Un’intervista alla curatrice Roberta Menapace sul percorso espositivo di Federico Seppi tra ghiaccio, luce e trasformazione

© Denise Smalzi
© Denise Smalzi
Ci sono incontri che il tempo rende ancora più preziosi. Persone che appartengono a un paesaggio dell’anima prima ancora che a un territorio. Per me Federico Seppi e Roberta Menapace sono anche questo: due volti cari della Val di Non, due presenze luminose capaci di intrecciare sensibilità, pensiero e bellezza. Forse anche per questo entrare nella mostra “Frammenti Sospesi”, allestita negli spazi di Delta Cucine a Cles e visitabile fino al 22 maggio, significa attraversare qualcosa che va oltre l’evento espositivo. Significa entrare in un dialogo profondo tra materia e sguardo, tra memoria e trasformazione, tra il gesto artistico e la capacità curatoriale di ascoltarlo e accompagnarlo.
Le opere di Federico nascono da un rapporto autentico con la montagna, con il ghiaccio, con il legno, con le superfici che il tempo incide e modifica. Ma in quel paesaggio non c’è mai soltanto natura: c’è il respiro delle domande umane, la fragilità delle cose, la possibilità del cambiamento, la luce che continua a farsi strada dentro ciò che sembra immobile.
Accanto a questo universo, lo sguardo di Roberta costruisce un percorso sensibile e rigoroso, capace di restituire alle opere spazio, voce e risonanza. Ne nasce una mostra che invita a rallentare, a sostare, a sentire. E forse anche a ricordare che la bellezza più vera non ha bisogno di clamore: lavora in silenzio, come fanno le cose essenziali.


Il lavoro di Federico Seppi dialoga spesso con l’immaginario della montagna: roccia, tempo, erosione, resistenza. In che modo questo universo simbolico entra in mostra e che cosa può raccontare oggi, anche a chi non vive i territori alpini?
Per quanto riguarda l’immaginario della montagna, credo che nel lavoro di Federico Seppi accada qualcosa di molto interessante: il punto di partenza è sempre un paesaggio reale, intimo, profondamente vissuto. Federico osserva i propri luoghi, quelli dell’infanzia e della formazione, ma ciò che nasce da quello sguardo supera immediatamente la dimensione locale. La montagna, nei suoi lavori, non è mai soltanto montagna: diventa tempo, trasformazione, fragilità, resistenza, memoria. Anche per questo il suo lavoro parla a tutti, anche a chi non vive i territori alpini. Pur partendo da un frammento della sua esperienza, l’artista apre infatti una riflessione universale su temi oggi centrali, come il cambiamento climatico e il rapporto tra essere umano e natura. C’è poi un altro aspetto fondamentale: il suo linguaggio artistico. Federico è profondamente legato alla tradizione, alla materia e al fare manuale, ma traduce questi elementi in una forma contemporanea. Spesso lavora sul dettaglio minimo, sul microcosmo: osserva le superfici, le fratture, le texture, i processi invisibili che attraversano il ghiaccio e la materia. Quel piccolo frammento, ingrandito e trasfigurato, si fa immagine astratta. Ed è proprio nell’astrazione che l’opera si apre a una lettura più ampia, diventando esperienza condivisa e universale.

Le sue opere hanno una forte presenza fisica e tattile, quasi scultorea nel senso più originario del termine. Come si traduce, in uno spazio espositivo, questa dimensione materica? Quanto conta la vicinanza del pubblico all’opera?
Sì, le opere di Federico Seppi possiedono una presenza fortemente fisica e tattile, ed è importante riconoscere come questa dimensione non sia soltanto estetica, ma anche relazionale. In alcuni lavori, come quello attualmente esposto a Palazzo Assessorile di Cles, è prevista persino l’interazione diretta del pubblico: il contatto della mano innesca processi di ossidazione, rendendo visibile in modo immediato quanto l’intervento umano sia capace di modificare la materia. È un gesto semplice ma molto potente, perché ci ricorda che il nostro passaggio nel mondo lascia sempre una traccia. Spesso immaginiamo di essere esterni ai processi naturali, o poco responsabili rispetto a ciò che accade nell’ambiente, mentre in realtà siamo molto più implicati di quanto siamo disposti ad ammettere. Anche nelle opere presenti in mostra questa tensione è evidente. Si crea una relazione intensa tra opera, spazio e visitatore. Molti lavori hanno dimensioni importanti e sono rivestiti di foglia d’argento o foglia di rame: superfici che catturano la luce, riflettono l’ambiente e restituiscono la presenza di chi osserva. La materia, così, non resta chiusa in se stessa, ma entra in dialogo con ciò che la circonda. Quando ci si avvicina a un’opera di Federico Seppi non si resta semplici spettatori. Si viene coinvolti, quasi assorbiti dentro il lavoro. L’opera sembra aprirsi, uscire da sé, e allo stesso tempo accogliere chi guarda. È proprio questa esperienza immersiva e sensibile a rendere il rapporto con il suo lavoro così intenso e memorabile.


