I vasi irriverenti e i tavoli comunitari di David Romelli e Flavio Rossi sbarcano a EDIT Napoli… prima del “sì”

I tavoli Stammtisch, realizzati con l'architetto Alessandro Scialdone dello studio Scatola Cortese © Serena Eller, foto sfondo © Omar Sartor
Un ottobre denso di emozioni attende David Romelli e Flavio Rossi, il duo fassano-romano anima della firma ÙTOL. In una corsa contro il tempo che sa di vertigine e di festa, la coppia di designer si prepara a vivere giorni cruciali: prima, da venerdì 9 a domenica 11 ottobre, la vetrina di “EDIT Napoli” con i nuovi progetti creativi, poi, pochissimi giorni dopo, domenica 18 ottobre, il loro matrimonio a Roma circondati dagli affetti più cari.
Tra la preparazione dei bagagli per la Campania e l'organizzazione della festa romana, la loro vita professionale e sentimentale si intreccia in un unico e dinamico laboratorio di idee. “È un momento d'intensità assoluta, va tutto a velocità quadrupla - racconta David, il cui percorso affonda le radici tra le vette di Canazei, la formazione da chef durata oltre dieci anni e le visioni maturate nel mondo della moda -. Ma proprio per questo abbiamo deciso che dobbiamo prima di tutto divertirci. Il matrimonio sarà proprio come noi: niente di ingessato, solo amici, gioia, zero etichette. E la stessa energia l'abbiamo riversata a Napoli”.
All’edizione 2026 della fiera internazionale dedicata al design indipendente, editoriale e d'autore, ÙTOL approda per la seconda volta portando in dote una rilettura contemporanea del folklore alpino che si fonde con la verve mediterranea. Il cuore dell'esposizione vede protagonisti i vasi Bufon e la nuova collezione di tavoli Stammtisch, realizzata a quattro mani con l'architetto Alessandro Scialdone dello studio Scatola Cortese. “L'idea dello Stammtisch nasce da un'esigenza pratica e da una visione comune - spiega Flavio, romano, con una solida formazione pittorica all'Accademia di Belle Arti e un passato al fianco dell'artista Cristiano Pintaldi tra Roma e Londra -. Dovevamo esporre i nostri vasi Bufon, ma non volevamo i soliti basamenti usa e getta che finiscono al macero. Con Alessandro, che oltre a essere l'architetto del nostro store al Pigneto è un amico fraterno, ci siamo detti: creiamo dei supporti d'autore che rimangano nel tempo”.



Il concetto rievoca il cuore pulsante delle stüe ladine: il tavolo comunitario dove la vita accade, tra conversazioni, bicchieri di vino, diatribe politiche e giochi da carte. Tre declinazioni in ferro saldato a mano, dal coffee table alla consolle fino al tavolo da gioco, tinteggiate nella profonda sfumatura del Fassaner Blau e arricchite da "goces" ceramiche rosse. “Nelle nostre valli la stüa era il centro dell'universo domestico e la convivialità si consumava al chiuso, attorno al legno riscaldato dalla stufa - riprende David -. A Napoli la vita esplode per strada, nei vicoli, all'aperto. Con lo Stammtisch mettiamo queste due anime allo stesso tavolo. E per le estremità delle gambe abbiamo pensato a dei piedini a forma di stella, ispirati ai fregi dei comuni della Val di Fassa ma anche alla stella alpina e alla forma che si vede guardando un vaso Bufon dall'alto. È anche un richiamo al linguaggio teatrale e cinematografico: gli attori sanno che devono camminare fino al punto segnato dalla stella e fermarsi. Ecco, lo Stammtisch è un invito a rallentare, ad accomodarsi e ad abitare lo spazio”.
Sopra questi arredi scultorei svettano i vasi Bufon, evoluzione dei pezzi presentati all'ADI Design Museum di Milano durante la mostra Sciscioré - Il gioco come gesto alpino curata da Anna Quinz e riadattati in dimensioni imponenti. Qui la ceramica sostituisce il tradizionale pino cembro per trasfigurare la maschera più irriverente del Carnevale fassano in un vaso d'uso, dominato da un naso prominente e dal pendaglio a forma di goccia. “Il Bufon è l'unica maschera del Carnevale ladino che ha diritto di parola - chiarisce Flavio -. È il personaggio che sbeffeggia i potenti del paese, dal sindaco al farmacista, protetto dall'anonimato della voce ovattata. Tradurre questo spirito nella ceramica significa fare dell'ironia uno strumento di contestazione e di leggerezza. La "gocia" pendente, che in montagna è simbolo apotropaico e di malizia, a Napoli diventa l'equivalente perfetto del cornetto portafortuna. È un ponte inaspettato tra il misticismo alpino e il folklore partenopeo”.


