Contemporary Culture in the Alps
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Photography

Variazione sul tema: il progetto fotografico di Massimo Giovannini

Dopo la mostra alla 00A Gallery di Trento, il progetto fotografico di Massimo Giovannini arriva a Merano. Dalla serialità degli oggetti prodotti industrialmente emerge ciò che resiste alla ripetizione: quella diversità minima e inattesa che rende ogni elemento irriducibilmente unico.

07.09.2026
Francesca Fattinger

© Massimo Giovannini

Variazione sul tema nasce da uno slittamento di sguardo, da un gesto tecnico e ripetitivo, apparentemente marginale, verso una pratica di osservazione radicale.
Massimo Giovannini

Leviamoci per un momento lo sguardo che già sa e appendiamolo a un chiodo. Quello sguardo veloce che riconosce prima ancora di vedere, che assegna un nome, una forma, una categoria e poi passa oltre: orsetto gommoso, biscotto, caramella, rigatone, merendina. Uno uguale all’altro, uno dopo l’altro, dentro una confezione che promette proprio questo, che ciò che contiene sia replicabile, prevedibile e in qualche modo identico. Proviamo invece a indossarne un altro, uno sguardo che non cerchi subito di capire, ma sappia fermarsi, che conceda alle cose abbastanza tempo da permettere loro di smettere di assomigliarsi. Forse è questo che mi interessa più di tutto in Variazione sul tema, il progetto fotografico di Massimo Giovannini che ho incontrato qualche mese fa negli spazi della 00A Gallery di Trento e che dal 25 settembre al 10 ottobre arriverà a Merano, al Centro per la Cultura, grazie alla collaborazione tra 00A Centre for Contemporary Photography e Mairania 857.

© Massimo Giovannini

Mi interessa la possibilità di pensare il guardare come un esercizio di attenzione, un gesto apparentemente minimo e silenzioso che può però incrinare le griglie dentro cui sistemiamo continuamente ciò che incontriamo. Perché la diversità che appare nelle fotografie di Giovannini non urla, non ha bisogno di imporsi: è una diversità minuscola, che straripa dai modelli silenziosamente, con cautela, attraverso una sbavatura, una piega, un’inclinazione appena diversa, un margine irregolare, una forma un poco più schiacciata. L’eccezione sopravvive all’interno della serie e, una volta vista, diventa difficile tornare a non vederla.

© Massimo Giovannini

Il progetto nasce nel 2014 da uno "slittamento dello sguardo" e dall’esperienza professionale di Giovannini nel campo della fotografia commerciale, dove il prodotto viene normalmente fotografato su fondo neutro secondo un linguaggio standardizzato che deve renderlo immediatamente riconoscibile, funzionale, quasi intercambiabile. È proprio all’interno di questa grammatica industriale dell’immagine che l’artista apre una piccola frattura: ciò che dovrebbe essere seriale e uniforme, sottoposto a uno sguardo più lento, comincia a rivelarsi irriducibilmente differente. Giovannini apre una confezione e fotografa uno per uno tutti gli elementi che contiene. Pasta, biscotti, caramelle, orsetti gommosi, merendine e altri piccoli prodotti industriali vengono separati dalla massa e posti davanti all’obiettivo nelle medesime condizioni: stessa luce, stessa inquadratura, stessa scala, stessa possibilità di apparire. Il progetto si sviluppa poi negli anni attraverso diverse serie, ciascuna costruita a partire dal numero reale degli elementi contenuti nella confezione originaria.

Potrebbe sembrare un esercizio di catalogazione e invece, fotografia dopo fotografia, la ripetizione comincia a disfare l’identità che sembrava voler dimostrare. Nessun pezzo coincide davvero con un altro: cambiano la forma, la superficie, la proporzione, l’inclinazione, rimangono piccole tracce del processo che li ha generati. Quando osserviamo davvero ciò che ci sembra identico scopriamo una zampina leggermente più grande, una caramella un po’ più schiacciata, il bordo diverso di un pezzo di pasta. Differenze piccolissime che normalmente non vediamo perché, semplicemente, guardiamo troppo in fretta.

© Massimo Giovannini

Il titolo Variazione sul tema contiene già tutto questo: il tema è la forma comune, la matrice condivisa, il modello seriale; la variazione è invece ciò che eccede la norma, lo scarto minimo, l’imperfezione, l’unicità inattesa. Modello ed elemento che eccede il modello convivono così nella stessa immagine e l’ordine, invece di cancellare la differenza, finisce paradossalmente per renderla visibile.

