo per cercare di capire un sistema molto più grande.

C’è allora un piccolo cortocircuito che attraversa tutta la mostra. Quando pensiamo all’universo immaginiamo qualcosa di smisurato e lontanissimo: stelle, pianeti, nebulose. Qui accade il contrario. Per incontrare immagini che ci fanno pensare a costellazioni e paesaggi dobbiamo avvicinarci. Sempre di più. Entrare nei tessuti, nelle cellule, fino alle strutture che le compongono.
Il grandissimo e il piccolissimo, almeno ai nostri occhi, finiscono curiosamente per assomigliarsi.
Non perché una rete neuronale sia davvero una galassia o un mitocondrio una costellazione, naturalmente. È il nostro sguardo a cercare forme conosciute dentro ciò che ancora non conosce. E forse microscoPICS funziona proprio qui: non tanto perché “trasforma la scienza in arte”, formula forse troppo semplice, ma perché mostra che la ricerca nasce anche da un gesto antichissimo, quello di guardare con attenzione.
Solo che, a un certo punto, gli occhi non bastano più.
Abbiamo bisogno di microscopi, tecniche, luce e persino di colori che la natura non ci mostra in quel modo, per riuscire a vedere ciò che è sempre stato lì.
Un universo intero, dentro di noi.