Questo uso sovversivo dell'ironia e della parola scorre in tutta la produzione di Ùtol, che in passato ha affrontato temi complessi e politici: dalla censura del corpo nella collezione Nip sui capezzoli, decontestualizzati come papille cutanee identiche in uomini e donne, ai baci di rossetto impressi dalle nonne sulle tazzine “Kiss Collection”, fino alle ceramiche per timidi recanti sul fondo l'invito "bacialo" o i piatti con le caselle "Ti vuoi mettere con me? Sì, no, forse”. “Il nome ÙTOL, che in ladino significa semplicemente "utile", è una dichiarazione d'intenti e una risposta diretta alla celebre boutade di Oscar Wilde nel “Dorian Gray”, secondo cui tutta l'arte è completamente inutile - sottolinea David -. Noi crediamo invece che la bellezza debba servire, debba essere impugnata, usata, vissuta ogni giorno. Siamo cresciuti con il mito dei “servizi buoni” della nonna chiusi nelle credenze per paura di sbeccarli. Vogliamo che la tazzina d'oro o il vaso importante entrino nella routine quotidiana, che facciano parte del disordine e della vita di chi li possiede”.

Il processo creativo del duo si fonda sulla dinamica integrazione di due visioni distinte. Se Flavio porta il rigore progettuale, lo studio sistematico e la sensibilità pittorica per le superfici e per le ombre dell’intensa serie “Ombries”, David lavora d'istinto, guidato dalla manualità e da un'immediata plasticità scultorea. “Io sono quello che deve mettersi al tavolo con matita e carta per tracciare ogni linea prima di toccare la materia - ammette Flavio sorridendo -. David invece arriva in laboratorio, afferra il blocco d'argilla e comincia a modellarlo o al tornio senza mediazioni. È un processo complementare: ci scontriamo, ci confrontiamo, ma alla fine ogni pezzo porta l'impronta di quattro mani”.
Questa sintesi alchemica trova il suo ecosistema ideale nell'asse geografico ed emotivo che connette le vette dolomitiche di Canazei al vulcanico quartiere Pigneto, a Roma. Tra via Fortebraccio e via Braccio da Montone, il loro laboratorio-store si comporta come un moderno "basso napoletano", aperto sulla strada e immerso in una vitalità stratificata. “Il Pigneto è un crocevia incredibile di umanità - riflette David -. Ci trovi l'artista, il regista, il vecchio artigiano in pensione, ma anche la vita di strada più cruda. In questa confusione costante dove non esiste mai il silenzio, lavorare l'argilla diventa una forma di meditazione profonda; la lentezza e il silenzio interno delle montagne convivono con la ruvidità dell'esterno e tutta la "sporca eleganza" del quartiere finisce per imprimersi sulle nostre ceramiche, nelle piccole imperfezioni, nei segni del pennello”.

In questa dimensione quotidiana, la ceramica si rivela “un materiale genuinamente democratico e catartico”. Terra e acqua che attivano un contatto viscerale, al punto da trasformare i corsi nel loro studio in sessioni quasi terapeutiche per professionisti in cerca di decompressione. “L'argilla ha una natura popolare, immediata, ma custodisce una permanenza millenaria - sintetizza Flavio -. È frangibile ma eterna. E riserva sempre sorprese sbalorditive: la principessa Odescalchi se ne è innamorata e ha acquistato i nostri pezzi della serie “Ombries” per il suo palazzo romano e oggi le nostre ceramiche sono il controcanto a una tela gigante del Caravaggio”.
Dalle cime innevate della Val di Fassa ai vicoli di Napoli fino alla veracità del Pigneto, il percorso di David e Flavio continua a trasformare la materia in racconto in un viaggio creativo che celebra l'imperfezione del "fat a man", il valore della memoria e il coraggio di plasmare, giorno dopo giorno, un'idea di arte che sia prima di tutto condivisione e vita vissuta.