Intervista alla designer Barbara Schweizer: dalla mostra “Sciscioré”, dove i suoi lavori dialogano con quelli di Riccardo Schweizer, al suo percorso personale nel design

Barbara Schweizer, © Daniele Nalesso
Barbara Schweizer, © Daniele Nalesso
«Ogni bambino è un artista. Il problema è come rimanere un artista quando si cresce.»
Pablo Picasso
Un'infanzia trascorsa tra arte, architettura e design, sospesa fra il mare di Venezia, la luce della Costa Azzurra e le montagne del Trentino. Per Barbara Schweizer, originaria di Feltre, crescere accanto al padre, l'artista e designer Riccardo Schweizer, ha significato abitare fin da bambina un universo fatto di paesaggi, persone e linguaggi profondamente stimolanti, dove la creatività era parte del quotidiano. Un mondo da esplorare con la fantasia, ma anche con le mani: tra fogli da disegno, ceramiche, officine, laboratori e cantieri, facendo esperienza diretta del lavoro, della sperimentazione e della disciplina che ogni progetto richiede.
Ci sono due cose durature che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali, recita un noto aforisma. Un'immagine che racconta bene il percorso di Barbara: da una parte le radici, che affondano nell'opera del padre e nei paesaggi che hanno accompagnato la sua crescita — il mare, i riflessi della laguna, le coste assolate della Costa Azzurra e le Dolomiti — dall'altra le ali, ovvero la libertà di costruire un linguaggio progettuale autonomo.
Riccardo Schweizer (1925-2004), originario di Mezzano, nelle valli trentine del Primiero, è stato un artista e designer italiano protagonista di un percorso multidisciplinare che ha attraversato pittura, scultura, ceramica, architettura e design. Formatosi nel vivace clima culturale del Novecento, nel 1950 raggiunse Vallauris, in Costa Azzurra, dove conobbe e frequentò Pablo Picasso, Le Corbusier, Marc Chagall e Jean Cocteau. Da questi incontri nacque un linguaggio personale, capace di mettere in dialogo arte e progetto, colore e materia, sperimentazione e rigore.

Per Barbara, questo patrimonio non è mai diventato un modello da imitare, ma un terreno fertile da cui partire per definire una propria identità progettuale. Oggi affianca alla valorizzazione dell'archivio e dell'opera di Riccardo Schweizer un percorso autonomo nel design, fondato sulla ricerca tra materiali e forme essenziali, sull'autoproduzione e sul dialogo tra tecniche, saperi e discipline diverse.

Come è nata invece la tua passione per il design?
Crescendo e approfondendo la conoscenza dell’opera di mio padre, mi sono resa conto che ciò che mi affascina maggiormente è la dimensione progettuale del suo lavoro. Ho capito anche che lui stesso tendeva a considerarla secondaria rispetto ai progetti artistici, e questo mi sembrava rendesse ancora più importante valorizzarla. La pittura era la disciplina che amava di più, quella in cui sentiva la massima libertà espressiva, mentre il design e l’architettura nascevano spesso da una commissione. I suoi quadri e le sue sculture li apprezzo molto, naturalmente, anche se non tutti allo stesso modo. Nel design, però, a mio avviso era davvero straordinario. Aveva un talento raro nel progettare non solo oggetti, ma anche ambienti, con uno spiccato approccio tecnico e architettonico. Era certamente in sintonia con il periodo storico — penso agli anni Settanta, quando si sperimentava con incastri, strutture modulari dal design funzionale e salvaspazio — ma riusciva allo stesso tempo a creare oggetti molto personali e di grande eleganza.
Ciò che trovo affascinante è il modo in cui il suo registro espressivo cambiava completamente. Nella pittura era istintivo, quasi “picassiano”, nel riempire la tela di figure, forme e colore. Nel design e nell'architettura, invece, il suo linguaggio si faceva più essenziale, capace di coniugare funzione ed estetica in un equilibrio misurato. Essenziale nel disegno, nella scelta dei materiali e nell'uso del colore, era al tempo stesso rigorosissimo nella definizione di ogni dettaglio. Realizzava centinaia di schizzi, a mano o al pantografo, prima di arrivare alla soluzione definitiva e seguiva personalmente ogni fase della realizzazione, dai laboratori ai cantieri.
Tra le esperienze più significative ricordo la collaborazione di mio padre con le Ceramiche Pagnossin di Treviso negli anni Settanta. Spesso lo accompagnavo nei laboratori, tra i forni e le fasi della lavorazione. Per l'azienda progettò servizi da tavola e oggetti d'uso quotidiano che amo particolarmente, perché in essi funzione e ricerca artistica trovano, a mio avviso, un equilibrio perfetto. Sono oggetti che trasformano la dimensione domestica in una piccola architettura di forme, volumi e materia. Alcuni di questi progetti li ho riportati in produzione con Ceramiche Bosa: Romeo e Giulietta, Cubo Bibita e il servizio Salvagente. Il primo è un set di piatti pensato per una coppia che, una volta assemblato, compone una sfera; il secondo, formato da bicchieri, brocche e vassoio, organizza gli elementi in una struttura compatta e modulare; il terzo raccoglie un servizio completo di piatti e tazzina in un unico volume compatto. Probabilmente è proprio questa dimensione progettuale, essenziale e rigorosa, ad avermi avvicinata all'architettura e al design di arredi e oggetti. Ed è anche il linguaggio che sento più affine e che continua a orientare la mia ricerca.

