Il 23 luglio Ten Thousand Feet, a Milano, ospita la ricerca di Stefania Zanetti: una mostra che nasce dal dettaglio e dalla materia per costruire un linguaggio sensoriale in cui il cibo, il corpo e la fotografia diventano strumenti di ascolto e di presenza

Lost and present, what happens when two things touch that were never meant to © Stefania Zanetti
Lost and present, what happens when two things touch that were never meant to © Stefania Zanetti
Siamo abituati a pensare che la fotografia serva a riconoscere il mondo. A fermarlo, catalogarlo, renderlo leggibile. Eppure esiste un altro modo di fotografare: uno che non cerca risposte, ma domande; che non invita a identificare ciò che vediamo, ma a sostare dentro ciò che sentiamo. È questo il territorio in cui si muove Pulse, Hunger, Pleasure, la nuova mostra della fotografa trentina Stefania Zanetti ospitata il 23 luglio nello spazio di Ten Thousand Feet a Milano.
Le immagini raccolte in questa serie sembrano provenire da un luogo dove il linguaggio non è ancora arrivato. Frammenti di materia commestibile, porzioni di pelle, superfici che potrebbero appartenere a un corpo, a un frutto, a una pietra o a un paesaggio. L’occhio, almeno all’inizio, prova a fare ciò che ha sempre fatto: riconoscere, classificare, trovare un appiglio. Ma è uno sforzo destinato a fallire. Ed è proprio in questo fallimento che il lavoro di Stefania trova la sua forza.
Per la fotografa il soggetto non è mai davvero il cibo, né il corpo. Sono soltanto un linguaggio, una materia attraverso cui esplorare qualcosa di più profondo: la fame, il desiderio, il piacere, il bisogno di restare in ascolto di ciò che accade dentro di sé. Una ricerca che procede per intuizioni più che per concetti dove il dettaglio diventa un intero universo e l’immagine nasce prima nel corpo che nella mente. Ogni fotografia sembra ricordarci che esistono esperienze impossibili da tradurre completamente in parole e che, forse proprio per questo, l’arte continua a essere necessaria.

Anche il processo creativo racconta questa ricerca di prossimità. Lo scatto è soltanto l’inizio. Le immagini vengono stampate, attraversate da interventi manuali mediante diverse tecniche analogiche, nuovamente fotografate e ristampate. Si stratificano, si trasformano, perdono la loro apparente bidimensionalità per acquisire una qualità quasi epidermica. È un gesto paziente, fatto di ritorni e di ascolto, in cui la fotografia smette di essere semplice registrazione del reale e diventa una materia viva, capace di trattenere il tempo e il contatto.
Lo stesso accade nello spazio espositivo. Alcune opere sono stampate su seta e lasciano immaginare un movimento leggero, quasi un respiro. Altre sono custodite in cornici artigianali trattate con essenze profumate perché anche l’olfatto entri a far parte dell'esperienza. È un invito a rallentare, a sospendere l’urgenza dell’interpretazione, a lasciare che siano il corpo e i sensi ad aprire la strada allo sguardo. In un tempo che ci spinge continuamente a riconoscere, definire e consumare le immagini, Pulse, Hunger, Pleasure propone il gesto opposto: restare. Restare davanti a una superficie finché smette di essere soltanto una forma e diventa memoria, presenza, vibrazione.

C’è anche un altro ritorno che attraversa questa mostra. Dopo anni trascorsi a Milano lavorando prevalentemente nella fotografia commerciale ed editoriale nel mondo dell’hospitality tramite cui gira il mondo con il suo progetto Savour Duo, Zanetti ritrova uno spazio dedicato alla propria ricerca artistica. Non è un semplice cambio di direzione, ma il recupero di una voce personale che nel frattempo ha continuato a maturare, sedimentando esperienze, dubbi e trasformazioni. Pulse, Hunger, Pleasure nasce così da un’urgenza intima: quella di mostrare il mondo non per come appare, ma per come viene percepito quando si abbassa il rumore del pensiero e si torna ad ascoltare il corpo.
In questa intervista Stefania mi ha raccontato la genesi del progetto, il rapporto tra fotografia e materia, il valore del dettaglio, il dialogo tra corpo e cibo e la scelta di costruire immagini che resistono alla definizione. Un invito a guardare più lentamente e, forse, a ricordarci che alcune delle esperienze più profonde della nostra vita non chiedono di essere comprese, ma semplicemente attraversate.


