“Where We Belong” attraversa la toponomastica femminile di Bolzano per riportare alla luce storie, presenze e assenze inscritte nello spazio pubblico.

© Samira Mosca
Ci sono città che raccontano la propria storia attraverso i monumenti, le architetture, le piazze. Ma esiste una narrazione più discreta, così quotidiana da diventare quasi invisibile: quella affidata ai nomi delle strade. Li pronunciamo per dare un indirizzo, li leggiamo sui cartelli, li attraversiamo ogni giorno senza domandarci quasi mai chi siano le persone alle quali sono stati dedicati. Eppure anche una targa è un dispositivo di memoria: stabilisce quali vite meritano di entrare nel paesaggio urbano e quali, invece, rimangono ai suoi margini.
È da questo sguardo sulla città che nasce Where We Belong, progetto ideato da Micol Piovesan (divulgatrice di intenti) e sviluppato in collaborazione con Samira Mosca (artista vincitrice del premio Piero Siena e curatrice) attraverso Lasecondaluna, realtà che da quattro anni lavora all’intersezione tra arte e dimensione sociale. Un’indagine sulla toponomastica femminile di Bolzano che diventa una domanda politica e culturale: quanto spazio occupano le donne nella memoria della città? E cosa raccontano, al contrario, le loro assenze?

Per Micol tutto comincia letteralmente sotto casa. «Di fronte a casa mia c’è una via dedicata a una donna e mi sono chiesta chi fosse». La donna è Anna Ruedl Zagler, filantropa che nell’Ottocento aprì la propria casa alle donne anziane che avevano svolto lavori di cura presso le famiglie bolzanine e non avevano, a loro volta, nessuno che potesse occuparsi di loro. Da quel gesto nacque una struttura protetta destinata alle donne. «Mi sono incuriosita e mi sono chiesta quante altre storie come quella di questa donna ci fossero all’interno della città». Una domanda semplice, quasi domestica, che finisce per modificare il modo di guardare l’intero spazio urbano.
Micol prende allora lo stradario di Bolzano e comincia a contare. «Sul totale cittadino meno del 6% delle vie è dedicato a donne laiche». Il progetto sceglie infatti di concentrarsi sulle figure non religiose. Restringendo il campo alle vie intitolate a persone laiche, circa 148, quelle dedicate alle donne sono il 18%. Una sproporzione evidente che però non si esaurisce nei numeri. Il dato quantitativo diventa piuttosto il punto di partenza per chiedersi dove si trovino quelle strade, quanto siano estese, quanto risultino riconoscibili e, infine, quanto sappiamo delle persone alle quali sono intitolate.
«Abbiamo constatato andando nelle vie che spesso quelle dedicate alle donne sono nelle zone nuove della città, in zone periferiche oppure sono stradine e passaggi» mi racconta Samira. Non c’è, sottolineano, un grande corso centrale intitolato a una donna la cui storia si imponga quotidianamente nella geografia cittadina. E anche per questo il gesto di andare fisicamente nei luoghi, fotografarli e riprenderli nei video ha assunto all’interno del progetto un significato particolare. Micol aggiunge un altro elemento: «Più della metà non sono presenti sulle mappe online e in una via abbiamo riscontrato che non c’è neanche il cartello stradale».

L’invisibilità, insomma, si stratifica: è numerica, geografica, cartografica. E riguarda anche le biografie. Ricostruire le vite delle 26 donne al centro del progetto ha richiesto un lavoro di ricerca non sempre semplice. «Spesso online non si trova nulla e a volte si trovano più informazioni sui mariti di queste donne che sulle donne stesse». Una constatazione che sposta inevitabilmente il discorso dalla toponomastica alla maniera in cui la storia è stata costruita, conservata e trasmessa.
È qui che Where We Belong supera il censimento e diventa un lavoro sulla costruzione della memoria. «Spesso viene detto che non ci sono figure femminili nella storia» osserva Samira. «Invece l’assenza non significa che le donne non ci fossero: significa che il silenziamento e l’abbassamento della loro rilevanza sono stati un processo duraturo». L’assenza di nomi femminili non corrisponde, dunque, a un’assenza delle donne dalla vita sociale, politica, scientifica o culturale. Racconta piuttosto i meccanismi attraverso i quali alcune storie sono state considerate meno rilevanti di altre. La stessa toponomastica, continua Samira, finisce così per agire «sul non ritenere storie femminili degne di essere raccontate, effettivamente degne di essere scritte nello spazio pubblico».

