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Design,Nature

La poesia dei fiori di carta

Intervista alla floral designer Beatrice Tisot, creatrice di Blooming Bea

13.05.2026
Maria Quinz
La poesia dei fiori di carta

Casa SCISCIORÉ © Tiberio Sorvillo

Casa SCISCIORÉ © Tiberio Sorvillo

Realizzare composizioni con i fiori significa lavorare con qualcosa di effimero: forme fragili, destinate a modificarsi nel tempo, ad appassire e quindi a scomparire. Ma cosa succede quando la delicatezza e varietà infinita dei petali incontra un materiale semplice, ma anche stratificato, versatile e più durevole come la carta?

Le creazioni e i fiori di carta di Beatrice Tisot, in arte Blooming Bea, originaria di Bolzano, nascono proprio da questo equilibrio sottile tra realismo e immaginazione: tra la precisione dell’osservazione botanica e la libertà di reinventare forme, colori e proporzioni attraverso il medium della carta. Nel movimento delle mani di Beatrice, per mezzo di gesti ripetuti, lenti e pazienti, la carta crespa e gli altri materiali si trasformano in fiori dalla patina poetica e realistica al tempo stesso. Fiori immaginari o quasi scultorei, copie dettagliate del vero o soggetti volutamente irrealistici: sono tutte creazioni di Beatrice Tisot che nascono con l’intento di trattenere nel tempo la bellezza fragile, transitoria e incredibilmente fantasiosa della natura.

© Bloomnig Bea

L’immaginario iniziale a cui attinge Beatrice è quello dell’Oriente - dalla cultura cinese a quella giapponese, fonte di ispirazione sia per la tradizione della carta e degli origami, sia per il profondo legame con i fiori e la loro dimensione simbolica ed effimera — come accade con la fioritura dei ciliegi, celebrata ogni anno come rito collettivo di contemplazione della bellezza naturale. Via via, però, questa ricerca si apre a una direzione più personale, ampliandosi verso riferimenti visivi ed estetici più trasversali, tra osservazione naturalistica, design e linguaggi contemporanei.

Petalo dopo petalo, il lavoro manuale diventa così anche uno studio sui pattern e sui ritmi presenti in natura: le sfumature, le irregolarità, le forme imperfette che rendono ogni fiore unico. Ma anche una pratica progettuale, che permette di costruire composizioni complesse e stratificate, installazioni e scenografie floreali dove la carta offre una libertà compositiva, immaginifica e progettuale più ampia, rispetto a quella del fiore reciso. Un processo meditativo ed espressivo insieme, nato quasi per caso e che diventa nel tempo un nuovo modo di osservare e generare bellezza, rallentando.

 
 
About the authorMaria QuinzDentro di me è piuttosto affollato. C'è quella che scrive, traduce e adora leggere, ritagliandosi attimi di quiete e [...] More
Beatrice come hai scoperto questa tua passione e da dove nasce la fascinazione per i fiori?
Professionalmente vengo da “mondi” molto diversi. Per quasi vent’anni ho lavorato in pubblicità a Milano, un contesto molto interessante, ma anche dai ritmi costantemente accelerati. Il lavoro mi piaceva, per anni mi ha dato energia e stimoli ma, ad un certo punto, ha iniziato a diventare fonte di ansia e stress. Sono arrivata ad un livello di saturazione per cui non mi è più stato possibile proseguire. Mi sono fermata e ho capito che avevo bisogno di un cambiamento profondo. Ho sempre avuto un forte legame con le piante e una fascinazione per i fiori fin da piccola. Nel mio periodo d crisi ho iniziato a prendermi cura del piccolo terrazzo di casa: e ho sentito con chiarezza che il contatto con la terra e con le piante mi offriva un momento di equilibrio, di benessere e rifugio. Poi, quasi per caso, in un corner di libri di un negozio orientale – a Milano vivo nel quartiere di Chinatown - sono stata attratta da un libro di un’autrice giapponese che realizza fiori di carta realistici e bellissimi. L’ho comprato per sfizio, senza particolari aspettative e senza immaginare che avrebbe rappresentato un punto di svolta.

