Contemporary Culture in the Alps
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Leggendarco alpino

Ciò che l’acqua non trattiene

Un racconto di anguane, acque profonde e liberazione sotto la Luna Piena dello Storione

28.08.2026
Stefania Santoni

© Rawpixels

Care sorelle, care viandanti,

se questa notte passerete vicino all’acqua non abbiate fretta. Fermatevi, sedetevi sulla riva e ascoltate.

Agosto sta finendo e la terra lo sa prima di noi. Il giorno conserva ancora il calore dell’estate, ma le ombre si allungano, le sere arrivano prima, nei campi si raccolgono i frutti maturi e si custodiscono i semi. Alcune piante continuano ostinate a fiorire, altre hanno già cominciato a ritirare la linfa verso le radici. È il tempo in cui l’estate, lentamente, si prepara a congedarsi da se stessa. Non tutto può essere trattenuto. La terra questo lo sa.

Questa mattina, poco dopo l’alba, la Luna è diventata piena. È la Luna dello Storione, chiamata così per quei grandi pesci antichissimi che un tempo, alla fine dell’estate, popolavano numerosi le acque dei grandi laghi. Lo storione conosce le profondità. Vive vicino al fondo, dove la luce arriva appena, e attraversa il buio senza chiedergli di diventare giorno. Per questo noi anguane amiamo la sua Luna: ci ricorda che a volte bisogna scendere sul fondo per ritrovare ciò che avevamo perduto. Altre volte bisogna scendere per riconoscere ciò che è rimasto con noi troppo a lungo e avere il coraggio di non riportarlo in superficie.

Questa Luna, sorelle, parla proprio di questo. Di ciò che finisce. Di ciò che si scioglie. Di ciò che finalmente possiamo deporre. E per raccontarvelo devo affidarvi una storia che noi anguane ci tramandiamo da molto tempo: la storia della notte in cui il mostro scomparve.

Quando ero un’anguana giovane credevo che essere buona significasse saper sopportare. Avevo imparato ad aspettare, a comprendere, a perdonare. A non occupare troppo spazio, a non desiderare troppo, a fare della mia voce una cosa piccola. Soprattutto, avevo imparato una delle menzogne più antiche raccontate alle donne: che amare significasse restare. Così rimanevo. Anche quando qualcosa mi feriva. Anche quando il mio corpo si contraeva e una voce, da qualche parte dentro di me, continuava a ripetere: qui non stai bene.

Con me viveva un mostro. Non chiedetemi che aspetto avesse: ogni sorella che ascolta questa storia gli dà un volto diverso. Il mio non aveva squame, artigli o denti. Era fatto di tutte le cose che avevo imparato a sopportare. Era la paura di deludere, il desiderio di essere scelta, ogni «sì» pronunciato mentre il mio corpo diceva «no». Era la colpa ogni volta che provavo a tracciare un confine. E aveva fame. Si nutriva del mio tempo, del sonno, della voce, del desiderio. Più gli offrivo parti di me, più diventava grande.

Io, intanto, aspettavo. Che qualcosa cambiasse. Che qualcuna si accorgesse della mia stanchezza. Che arrivasse il giorno in cui non avrei più dovuto chiedere il permesso di stare bene. Poi compresi una cosa: le mie sorelle potevano camminare accanto a me, ma nessuna poteva attraversare quella soglia al posto mio.

Accadde durante una Luna dello Storione. Quella sera ero stanca. Non triste, non disperata: stanca. E qualche volta la stanchezza conosce la verità prima del coraggio. Mi tolsi i vestiti e scesi nel lago. Nuotai verso il centro, sotto quella Luna enorme, finché le luci sulla riva diventarono piccolissime. Sotto di me c’era soltanto il buio. Pensai agli storioni, creature capaci di attraversare le profondità senza confondere l’oscurità con una condanna.

Fu allora che compresi: non dovevo uccidere il mostro. Dovevo smettere di offrirgli parti di me.

Non avevo bisogno di una spada e nemmeno di diventare più forte. In mezzo al lago pronunciai soltanto una parola: basta. Basta restare dove devo rimpicciolirmi per essere accolta. Basta chiedere perdono per i miei confini. Basta chiamare amore il sacrificio. Basta aspettare di essere scelta. Basta abbandonarmi per paura che siano le altre ad abbandonarmi.

Quella notte, sorelle, tornai dalla mia parte.

E quando raggiunsi la riva, le altre anguane erano lì. Una mi avvolse in un telo, un’altra mi asciugò i capelli, un’altra ancora mi mise tra le mani una tazza calda. Nessuna volle interrogarmi. Nessuna mi disse cosa avrei dovuto fare. Mi fecero posto nel cerchio.

