A Centrale Fies, nell’ambito di LOVE IS POLITICAL, Violetta Cottini presenta Fey: un viaggio tra fototrappole, creature mutaforma e visioni infrarosse dove l’immaginazione diventa uno strumento per interrogare i confini del reale.

Violetta Cottini, courtesy the artist
Ci sono immagini che documentano e immagini che aprono possibilità. Immagini che sembrano dirci «questo è accaduto» e altre che, proprio mentre registrano una presenza, insinuano il dubbio che ciò che vediamo possa essere soltanto una parte di ciò che esiste. È in questo spazio incerto, tra apparizione e prova, realtà e immaginazione che prende forma Fey, il lavoro di Violetta Cottini che sarà presentato domani 24 luglio alle 20 a Centrale Fies all’interno di LOVE IS POLITICAL.
Al centro della ricerca c’è un dispositivo apparentemente semplice: una fototrappola, una macchina costruita per rimanere immobile, attendere e registrare ciò che attraversa il suo campo visivo quando l’essere umano non è presente. Animali, movimenti, passaggi fugaci. Ma nelle mani di Cottini questa tecnologia perde progressivamente la sua funzione puramente documentaria e diventa una macchina dell’immaginazione, capace di mettere in discussione il confine tra quello che sappiamo di aver visto e quello che potremmo aver intravisto.
Nella visione infrarossa gli occhi brillano, i corpi cambiano consistenza, le figure sembrano appartenere per qualche istante a un altro mondo. È da questa alterazione percettiva che possono comparire fate, draghi, changeling: creature provenienti da un immaginario antico che Fey non recupera come semplice repertorio folklorico, ma come possibilità di interrogare il presente. Figure instabili, mutaforma, capaci di attraversare le soglie e di rendere meno sicure le separazioni tra umano e non umano, naturale e soprannaturale, vero e immaginato.

La domanda che attraversa il lavoro è allora tanto semplice quanto radicale: chi decide che cosa esiste e che cosa no? Prendere sul serio l’immaginazione significa anche sottrarla a quel territorio di irrilevanza nel quale siamo abituate a confinare la magia, la fantasia, l’infanzia. Significa riconoscerle la capacità di modificare la percezione e, attraverso di essa, il modo in cui abitiamo il reale.
Non è difficile comprendere perché Fey trovi spazio dentro una cornice come LOVE IS POLITICAL dove Centrale Fies torna a interrogare le relazioni come luoghi di trasformazione e di costruzione di mondi possibili. Anche il fantastico, in fondo, può diventare una pratica di world-making: non una fuga verso un altrove consolatorio, ma l’apertura di una crepa nel presente, uno spazio nel quale ciò che consideriamo impossibile possa almeno tornare a essere pensato.
Nella pratica di Cottini danza, video, arti visive, oggetti e installazione partecipano alla costruzione di questo ecosistema senza gerarchie. L’immagine modifica il corpo, il corpo attraversa e deforma l’immagine, la materia diventa presenza e la tecnologia smette di essere un semplice strumento. Tutto concorre alla creazione di un’atmosfera nella quale vedere non significa necessariamente comprendere e nella quale, forse, è proprio l’incertezza a permettere una forma differente di conoscenza.
L’altrove evocato da Fey non sembra dunque trovarsi davvero altrove. È nascosto nelle pieghe dell’esistente, nelle montagne e nei paesaggi da cui provengono le fantasie, nelle cose infinitamente piccole, nelle presenze che sfuggono allo sguardo, nei racconti che continuiamo a tramandare nonostante non possiamo provarne la verità. Basta forse modificare per un momento la posizione da cui guardiamo.
Ho parlato con Violetta Cottini di fototrappole e immaginazione, di fate e changeling, di corpi, paesaggi e tecnologie e di quella sottile zona di confine nella quale il reale smette di essere qualcosa di definitivamente stabilito.
Siamo abituati a pensare che la videocamera serva a documentare la realtà. In Fey, invece, sembra diventare uno strumento per immaginarla. Che cosa può rivelare l’immaginazione che uno sguardo apparentemente oggettivo non riesce a vedere?
L’immaginazione apre alla possibilità che qualcosa d’altro possa esistere. Non è solo una questione di visione, l’immaginario si fa modo di percepire. È come quando ti sembra di aver visto qualcosa, forse è un ricordo, forse una visione, forse il passaggio di un animale o forse assolutamente niente. Ma qualcosa intanto dentro si è mosso. Mi interessa spostare l’attenzione da ciò che la fototrappola registra a ciò che rende possibile immaginare. In Fey e nella mia ricerca in generale, filmare e fantasticare sono due gesti molto vicini. Entrambi costruiscono mondi e mettono in discussione il confine tra realtà e finzione.