Oltre alla valorizzazione dell'opera di tuo padre attraverso la riedizione di alcuni suoi oggetti di design, stai lavorando anche all'archivio?
Sì, è un progetto a cui tengo molto e che vorrei iniziare ad affrontare proprio quest'estate. L'archivio non è ancora stato riordinato né catalogato: è un lavoro complesso, che richiederà tempo, ma mi piacerebbe svilupparlo in collaborazione con un'istituzione, dando vita, se possibile, a un'iniziativa di ampio respiro. Penso, ad esempio, al MART di Rovereto, che nel 2025 ha dedicato a Riccardo Schweizer una mostra monografica in occasione del centenario della sua nascita.
Il patrimonio conservato è vastissimo: filmati in Super 8, fotografie, diapositive e altri documenti. Già dal 1966 Riccardo aveva iniziato a riprendere la propria vita e il proprio lavoro, anche durante gli anni trascorsi in Costa Azzurra, dove frequentava Picasso e altri artisti. La fotografia e il cinema erano passioni profonde che lo portavano a documentare molti momenti della quotidianità e della sua attività creativa. È un patrimonio visivo di grande valore che vorrei preservare e rendere accessibile, partendo dalla digitalizzazione dei materiali, prima che il trascorrere del tempo ne comprometta la conservazione.


Parliamo di te: che formazione hai avuto e di cosa ti occupi oggi?
Ho frequentato l'Istituto d'Arte, dove ho studiato oreficeria, anche se allora non avevo ancora definito con precisione il mio percorso. In seguito ho studiato al DAMS di Bologna, con indirizzo in cinema e regia. Ho lavorato in seguito al Museo d'Arte Contemporanea di Bologna, occupandomi di allestimenti. Parallelamente ho iniziato a collaborare con mio padre, seguendo la produzione e la valorizzazione delle sue opere. Un'attività che continuo a portare avanti accanto alla mia ricerca nel design, sviluppata in modo in parte autodidatta attraverso il disegno e la sperimentazione diretta con i materiali.
Il mio impegno si muove quindi lungo due direttrici: da una parte il progetto personale nel design, dall'altra la tutela e la valorizzazione dell'eredità progettuale di Riccardo Schweizer.
Quali materiali ti affascinano maggiormente e hai utilizzato nei tuoi progetti?
Negli anni ho sperimentato materiali diversi. Tra quelli che amo di più ci sono il cemento e il vetro industriale, con cui ho realizzato i vasi LE55. Mi interessano molto anche i metalli, che ho iniziato a conoscere durante gli studi di oreficeria. Nella progettazione mi affascina particolarmente il rapporto con gli artigiani e con le aziende: osservare i processi produttivi, capire le possibilità e i limiti di un materiale. Molte cose le ho imparate attraverso la pratica. A volte un progetto nasce in una certa forma e solo il confronto con chi lo deve realizzare porta a modificarlo: è spesso proprio questo dialogo a generare le soluzioni più interessanti.