C’è qualcosa di straniante anche nella dimensione che questi oggetti assumono nello spazio espositivo. Ciò che normalmente attraversa le nostre mani senza quasi essere visto, sia esso un orsetto gommoso destinato a sparire in bocca in pochi secondi, un biscotto o un pezzo di pasta, viene sottoposto a un’attenzione quasi sproporzionata. Il minuscolo diventa monumentale: le singole stampe, riunite nello spazio secondo il numero reale degli elementi contenuti nella confezione originaria, costruiscono grandi costellazioni modulari che si adattano al luogo espositivo; accanto a queste esistono composizioni-mosaico che condensano invece l’intera serie in sottoinsiemi.

© Massimo Giovannini

Da lontano vediamo il pattern, il ritmo, la ripetizione, quasi una grammatica interna capace di tenere insieme tutto. Avvicinandoci, però, quella grammatica comincia a incrinarsi e ciò che appariva come una massa torna a farsi moltitudine. Era una delle cose che mi aveva colpita visitando la mostra di Trento: da lontano le composizioni sembravano ordinate e quasi perfette, mentre da vicino cominciavano a emergere continuamente piccole differenze. Forse, allora, una parte del lavoro consiste semplicemente nel trovare la distanza giusta, avvicinarsi abbastanza perché la categoria non basti più.

Nel testo scritto per il progetto, il curatore Gabriele Lorenzoni, che ne ha seguito da vicino lo sviluppo, colloca il lavoro di Giovannini all’interno di una storia più ampia della serialità fotografica, richiamando in particolare Bernd e Hilla Becher e la Scuola di Düsseldorf. La griglia, la frontalità, la ripetizione, la neutralità apparente dello sguardo non servono infatti soltanto a mostrare ciò che accomuna gli oggetti, ma diventano dispositivi attraverso cui la differenza può emergere. Lorenzoni chiama in causa anche il concetto di mutazione di Katherine Hayles: il modello porta sempre con sé la possibilità della propria interruzione, quel punto in cui qualcosa devia dal pattern e costringe il sistema a prendere una nuova direzione.

© Massimo Giovannini

Nelle fotografie di Giovannini questa mutazione non è spettacolare, anzi è quasi impercettibile. L’orsetto resta un orsetto, il rigatone un rigatone, eppure qualcosa non coincide: una piega, una superficie, un’ombreggiatura, una deformazione minima. È proprio il rigore della serie a permetterci di scorgerla. Come osserva Lorenzoni, il dettaglio diventa paradigma: ogni elemento è riconoscibile nella propria singolarità pur continuando ad appartenere a un insieme. L’elemento non deve uscire dalla serie per essere unico, può restarvi dentro e contemporaneamente eccederla.

È qui che, per me, il lavoro comincia ad andare oltre la riflessione sulla produzione industriale e a riguardare qualcosa di molto più vicino al nostro modo di stare al mondo. Guardare davvero significa forse superare il pregiudizio dell’apparenza, non perché dietro le cose debba necessariamente nascondersi qualcosa di misterioso, ma perché troppo spesso non concediamo loro abbastanza tempo per manifestare la propria complessità.

© Massimo Giovannini

La fotografia di Giovannini sembra sospendere il giudizio. La luce neutra, il fondo uniforme, la frontalità e quella che Lorenzoni definisce “una presunta assenza di interpretazione soggettiva” costruiscono atmosfere sospese nelle quali nulla ci suggerisce quale elemento preferire o dove dirigere lo sguardo. A ciascuno viene concessa, come scrive lo stesso artista, “la stessa possibilità di apparire”: il dispositivo fotografico non stabilisce una gerarchia, ma crea uno spazio di equità visiva dentro il quale le differenze possono emergere autonomamente. È per questo che nella lettura di Lorenzoni, il lavoro di Giovannini diventa allora anche una "contro-narrazione visiva alla logica dell’appiattimento": dietro la maschera dell’identico rimane una differenza che resiste, una diversità minima che il sistema tende a cancellare e che uno sguardo lento e scrupoloso può invece restituire.

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fotografia, 00A Gallery, Gabriele Lorenzoni, Massimo Giovannini, centro per la cultura merano
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