Raccontare quelle assenze significa allora compiere il movimento contrario: restituire visibilità a storie che appartengono alla città e al territorio e che sono sempre esistite, anche quando non hanno trovato posto su un cartello.
Le biografie recuperate raccontano infatti donne molto diverse tra loro. C’è Lucia Frischin, ricordata come la prima donna registrata all’anagrafe di Bolzano, che pagò per ottenere l’iscrizione: una vicenda che Micol legge anche come una storia di rivendicazione del proprio diritto a essere riconosciuta come cittadina. Ci sono scienziate, artiste, protagoniste della vita politica e della Resistenza. Micol cita Lise Meitner, Maria Winkelmann, Ingeborg Bauer Polo, Andreina Emeri e Maria Delago: «Abbiamo veramente un parterre variopinto a 360 gradi. Questo ci ricorda che le donne si possono occupare di tutto e che succedeva già secoli addietro: non ci stiamo inventando nulla».
Tra le figure che più hanno segnato Micol ritorna proprio Anna Ruedl Zagler, la donna dalla quale la ricerca era cominciata. «Parliamo di una donna nata a metà Ottocento a Caldaro, in un contesto che non riesco neanche a immaginare, e che decide di fare un gesto di generosità veramente grande, un gesto coraggioso, senza chiedere in cambio nulla». Raccontarne la storia assume così il senso di una piccola restituzione: «Ci sembrava quasi doveroso restituirle qualcosa. Fare nome e cognome vuol dire ricordare e darle il posto che si merita. Where We Belong, qual è il nostro posto, parte un po’ anche da qui».

Per Samira uno degli incontri più toccanti è stato invece quello con la storia di Marcella Casagrande, raccontata da una donna che aveva avuto con lei un legame personale. In quel caso la memoria urbana ha incontrato una memoria ancora viva e affettiva. «È stato molto emotivo questo ricordo e questo ricordare anche attraverso lo spazio. L’intitolazione è anche un modo per ricordare persone che non ci sono più, non soltanto figure dell’Ottocento, ma persone che hanno avuto una storia difficile e che sono conosciute da persone che ancora vivono a Bolzano».
La ricerca ha inoltre riportato alla luce un precedente lavoro dell’Archivio storico dedicato alle donne legate alla storia del Lager di Bolzano, dal quale erano nate alcune intitolazioni. Tra queste quella a Filomena Dalla Palma, partigiana e infermiera internata nel Lager, il cui passaggio, sottolineano le curatrici, non compare sulle mappe online. Scoprire che in città esistevano già percorsi di ricerca e attenzione verso la toponomastica femminile è stato per Samira anche un segnale importante: «Vedere che già ci sono stati movimenti e un’attenzione a Bolzano per intitolare a donne delle strade è stato un po’ un sollievo. L’importante però è andare avanti e con questo progetto è un po’ quella l’idea».


Where We Belong costruisce inoltre un ponte fra queste biografie e il presente. Le persone coinvolte per raccontare le storie delle strade non sono state scelte soltanto come voci narranti: sono a loro volta testimoni di una presenza femminile in ambiti professionali e sociali differenti. «Abbiamo avuto ricercatrici dell’Eurac, attiviste per il clima, davvero tante figure diverse che ci hanno riportato anche delle loro riflessioni su come è il lavoro, su come è la loro figura professionale all’interno di certi contesti» racconta Samira. Il confronto tra le vite delle donne ricordate dalle targhe e quelle di chi oggi attraversa quegli stessi spazi permette così di osservare ciò che è cambiato, ma anche ciò che resta ancora da fare.
Del resto, che cosa cambia davvero se una città comincia a dare più spazio alle donne nei nomi delle proprie strade? «I nomi delle vie non sono solo indicazioni geografiche, sono sistemi di riferimento culturale» osserva Samira. Li impariamo crescendo, li pronunciamo, li percorriamo quasi senza accorgercene: diventano parte del modo in cui una comunità racconta se stessa e trasmette il proprio sistema di riferimenti. «La presenza di figure femminili permette non solo di agire sulla città, ma anche di agire sull’idea di importanza delle donne, di valore e di presenza nella storia e nella società contemporanea».
Micol spinge la riflessione ancora oltre: «La toponomastica non è mai neutra. Quando decidiamo a chi intitolare una via, stiamo decidendo a quale storia dare visibilità o meno». Ogni intitolazione è dunque una scelta e, come tale, porta con sé una visione della memoria pubblica. Interrogare le targhe significa interrogare i criteri attraverso i quali una comunità costruisce e tramanda il proprio immaginario: chiedersi non soltanto chi vi sia entrato, ma anche chi ne sia rimasta fuori.
Per questo il progetto non si ferma alla ricerca. Fin dall’inizio l’incontro tra Micol e Lasecondaluna ha permesso di mettere in relazione il contenuto legato al genere, alla toponomastica e allo spazio urbano con una dimensione propriamente artistica. Fotografia, video, grafica e opere realizzate da artiste del circuito de Lasecondaluna accompagnano le biografie. È una pluralità di linguaggi che sottrae la ricerca alla sola dimensione documentaria e la riconsegna alla città sotto forma di immagini, racconti e incontri.
Il 25 ottobre, in occasione del festival ELLA, Where We Belong verrà presentato in premiere al pubblico attraverso una camminata guidata: il percorso toccherà 7 delle 26 vie intitolate a donne e ne racconterà la storia. La ricerca tornerà così fisicamente nei luoghi dai quali è partita. Camminare lungo quelle strade, fermarsi davanti alle targhe, conoscere le vite che custodiscono diventerà un modo per modificare, almeno temporaneamente, lo sguardo sulla geografia quotidiana. L’evento costituisce un’introduzione viva e partecipata al tema della toponomastica femminile: un modo per vivere la città in maniera più equa e consapevole, rimettendo al centro le soggettività storicamente invisibilizzate nello spazio pubblico.

