Contemporary Culture in the Alps
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L’oro delle montagne invisibili

Con Aurona Ores, le antiche storie di Fanes riemergono dalla pietra, dalla porcellana e dall’immaginazione per raccontare un nuovo modo di abitare le Dolomiti

01.07.2026
Stefania Santoni
L’oro delle montagne invisibili

Aurona Ores © Alberto Bernasconi

Aurona Ores © Alberto Bernasconi

Prima che le Dolomiti diventassero una destinazione turistica, prima delle mappe, dei sentieri numerati e delle fotografie scattate all’alba, queste montagne erano un immenso archivio di racconti. Ogni cima custodiva una storia, ogni lago una metamorfosi, ogni pietra una memoria. Tra tutte le leggende che abitano questo paesaggio, quella del Regno dei Fanes è forse la più affascinante e misteriosa.

Si racconta che un tempo esistesse un popolo prospero e potente, guidato da una regina e protetto da un’alleanza sacra con le marmotte. Non si trattava soltanto di animali, ma di creature sapienti, depositarie di un sapere antico e di un rapporto armonioso con il mondo naturale. Nella grande saga ladina, questo patto rappresenta molto più di un semplice episodio mitico: è il simbolo di una società fondata sulla reciprocità, sull’equilibrio e sulla centralità del principio femminile.

Molti studiosi hanno letto nel ciclo dei Fanes la traccia di un’antica memoria matrilineare, una narrazione in cui il femminile non occupa una posizione marginale, ma costituisce il cuore stesso dell’ordine sociale e simbolico. Non è un caso che le figure decisive della leggenda siano donne: la regina, custode del patto con le marmotte, e sua figlia Lujanta, destinata a diventare la depositaria della speranza.

La caduta del regno coincide infatti con un tradimento. Il re, attratto dalla promessa del potere e della conquista, rompe l'alleanza originaria e sceglie la via della guerra. Le marmotte abbandonano i Fanes, l’armonia si spezza e il regno precipita verso la rovina. È una storia antica, ma sorprendentemente contemporanea: il racconto di ciò che accade quando il dominio sostituisce la relazione, quando l’ambizione prevale sulla cura, quando il desiderio di possedere prende il posto della capacità di convivere.

Eppure la leggenda non termina con una sconfitta. Si dice che la regina e Lujanta non siano morte. Si siano invece ritirate nelle profondità della montagna, in un regno nascosto oltre le rocce, dove attendono ancora oggi il "tempo promesso". Un giorno, raccontano le saghe ladine, le trombe d’argento risuoneranno nuovamente tra le vette e ciò che è stato dimenticato potrà tornare alla luce.

Forse è proprio questa promessa a rendere il racconto dei Fanes così vivo ancora oggi. Perché non parla soltanto di un passato lontano, ma di una possibilità. Dell’idea che alcune storie continuino ad accompagnarci nei secoli, custodendo domande che riguardano il nostro presente: quale rapporto vogliamo costruire con il territorio? Quali memorie scegliamo di conservare? Quali immagini del femminile decidiamo di tramandare?

È dentro questo paesaggio simbolico che nasce Aurona Ores. Un progetto che affonda le proprie radici nella cultura ladina e nelle narrazioni delle Dolomiti, ma che guarda al presente attraverso il linguaggio della creazione contemporanea. Le sue fondatrici raccolgono frammenti di mito, figure femminili, simboli e materiali del territorio per trasformarli in gioielli che assomigliano a piccoli reperti immaginari: oggetti che sembrano emergere dalle profondità della montagna e portare con sé il racconto di un mondo antico.

Porcellana, terre dolomitiche, oro e memoria si intrecciano così in una ricerca che non si limita a recuperare il folklore, ma prova a riattivarlo. Perché le leggende, quando vengono ascoltate davvero, non appartengono mai soltanto al passato. Continuano a parlare del presente e, talvolta, ad aprire sentieri verso il futuro.

Aurona Ores © Alberto Bernasconi

Ne ho parlato con Katiuscia Rasom e Carlotta Nemela, fondatrici di Aurona Ores, che attraverso la materia e l’immaginazione riportano alla luce uno dei tesori più preziosi delle montagne: la capacità delle storie di generare nuovi mondi.

Aurona Ores nasce dall’incontro tra artigianato contemporaneo e patrimonio immateriale ladino. In che modo avete trasformato leggende, simboli e racconti tradizionali in un linguaggio capace di parlare anche a chi non conosce la cultura delle Dolomiti?
In modo molto naturale. Siamo nate e cresciute circondate da questi simboli e da questi racconti. Siamo ladine: la nostra lingua, la nostra cultura e le nostre tradizioni fanno parte di noi. Le leggende sono dipinte sulle nostre case, i simboli sono intagliati negli oggetti custoditi dai nostri nonni. Non abbiamo dovuto cercare lontano le nostre fonti di ispirazione, perché sono sempre state parte del nostro quotidiano. Allo stesso tempo viviamo in una valle aperta al mondo. Il turismo ci mette ogni giorno in relazione con persone provenienti da culture diverse e questo ci ha insegnato che le storie più radicate possono essere anche le più universali. Il gioiello è diventato per noi il mezzo attraverso cui costruire un ponte: da una parte una cultura antica e preziosa, dall’altra persone che magari incontrano per la prima volta il mondo delle Dolomiti ma che riescono comunque a riconoscersi in quei racconti.