Ti eri mai dedicata a pratiche manuali prima di allora? E cosa hai scoperto attraverso questa esperienza?
Mai, ed è stata una scoperta inattesa. Ho realizzato il primo fiore quasi per curiosità e gioco. Il risultato è stato sorprendentemente positivo, ma soprattutto mi ha colpito la sensazione di calma che ne è derivata: mentre lavoravo, sfiorando la carta, la mente iniziava a svuotarsi completamente. Da lì non mi sono più fermata e posso dire che, con il tempo, ho scoperto una parte di me che non conoscevo. Mi sono resa conto di avere una manualità e una creatività spontanea inespressa, fino ad allora, e a cui non avevo mai dato ascolto. Questa pratica, ormai quasi quotidiana, di lavoro con la carta, i colori e le forme, è diventata per me, oggi, quasi uno spazio di respiro, una dimensione terapeutica.

Nel frattempo hai continuato a lavorare nella pubblicità?
Sì, ma maturando una nuova consapevolezza: che quel lavoro non avrebbe più potuto essere al centro del mio percorso futuro. Lavoravo da diciassette anni nella stessa azienda, con ruoli di responsabilità e un forte coinvolgimento operativo. Lasciare non è stato immediato. Ho scelto di chiudere quel percorso in modo graduale e nell’agosto 2024 ho lasciato definitivamente l’azienda.

Casa SCISCIORÉ © Tiberio Sorvillo

Come si è evoluta la tua ricerca espressiva?
Ho iniziato a formarmi nel floraldesign, prima in Italia e successivamente anche all’estero, per capire meglio il mondo dei fiori, sia naturali che artificiali. A un certo punto, però, ho compreso che il lavoro con i fiori freschi avrebbe richiesto una strutturazione più tradizionale, probabilmente legata ad un negozio o a un’attività commerciale. Non era la direzione che cercavo. Con i fiori di carta, invece, ho trovato una maggiore libertà sia nella gestione quotidiana del lavoro che della pratica creativa.

Come nascono concretamente le tue composizioni? 
Per realizzare i fiori uso principalmente carta crespa di alta qualità, fili di ferro, bacchette di bambù, colla e strumenti di lavorazione molto semplici. A questo si aggiunge una fase di modellizzazione e colorazione della carte, per ottenere le sfumature e le texture che mi interessa ricreare. All’inizio riproducevo unicamente fiori esistenti, studiandoli dal vero o da immagini di riferimento. Poi ho iniziato a sviluppare forme autonome, con colori e proporzioni anche non realistici, creando "creature fiorite" mai viste, ma che esistono nella mia testa o che si ispirano ad ambienti o suggestioni particolari legate agli allestimenti.

E come stai sviluppando il progetto di Blooming Bea?
Negli ultimi tempi ho deciso di strutturare il mio lavoro in modo sempre più concreto. Ho aperto la pagina Instagram, partecipo a vendite o mercatini di creazioni handmade, sto avviando l’e-commerce sul mio sito e collaborando ad eventi con diverse realtà, in particolare in Alto Adige. Mi interessa molto anche il mondo delle installazioni, delle vetrine e degli allestimenti, dove i fiori di carta permettono una libertà progettuale ed espressiva molto ampia. Recentemente alcuni dei mei fiori sono stati esposti alla mostra Casa SCISCIORÉ a Bolzano, curata da Anna Quinz, inseriti all’interno di composizioni con vasi di design. È stata un’esperienza importante perché mi ha permesso di confrontarmi con un contesto artistico e sperimentale.

© Bloomnig Bea

Quali altre direzioni vorresti esplorare in futuro?
Mi piacerebbe sviluppare anche dei workshop creativi, sia per adulti che per bambini. Credo che ci sia un bisogno crescente di esperienze manuali per tutte le generazioni e di tempi più lenti da dedicare a pratiche artistiche ed artigianali. E poi mi interessa il mondo degli allestimenti per hotel, ristoranti, boutique e cerimonie. I fiori di carta, per durata e versatilità, possono diventare elementi progettuali molto flessibili.

Che cosa trovi di più prezioso in questa tua trasformazione tramite l'attività di floral designer?
Mi ha restituito il tempo e una nuova energia. È un cambiamento radicale rispetto alla vita precedente. Oggi lavoro da casa, con uno spazio dedicato ai fiori, tra materiali vari, carte di mille colori, pastelli e pennelli: tutti oggetti che di per sé donano calore e gioia. E poi è impagabile il ritmo di vita diverso che ho riscoperto e che mi permette di sperimentare anche una dimensione più autentica del fare.

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