Tre giorni dopo, il 28 ottobre, il progetto sarà invece restituito alla città negli spazi di Eurac attraverso i video realizzati, una mostra fotografica con gli scatti di Samira e l’esposizione delle opere nate intorno al progetto. Ma soprattutto l’incontro diventerà un esercizio di partecipazione: cittadine e cittadini potranno proporre nomi di donne e persone FLINTA alle quali dedicare nuove strade. Il gruppo sta inoltre approfondendo il regolamento comunale per capire se quelle proposte possano, in seguito, tradursi anche in una raccolta firme.
«Un lavoro più accademico è già stato fatto dal Centro di competenza di storia regionale dell’Università di Bolzano, che ha realizzato un manuale di 400 biografie» spiega Micol. «Il nostro invece vuole essere un esercizio dal basso: vogliamo sentire la voce delle persone che siamo certe abbiano tanto da dire su questo argomento». Due piani differenti, dunque: da una parte la ricerca storica e archivistica, dall’altra la possibilità di aprire la questione alla cittadinanza, chiedendole direttamente quali nomi e quali storie vorrebbe vedere rappresentati nello spazio comune.
Where We Belong guarda così al passato per porre una domanda sul futuro. Non soltanto chi abbiamo deciso di ricordare, ma chi vogliamo rendere visibile nella città che verrà. «L’idea è quella di far riflettere le persone in modo che Bolzano non smetta di interrogarsi su chi ricordare e chi si dimentica» dice Samira. Una riflessione che può estendersi anche all’accoglienza di soggettività non binarie e, più in generale, alla pluralità delle persone che abitano la città.
Samira allarga ulteriormente il campo. Una volta messo in discussione il modo in cui lo spazio urbano rappresenta le persone, la domanda non può infatti esaurirsi nei nomi delle vie: «Si può iniziare a ragionare veramente sull’illuminazione notturna, sui servizi igienici pubblici, sui punti di allattamento sicuri. Si può veramente ampliare molto il punto di osservazione e su questo penso che abbiamo tantissimo da fare».

La toponomastica diventa allora una soglia attraverso cui entrare in una questione molto più ampia: chi viene pensata quando viene pensata una città? Chi può riconoscersi nella sua memoria, chi può attraversarne gli spazi sentendoli anche propri, quali corpi e quali esperienze vengono contemplati nella loro progettazione? Perché appartenere a una città non significa soltanto vedere il proprio nome scritto su una targa: significa poterla attraversare, riconoscersi nella sua memoria e trovare spazio nei modi in cui è stata immaginata.
«Il nostro vuole essere un semino» conclude Micol, «un punto di partenza per aprire una riflessione più ampia e, a nostro avviso, doverosa». Forse è proprio questa la forza di Where We Belong: partire da qualcosa di apparentemente ordinario come un nome scritto all’angolo di una strada per incrinare l’abitudine con cui guardiamo la città. E scoprire che dietro ogni targa non c’è soltanto un’indicazione geografica, ma una scelta di memoria; e che cambiare le storie che scegliamo di rendere visibili significa, almeno in parte, cominciare a immaginare diversamente anche lo spazio che condividiamo.