Nel percorso espositivo convivono opere diverse tra loro. Qual è il filo invisibile che le tiene insieme e che speri il pubblico riesca a cogliere?
Al centro c’è il corpo, piccolo e prezioso, e sui muri e alle finestre le diverse sfumature del mio piacere, in scala decisamente più grande e importante, che viene da dentro per dargli che esiste oltre alla forma; dandogli importanza.
Ho utilizzato diverse tecniche nella realizzazione delle immagini per renderle meno bidimensionali e più carnali con un susseguirsi di livelli applicati e stesi in maniera intuitiva. Anche in mostra le immagini sono presentate su supporti diversi, alcuni più statici, altri più fluidi, per offrire un’esperienza immersiva.
Le cornici sono artigianali, e insieme a un amico artista, Giulio Boccardi, sto sviluppando un modo per ampliare l’esperienza da un punto di vista olfattivo: guardando l'immagine, l’olfatto potrà supportare un viaggio non razionale. Vorrei portare i visitatori dentro ciò che sono, facendoli distaccare da uno sguardo formale e oggettivo, nella speranza che possano avvicinarsi loro stessi all’ascolto delle proprie percezioni.

Che rapporto hai instaurato con lo spazio che ospita la mostra? In che modo l’architettura, la storia o il contesto hanno influenzato il tuo lavoro?
Lo spazio è lo studio di amici che curano progetti digitali e di comunicazione (Ten Thosand Feet), persone che stimo, e che mi hanno invitata a esporre. Mi è piaciuto subito: piccolo e intimo, contenuto ma allo stesso tempo aperto sul mondo di Milano che saluto con questa mostra. Curano anche una piccola pubblicazione cartacea con le mie foto: apprezzo molto i progetti editoriali che durano nel tempo, e sono felice di poter vedere le mie immagini entrare nelle vite delle persone in modi diversi.
Le tue opere sembrano lasciare spazio all’'interpretazione di chi osserva. Quanto è importante, per te, che il pubblico costruisca un significato personale attraverso l’esperienza della mostra?
È indispensabile. Chiedo però che si possa fare un passo indietro rispetto a uno sguardo formale, e provare ad ascoltare se le opere comunicano qualcosa oltre.
Tutto ciò che è raccolto qui chiede di essere sentito prima ancora che il pensiero prenda forma. Invito a lasciare che lo sguardo attraversi texture e tonalità così come attraversa i sentimenti più intimi: senza la necessità di una destinazione, senza il bisogno di dare un nome a ciò che incontra. Vorrei le persone guardassero finché la forma smette di essere un limite.

Le opere non chiedono soltanto di essere guardate, ma anche percepite con il corpo: il profumo, la materia, la vicinanza fisica invitano a un’esperienza che coinvolge tutti i sensi. Cosa ti interessa esplorare attraverso questa dimensione sensoriale?
È una conversazione di sensi.
Nasce per continuare a cercare me stessa, e il mio piacere che muta in tutte le sue sfumature. È una finestra sui miei bisogni e le mie sensazioni, per dare voce a ciò che percepisco ma che spesso rimane nell’ombra, come tutte le voci del mio corpo, come l’aspirazione a qualcosa di spirituale, sviluppando un linguaggio di comprensione che mi permetta di rientrare in contatto con me stessa.
Mi piace l’idea di dare spazio e tempo a qualcosa di leggerissimamente importante.
Il mio lavoro esplora lo spazio tra sensazione e pensiero dove l’esperienza esiste prima di diventare linguaggio o interpretazione. Attraverso il cibo e la materia tattile, cerco una forma di ascolto con il corpo, lasciando che le immagini emergano dall’istinto piuttosto che dal concetto. Mi interessano i momenti di percezione pura, quando riconoscimento e memoria si sospendono e il presente rimane intatto: in questo stato, il cibo smette di essere un oggetto e diventa un veicolo per stati interiori, intimità e desiderio.
La fotografia diventa così una pratica di attenzione e cura, un modo per preservare sensazioni fragili prima che si dissolvano nel significato. Ogni composizione è un tentativo di rimanere nell'ignoto, resistendo alla spiegazione e alla definizione esterna. Vorrei che chi guarda potesse incontrare le immagini come esperienze fisiche ed emotive, sentire prima di comprendere, ed entrare in uno spazio dove la presenza precede l'interpretazione.

Se chi visita questa esposizione potesse portare con sé una sola domanda, una sensazione o un’immagine, quale vorresti che fosse?
Un nodo in gola da sciogliere, e tutte le intenzioni di farlo.