Fate, draghi e changeling appartengono a un immaginario antico che continua ad attraversare la cultura contemporanea. Che cosa trovi in queste figure che parla ancora al presente? Ti interessa il loro valore simbolico, la loro dimensione politica o la loro capacità di mettere in crisi il nostro modo di guardare il mondo?
Per me queste creature possono essere davvero un modo altro di guardare il mondo. Portano con sé qualcosa che è molto legato alla domanda “chi decide cosa esiste e cosa no?” E ad un modo di stare nelle cose del mondo percettivamente, aprendo all’impossibile, dove ogni cosa vibra di presenza e dà importanza all'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande. Mi interessa che continuino a risuonare nel presente in una forma ambigua, abitando luoghi strambi dell’immaginazione. Politicamente per me è importante portare un tema di serietà laddove finzione, frivolezza, infantilismo, magia. Perché non credere nelle fate? Chi le ha relegate soltanto in un terreno di fantasia e finzione, di leggende? Penso che permettere loro di esistere possa parlarci molto. Mi interessa che le domande restino domande, come queste creature mettono continuamente in crisi il confine tra realtà e finzione. Sono figure che abitano le soglie: cambiano forma, attraversano i confini, sfuggono alle definizioni. Esistono in uno spazio in cui umano e non umano, naturale e soprannaturale, vero e immaginato smettono di essere categorie così distinte.

La tua ricerca intreccia danza, arti visive, video e installazione. Come dialogano questi linguaggi durante il processo creativo? C’è un momento in cui capisci che un’intuizione deve prendere forma attraverso il corpo, piuttosto che attraverso un'immagine o un oggetto?
È un lavoro dove le parti vanno avanti insieme, la ricerca sulla visione e sul video prende un tempo di esplorazione, immaginazione e montaggio. Insieme al gruppo abbiamo cercato di ricreare una dimensione di ripresa fantastica, attraverso lunghe passeggiate notturne. Contemporaneamente c’è il rapporto con gli oggetti o le materie che abitano questo luogo. Il video alimenta l’immaginario, la creazione di oggetti e materie pure e di conseguenza anche il corpo. Mi interessa che il lavoro sull’installazione e sul video crei dei portali dove sprofondare, i corpi che abitano questi luoghi si muovono secondo la creazione di un'atmosfera. Per me non esiste una gerarchia tra i linguaggi. Tutti questi elementi convivono fin dall'inizio e si trasformano reciprocamente. Il corpo arriva quando qualcosa non può più essere soltanto guardato, ma deve essere attraversato. Mi interessa che la danza non rappresenti un'immagine, ma la abiti, la deformi, la contraddica. Anche gli oggetti, i video e i costumi non funzionano solo come scenografia. Cerco di costruire un ecosistema in cui corpi, immagini, materia e dispositivi tecnologici abbiano la stessa dignità e possano modificarsi a vicenda. Nel loro attrito che spesso emerge il lavoro.
In Fey affiora l’idea di un “altrove”in cui immergersi e scomparire, non come destinazione ma come possibilità di trasformazione. Che cos’è per te questo altrove? È uno spazio dell’immaginazione, della memoria o un modo diverso di abitare il presente?
Questo altrove per me è uno spazio dell’esistente che non si mostra nella sua totalità, è frammentato, disperso. Sicuramente è legato ad un luogo lontano, ai paesaggi d’origine delle fantasie, alle montagne alla lotta delle cose piccole, invisibili, alla magia ma è anche un modo di porsi delle domande sul presente.