Erik Saglia racconta «Fly-by», una mostra che trasforma il cielo in una mappa di possibilità e il paesaggio di Cavalese in parte integrante dell’opera

Erik Saglia. Fly-by, Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese © Nicola Morittu
Erik Saglia. Fly-by, Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese © Nicola Morittu
Per secoli il cielo è stato la prima mappa dell’umanità. Prima dei satelliti, degli algoritmi e della geolocalizzazione, erano le costellazioni a orientare i viaggi, a suggerire direzioni, a nutrire l’immaginazione. Oggi quello sguardo sembra essersi abbassato verso gli schermi, eppure è proprio al cielo che Erik Saglia torna a rivolgersi con Fly-by, la mostra personale allestita al Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese visitabile fino al 18 ottobre. Curata da Elsa Barbieri, l’esposizione riunisce circa quaranta opere che prendono avvio dalla griglia modernista per trasformarla in un dispositivo percettivo aperto capace di riflettere il paesaggio, accogliere la presenza del pubblico e mettere in discussione l’idea di uno sguardo unico e definitivo.
Il titolo, mutuato dal linguaggio dell’astronautica, indica il sorvolo ravvicinato che una sonda compie accanto a un pianeta per raccogliere dati e immagini. È una metafora che attraversa l’intero progetto: l’opera non si offre come un oggetto da contemplare, ma come uno spazio da attraversare dove ogni osservatore costruisce una traiettoria diversa. Dai Manifesti Satellite ai grandi wall painting realizzati per il museo, fino all’installazione conclusiva dedicata alla volta celeste, Fly-by invita a recuperare un rapporto con il cielo non come luogo della fuga, ma come esercizio di orientamento, immaginazione e scoperta.

Questa relazione con il paesaggio trova un’ulteriore estensione nel dialogo con Cavalese. La mostra è stata infatti concepita in stretta connessione con il territorio: Saglia ha aperto le finestre del museo per mettere le opere in relazione con il profilo delle montagne e con la luce della valle, trasformando il paesaggio in una presenza viva all’interno del percorso espositivo. Un legame che sarà al centro anche dell’appuntamento di domani, sabato 18 luglio alle 17.30, quando il Museo presenterà il catalogo della mostra insieme a una visita guidata condotta dalla direttrice e curatrice Elsa Barbieri. A seguire sarà inaugurato lungo il Rio Gambis il percorso La Collezione vive a cielo aperto, un progetto che porta una selezione di opere della collezione permanente negli spazi urbani, rafforzando il dialogo tra arte contemporanea, natura e comunità.
Ho incontrato Erik Saglia per approfondire il significato di Fly-by, il rapporto tra pittura e osservazione, e il modo in cui il cielo continua a suggerire nuove possibilità di orientamento.

Fly-by è una mostra profondamente site-specific: ha aperto le finestre del museo, ha messo le opere in dialogo con il paesaggio e ha costruito il percorso pensando al cielo di Cavalese. Come è nato questo confronto con il luogo?
La prima volta che sono stato al museo di Cavalese sono rimasto molto colpito dagli scorci che le finestre aprono sul paesaggio: dall’erker alla stanza di cirmolo, dal lungo salone con il soffitto decorato a stucchi fino al piano superiore, dove le due sale hanno una struttura più vicina al white cube.
Sono ambienti molto diversi tra loro per architettura, atmosfera e struttura, ma accomunati da questa relazione con l’esterno, con Cavalese e con la Val di Fiemme. Molte finestre erano chiuse o schermate da tendaggi. Il primo gesto è stato semplice e decisivo: aprire tutto e lasciare entrare la luce. Da lì il progetto ha iniziato a costruirsi, pensando al museo non come a uno spazio isolato, ma come a un dispositivo di osservazione.
In che modo il territorio ha trasformato il progetto espositivo?
Non direi che sia stato il territorio a trasformare il progetto; piuttosto, il progetto ha cercato di adattarsi al territorio e di rapportarsi a esso in modo silenzioso.
Ho trascorso diverse giornate all’interno del museo, dalle prime ore del mattino fino a tarda sera, osservando come cambiavano la luce, le stanze e il paesaggio. Cavalese mi è sembrata un luogo estremamente preciso: ogni dettaglio, ogni negozio, gradino, campanile, panchina, albero sembra partecipare a una forma di armonia. La mostra ha provato a misurarsi con questo rigore, un rigore al quale non ero abituato e che è difficile ritrovare altrove.

Nelle tue opere la griglia è una presenza costante, ma sembra perdere la rigidità che storicamente la caratterizza. Quanto conta, nel tuo lavoro, il momento in cui una struttura razionale lascia spazio all’imprevisto, alla luce, al riflesso e alla presenza di chi guarda?
La griglia non va intesa solo come una struttura rigida. La considero piuttosto un dispositivo flessibile: a seconda di come viene usata può contenere, ordinare, ma anche aprire nuovi spazi.
Non amo particolarmente l’imprevisto; cerco di mantenere un forte controllo sulle opere che realizzo. Però quel controllo non serve a chiudere l’immagine, ma a creare le condizioni perchéé qualcosa possa accadere nella relazione con lo spazio e con chi guarda. La luce e i riflessi, per me, non sono incidenti: fanno parte del modo in cui l’opera esiste. Diventano evidenti quando il pubblico torna a confrontarsi fisicamente con un lavoro, e non solo attraverso uno schermo.
I Manifesti Satellite nascono dall’osservazione di immagini raccolte dalle sonde spaziali, ma sembrano parlare soprattutto del nostro modo di abitare la Terra. È un archivio di forme, un esercizio di immaginazione o un modo per ritrovare un orientamento?
È un progetto molto ampio, che porto avanti da quasi cinque anni e che, proprio perché si sviluppa nel tempo, ha avuto la possibilità di crescere e cambiare direzione. Per una serie di dipinti, lavorare a lungo su uno stesso nucleo di immagini permette di ampliare lo studio, non solo dal punto di vista teorico, ma anche nella consapevolezza pittorica.
C’è sicuramente una componente archivistica, legata alla conoscenza del sistema solare e alle immagini prodotte dalle sonde spaziali. Ma mi interessa soprattutto recuperare una postura da viaggiatore, da scopritore, da navigatore, e non semplicemente da soggetto “navigato” da una mappa, come spesso accade con strumenti come Google Maps. Cercare nel cielo, in questo senso, significa riportare l’orientamento su un piano attivo, non passivo.

Molte delle opere in mostra cambiano continuamente a seconda della luce, dell’ora del giorno e del movimento del visitatore. Ti interessa l’idea che il quadro non sia mai definitivo, ma che si completi ogni volta in una relazione diversa con lo spazio e con chi lo attraversa?
Il mondo cambia con la luce, con l’ora del giorno e con il punto di vista. Noi però siamo sempre più abituati a una visione statica e apparentemente perfetta, filtrata dagli schermi. La maggior parte delle opere oggi la incontro prima attraverso un’immagine digitale; per questo, quando posso visitare una mostra, un museo o lo studio di un artista, la considero un’occasione importante per riabituare lo sguardo e forzare i limiti che ci stiamo imponendo. L’uso di superfici riflettenti nelle mie opere amplifica la difficoltà della riproduzione fotografica. Mi interessa il rapporto tra occhio, corpo e opera più che la sua traduzione in immagine.