Le vostre collezioni sembrano muoversi attorno a figure femminili archetipiche, come Lujanta. Che cosa vi affascina di queste personagge e quali domande sul femminile contemporaneo vi permettono di esplorare?
Ci affascinano perché non sono personaggi da ammirare da lontano, ma figure in cui riconoscersi. Donne forti, anticonformiste, capaci di guidare popoli, prendere decisioni e assumersi responsabilità. Figure sorprendentemente contemporanee. Lujanta, in particolare, ci ha colpite per la sua lunga attesa nel sottosuolo. Ha trascorso anni nel silenzio e nell’oscurità aspettando il momento giusto per riemergere. In questa storia vediamo una metafora molto attuale. Ci insegna che esistono tempi della vita che dall’esterno possono sembrare immobili o invisibili, ma che in realtà sono tempi di crescita. Anche nel buio si evolve, si impara, si cambia forma. Attraverso queste figure ci siamo poste molte domande: quanto valore ci riconosciamo? Quanto ci permettiamo di essere ciò che desideriamo? In che modo celebriamo noi stesse? In fondo anche il gioiello può diventare questo: un gesto simbolico attraverso cui una donna riconosce e celebra il proprio valore.

Aurona Ores © Alberto Bernasconi
About the authorStefania Santoni Sono nata nel cuore di una fredda notte di gennaio, tra il bagliore della luna piena e il [...] More
Nei vostri gioielli la materia ha un ruolo centrale: porcellana, terre naturali, oro, argille raccolte sul territorio. Quanto conta il rapporto fisico con la montagna e come si traduce nel processo creativo?
Per noi la montagna non è uno sfondo. È una presenza concreta nel processo creativo. Camminiamo nei boschi, osserviamo le rocce, raccogliamo terre naturali, studiamo i colori e le texture del paesaggio. Tutto questo prende poi forma nel nostro atelier di ceramica, Kreides Atelier, a Vigo di Fassa, dove progettiamo e realizziamo ogni collezione di Aurona Ores. È lì che le suggestioni raccolte sul territorio si trasformano in materia, attraverso la porcellana, l’oro e le terre naturali. Ci interessa che il legame con il territorio non sia soltanto raccontato, ma percepito. Quando una persona indossa un nostro gioiello porta con sé una parte di quella relazione tra mano, materia e paesaggio. La collezione Pepite nasce proprio da questa riflessione. Volevamo restituire la matericità delle Dolomiti: la superficie della roccia, il sasso consumato dal tempo, quella pietra che incontriamo ogni giorno sui sentieri e alla quale spesso non prestiamo attenzione. Abbiamo trasformato quel frammento apparentemente ordinario in un gioiello. Ci affascinava l’idea di elevare una materia umile, quasi invisibile, e restituirle valore. Attraverso la porcellana abbiamo cercato di evocare al tatto e alla vista la sensazione della pietra dolomitica, invitando chi la indossa a guardare con occhi nuovi ciò che normalmente viene calpestato senza essere visto.

Molte realtà oggi utilizzano il patrimonio culturale come fonte di ispirazione. Come si può evitare che la tradizione diventi una semplice estetica e trasformarla invece in uno strumento vivo di trasmissione culturale?
Crediamo che la chiave stia nell’intenzione. Quello che in Aurona Ores è stato chiaro fin dall’inizio è la volontà di creare gioielli che andassero oltre l’oggetto moda. Non ci interessava utilizzare la tradizione come decorazione, ma come strumento per suscitare curiosità, domande e riflessioni. Quando una persona si chiede da dove arriva un simbolo, chi fosse un personaggio delle leggende o quale significato si nasconda dietro una forma, è già iniziato un processo di trasmissione culturale. Per questo dietro ogni collezione c’è una ricerca approfondita e uno storytelling molto forte che spesso si traduce anche in eventi immersivi, performance narrative, momenti di incontro e dialogo. Ci interessa creare esperienze che permettano alle persone di sentirsi parte di una storia e non semplicemente spettatori. Il gioiello, in fondo, è soltanto l’ultimo passaggio di un processo più ampio che coinvolge memoria, territorio, lingua, identità e comunità. Se la tradizione viene utilizzata solo come immagine rischia di diventare qualcosa di vuoto. Se invece continua a generare domande e nuove interpretazioni, allora rimane viva.