Questo, sorelle, è ciò che abbiamo imparato: la sorellanza non è salvarci a vicenda. È non lasciare nessuna sola davanti alla propria soglia. È esserci senza sostituirsi, sostenere senza possedere, custodire senza trattenere. È prestare la propria voce a una sorella quando la sua trema e poi restituirgliela. È credere alla sua parola. È riconoscere la sua stanchezza senza trasformarla in debolezza. È ricordarle la strada verso se stessa quando per troppo tempo le hanno insegnato ad allontanarsene. La cura, allora, non è sacrificio: è una pratica di reciprocità. Circola. Passa di mano in mano. Nessuna ne è soltanto custode e nessuna soltanto destinataria.

«Sorella», mi domandò quella notte l’anguana più giovane, «ma il mostro dov’è finito?». Guardai il lago. «Non lo so». «È morto?». «No». «È fuggito?». Scossi la testa. «Allora come fai a sapere che è scomparso?». Rimasi un momento in silenzio. «Perché non gli appartengo più».

Da allora ho capito che lasciare andare non significa dimenticare. L’acqua conserva memoria delle pietre, delle radici, della neve sciolta, dei corpi che l’hanno attraversata. Eppure continua il suo corso. Non trattiene ciò che incontra per dimostrare di averlo amato. Anche noi possiamo aver amato qualcosa e non appartenergli più. Possiamo deporre una paura, una colpa, un ruolo, una promessa diventata troppo stretta. Possiamo congedarci perfino dalla donna che ci avevano insegnato a diventare.

Guardate la terra. Nessun albero considera un fallimento la foglia che cade. Nessun fiume chiede perdono quando trova un altro passaggio. Nessun seme può germogliare senza rompere la forma che fino a quel momento lo aveva custodito. La natura non ci insegna a trattenere. Ci insegna quando è tempo di trasformare.

Care sorelle, care viandanti, forse anche voi state portando qualcosa da troppo tempo. Questa Luna non vi chiede di essere forti. La forza è stata pretesa dalle donne abbastanza a lungo. Vi chiede piuttosto di ascoltare. Domandatevi: che cosa sto continuando a custodire anche se non custodisce più me?

Poi provate a respirare il silenzio.

Forse la risposta arriverà dall’acqua. Forse dal ventre. Forse dalla voce di una sorella seduta accanto a voi.

Noi anguane abbiamo imparato che non siamo venute al mondo per esercitarci nella sopportazione. Siamo qui per desiderare, riposare, cambiare forma, prendere spazio, dare e ricevere cura. Per amare senza consegnarci. Per essere libere senza essere sole.

Perché forse la libertà non è andare via da tutte.

Forse è poter finalmente tornare a sé e trovare, sulla riva, un cerchio di sorelle che ci ha tenuto il posto.

Il rito delle acque profonde

Per questa Luna procuratevi una ciotola d’acqua, un piccolo pezzo di carta e un filo.

Sedetevi in silenzio e pensate a qualcosa che da tempo occupa uno spazio troppo grande dentro di voi. Non chiedetevi se sia giusto lasciarlo andare. Domandatevi soltanto: quanto di me sto ancora consegnando a questa cosa?

Sul foglio non scrivete il suo nome. Scrivete invece ciò che volete riprendervi: il mio tempo, il mio sonno, la mia voce, la mia leggerezza, il mio desiderio, la mia fiducia. Una cosa soltanto.

Arrotolate il foglio e legatelo con il filo. Poi immergete le mani nell’acqua e tenetele lì per qualche istante. Pensate allo storione, alla sua lenta vita sul fondo, alla sua capacità di attraversare acque oscure senza appartenere all’oscurità.

Quando sentite che è il momento, tirate fuori le mani e sciogliete il filo.

Non tagliatelo. Scioglietelo.

Mentre lo fate dite soltanto:

Quello che era legato può tornare libero.

Conservate il foglietto fino alla prossima Luna nuova. Il filo, invece, lasciatelo sciolto accanto alla ciotola per tutta la notte.

Al mattino usate quell’acqua per una pianta.

Perché ciò che finisce non deve necessariamente essere distrutto. Può cambiare forma, tornare alla terra, diventare nutrimento per qualcos’altro.

E forse è proprio questo che la Luna dello Storione viene a insegnarci: la liberazione non è sempre uno strappo. A volte comincia da un nodo che finalmente decidiamo di sciogliere

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anguana, luna piena, leggendarco alpino
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