E come è il tuo rapporto con il vetro, avendo base a Venezia, e con il metallo?
Vivendo a Venezia, il confronto con la tradizione del vetro di Murano è inevitabile, anche se finora non mi sono ancora avvicinata direttamente a quella tecnica. Nutro un grande rispetto per una tradizione così complessa e stratificata e credo sia molto difficile introdurre elementi realmente nuovi senza conoscerne profondamente linguaggi e possibilità. Ho lavorato invece con il vetro industriale, un materiale apparentemente meno duttile, ma ricco di potenzialità e con un fascino più contemporaneo.
Per quanto riguarda il metallo, è stato il materiale del mio primo progetto da designer: la scala Scaltra, prodotta da Mingardo di Monselice. Un oggetto essenziale e discreto, pensato per la casa, in cui la matericità del ferro incontra un elemento luminoso capace di creare un'atmosfera morbida e accogliente.
Successivamente ho progettato il vassoio B-22 con De Castelli, un oggetto molto bello ma complesso da realizzare. Una forma curva in metallo, dalle superfici riflettenti, lavorata in diverse finiture che ne modificano la percezione: dall'acciaio più contemporaneo all'ottone e al rame, più caldi e preziosi. È stato prodotto in una prima serie limitata di 27 pezzi. Oggi mi piacerebbe reinterpretare B-22 attraverso il legno, lavorando con un'azienda specializzata nella curvatura di questo materiale. Ho inoltre progettato una collezione di specchi per Ongaro & Fuga a Venezia, realizzata nei loro laboratori di Murano. In futuro vorrei dedicarmi anche al progetto di lampade, perché la luce è un tema che mi affascina molto e che sento vicino alla mia ricerca.


Recentemente hai esposto i tuoi vasi LE55 accanto ad alcuni progetti di tuo padre nella mostra “Sciscioré” a Milano all’ADI Design Museum, curata da Anna Quinz. Ci racconti questo progetto?
È stata un’esperienza importante ed emozionante, perché per la prima volta i miei lavori sono stati presentati accanto a quelli di mio padre. Il tema del gioco, che attraversava la mostra Sciscioré, ha messo in luce una dimensione centrale della sua ricerca progettuale, soprattutto nei lavori in ceramica a incastro, dove funzione e praticità si uniscono a sorpresa, ironia e sperimentazione. Il mio progetto esposto era LE55, nato per la Venice Design Biennale del 2018. È una serie di parallelepipedi in pietra, cemento e vetro industriale che, assemblati tra loro, compongono lo skyline di una città immaginaria. Mi sono ispirata a Le città invisibili di Italo Calvino, a Metropolis di Fritz Lang e alle città fantastiche raccontate attraverso il dialogo tra Marco Polo e Kublai Khan: luoghi reali, sognati o inventati, che prendono forma e si trasformano continuamente.
Da elementi architettonici questi “grattacieli” diventano vasi, in un gioco di trasformazione della funzione e di interpretazione dell’oggetto. Mi interessava proprio questo slittamento: partire da una forma apparentemente urbana per arrivare a un oggetto domestico, mantenendo il tema dell’incastro e della composizione, così presente anche nella ricerca di mio padre. Tra i miei progetti, i vasi sono quelli a cui sono più legata. Vorrei ora svilupparne una nuova versione insieme a Cimento, azienda che realizza lastre di cemento innovative e molto versatili, reinterpretandoli attraverso una forma più leggera.



Barbara, oggi stai lavorando anche a nuovi progetti?
Sì, sto sviluppando una collezione di collane realizzate insieme ad alcuni artigiani orafi di Padova. Sono monili dalle forme lineari e geometriche, composti attraverso moduli semplici in ottone con finiture in bagno d’oro, palladio e smalto. Gli elementi metallici sono montati su un cordino in cuoio che li rende leggeri e indossabili, mentre lo smalto introduce una componente cromatica ogni volta diversa. È ancora una ricerca in corso, ma mi interessa l’equilibrio tra semplicità, colore e modularità.
La priorità rimane però il lavoro sull’archivio di mio padre: un impegno che sento come una responsabilità e, allo stesso tempo, come una grande opportunità. C’è ancora moltissimo materiale inedito: fotografie, diapositive e filmati realizzati nell’arco di decenni, molti dei quali non sono mai stati visionati.
Mi affascina l’idea di riportare alla luce questi documenti e, attraverso le immagini, raccontare non solo il percorso artistico di Riccardo Schweizer, ma anche il suo sguardo sul mondo, il suo modo di osservare la realtà. Mi piacerebbe che questo lavoro potesse trasformarsi, in futuro, nella realizzazione di un documentario: un progetto che rappresenterebbe anche un ritorno alle mie origini formative, al cinema, alla fotografia e al racconto per immagini in movimento, linguaggi che mi accompagnano fin dall’infanzia.
È un percorso impegnativo, ma anche una straordinaria occasione per confrontarmi con un'altra disciplina espressiva, con l'obiettivo di raccontare e valorizzare una vicenda umana e artistica ancora in gran parte da scoprire.