Esporre in uno showroom come Delta Cucine significa mettere in relazione arte, design e quotidianità dell’abitare. Quali possibilità apre questo incontro tra linguaggio artistico e spazio dedicato al progetto d’interni?
È stato molto interessante lavorare all’interno di uno spazio come Delta Cucine perché si tratta di un contesto diverso da quelli in cui solitamente vengono presentate le opere di Federico Seppi. Il suo lavoro è stato spesso esposto in luoghi pubblici, museali o istituzionali, mentre lo showroom introduce una dimensione ibrida, sospesa tra pubblico e privato. È uno spazio aperto alle persone, ma che allo stesso tempo parla dell’intimità dell’abitare, della casa, della vita quotidiana. Proprio questa condizione rende l’incontro particolarmente fertile. Le opere cambiano non nella loro forza, ma nella loro aura: muta il modo in cui si offrono allo sguardo e il tipo di relazione che instaurano con chi le incontra. Se il museo colloca spesso l’opera in una dimensione simbolica, uno spazio come questo la riporta invece dentro una vicinanza concreta, dentro il vissuto delle persone. Ci ricordano, in fondo, che l’arte non è nata esclusivamente per il museo: per secoli ha abitato case, palazzi, luoghi della vita quotidiana, intrecciandosi con i gesti e con le storie delle persone. Quando qualcuno sceglie di vivere accanto a un’opera, quel gesto racconta qualcosa di sé, del proprio sguardo sul mondo. E l’opera, pur restando autonoma, entra in dialogo con chi la accoglie. La cosa che più mi ha colpita di questa mostra è proprio il suo calore. Molte persone mi hanno detto che questi lavori sembrano nati per stare lì, e credo ci sia del vero. Le superfici riflettenti, la materia, la luce, la relazione con gli arredi e con lo spazio hanno creato un equilibrio naturale. In questo contesto le opere non si sono affievolite: al contrario, sono emerse con grande evidenza e presenza.
In un tempo dominato dall’immagine veloce e digitale, le opere di Federico Seppi sembrano chiedere lentezza, osservazione, ascolto della materia. Che esperienza desiderate offrire a chi entrerà nella mostra? Sì, credo che lentezza sia una parola fondamentale per entrare nel lavoro di Federico Seppi. Lo è fin dall’origine del suo processo creativo: una ricerca che si sviluppa da anni con coerenza e profondità, senza esaurirsi, continuando ad aprire nuove domande e nuove possibilità. Ma la lentezza appartiene anche al fare stesso dell’artista, alle tecniche che utilizza, alla relazione paziente con la materia. Il lavoro sul legno, l’applicazione delle foglie metalliche, l’attenzione alle superfici e alle trasformazioni richiedono tempo, cura, ascolto. Questa stessa disposizione viene richiesta anche a chi osserva. Uno dei nuclei centrali della sua ricerca è infatti il cambiamento: il mutare dei materiali nel tempo, il modo in cui la luce modifica l’opera, le variazioni minime che avvengono davanti ai nostri occhi. Sono micro-trasformazioni silenziose, che si colgono solo se ci si concede una pausa, se si sceglie di restare. È qualcosa che sorprende ancora anche me. Conosco da tempo il lavoro di Federico, eppure ogni volta che mi trovo davanti a una sua opera sento il desiderio di soffermarmi. C’è sempre un dettaglio inatteso, una vibrazione, una presenza che al primo sguardo era sfuggita. Ogni incontro sembra diverso dal precedente. Per questo credo che la mostra possa offrire un’esperienza preziosa: uno spazio in cui rallentare, lasciarsi accogliere e tornare a guardare davvero. Entrare in Delta Cucine significherà attraversare un ambiente caldo e ospitale, abitato da opere che non impongono nulla, ma invitano con discrezione. In un tempo dominato dalla velocità delle immagini, è un’occasione rara per riscoprire il valore dell’attenzione e della presenza.