Il nome “Aurona” richiama il leggendario regno sotterraneo dei tesori. Nella vostra interpretazione, qual è il “tesoro” che la cultura ladina può ancora offrire al presente?
Il motivo per cui abbiamo scelto il nome Aurona è legato a un’immagine molto precisa della leggenda. Quando la principessa Sommavida decide di lasciare il regno sotterraneo di Aurona e attraversa la porta d’oro aperta dal principe Odolghes, compie un gesto straordinario: abbandona un mondo fatto di ricchezze e tesori per dirigersi verso l’ignoto. Non porta con sé nulla. Non prende l’oro, non prende le ricchezze del regno. Esce così com’è. Quando abbiamo scelto il nome Aurona Ores, anche noi ci trovavamo in una fase di passaggio. Avevamo una visione, un desiderio di unire arte, territorio e identità, ma non sapevamo ancora quale forma avrebbe assunto il progetto. In un certo senso, come Sommavida, stavamo attraversando una porta verso l’ignoto. Ci siamo riconosciute profondamente in quella figura. Sommavida ci appare come una donna coraggiosa, capace di lasciare le proprie certezze e affrontare il mondo con fiducia, consapevole che il suo valore non dipende da ciò che possiede. Il tesoro lo porta già dentro di sé. Non a caso è proprio a lei che abbiamo dedicato la nostra prima collezione, Sommavida. Attraverso di lei abbiamo iniziato a raccontare una visione del femminile fatta di trasformazione, libertà e consapevolezza. Per noi il vero tesoro che la cultura ladina può offrire al presente è proprio questo: la capacità di custodire la propria identità senza aver paura di evolvere, di aprirsi al nuovo e di dialogare con il mondo rimanendo fedeli a sé stessi.

Viviamo in un tempo dominato dalla velocità e dalla produzione seriale. Realizzare pezzi unici, numerati e lavorati a mano è quasi una scelta controcorrente. Che valore politico o culturale attribuite oggi alla lentezza del fare?
La lentezza del fare è certamente una scelta controcorrente, ma per Aurona Ores non nasce da una posizione politica. Nasce da una questione di valore. Di valore è la scelta della materia prima: porcellana, terre naturali, oro 18 e 24 carati. Di valore è la scelta di creare secondo la nostra visione e non secondo ciò che il mercato ci chiede di produrre. Di valore è scegliere di progettare, realizzare, numerare e marchiare a mano ogni singolo pezzo. Di valore è decidere di raccontare la nostra terra e la comunità ladina attraverso il linguaggio del gioiello contemporaneo. Creare e produrre in una piccola valle di montagna comporta limiti, costi e difficoltà che spesso non si vedono. Eppure continuiamo a scegliere questa strada perché crediamo che il luogo da cui nasce un oggetto faccia parte della sua identità. La lentezza, per noi, noi è attenzione, presenza e cura. In un mondo che tende a standardizzare tutto, dedicare tempo a un oggetto significa riconoscere valore sia al processo sia alla persona che lo realizza.

Aurona Ores © Alberto Bernasconi

Nelle saghe ladine, e in particolare nel ciclo dei Fanes, compaiono figure femminili forti e una memoria che alcuni studiosi hanno letto come alternativa ai modelli patriarcali dominanti. Quanto questi immaginari influenzano il vostro lavoro e il modo in cui raccontate la montagna oggi?
Ci sentiamo molto vicine a queste figure femminili, forse proprio per questo le abbiamo scelte come compagne di viaggio nel racconto di Aurona Ores. Nel nostro essere donne, figlie, compagne, madri, imprenditrici e libere professioniste riconosciamo qualcosa di quelle protagoniste delle saghe ladine: donne che prendono decisioni, affrontano sfide, custodiscono relazioni e mantengono un legame profondo con il territorio che abitano. Ci affascina in particolare l’interpretazione della saga dei Fanes come memoria di una società fondata su valori diversi da quelli che hanno dominato nei secoli successivi. Nelle leggende troviamo donne che conservano alleanze, tramandano conoscenze e mantengono un dialogo costante con il mondo naturale. Non esercitano il potere attraverso il dominio, ma attraverso la capacità di creare relazioni e custodire equilibrio. Le saghe ladine continuano a interrogarci proprio per questo. Ci invitano a mettere in discussione alcuni modelli che consideriamo normali: la competizione continua, la conquista, la separazione tra essere umano e natura. Nel nostro lavoro cerchiamo invece di recuperare altri valori: la cura, la cooperazione, l’ascolto, il senso di appartenenza e la relazione. Anche il modo in cui raccontiamo la montagna nasce da qui. Non ci interessa la montagna come luogo da conquistare, ma come luogo di incontro e trasformazione. Un luogo che ci ricorda che siamo parte di una rete più ampia che comprende persone, animali, piante e paesaggi. Forse è proprio questo uno dei lasciti più attuali delle saghe ladine: l’idea che la forza non risieda nel dominio, ma nella capacità di vivere in armonia con ciò che ci circonda.

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gioielli, ladinia, fanes, Aurona Ores, leggende
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