Ceramica e sperimentazione tra Pigneto e paesaggi interiori nel dialogo creativo di David Romelli e Flavio Rossi

© Serena Eller Vainicher/Studio Eller
© Serena Eller Vainicher/Studio Eller
Immergersi nel mondo di ÙTOL è come ballare una danza piena di allegria, sguardi ironici, sorrisi splendenti, fragilità intime, in cui ad un tratto ci si ferma, si rallenta e si ascolta la materia viva, la si fa propria, il cuore batte, le mani calde sono pronte al dono, i corpi sono pronti allo scambio, all’abitare un mondo insieme fantastico e utile, poetico e politico. “È un movimento che va dalla strada alla materia, da fuori a dentro”: questa frase racchiude bene l’essenza di ÙTOL, studio di design e ceramica fondato a Roma da David Romelli e Flavio Rossi. Nato nel quartiere Pigneto, crocevia vivo di sperimentazioni artistiche e artigianali, il progetto prende forma dall’incontro tra due percorsi complementari: da un lato la dimensione lenta e silenziosa della montagna, dall’altro l’energia stratificata e immediata della città.
Il nome stesso, ÙTOL, parola ladina che significa “utile”, mi sembra contenere una tensione fertile: quella tra funzione e poesia, tra ciò che serve e ciò che, apparentemente, non serve ma nutre. Già nel pronunciarla, riempie gli occhi e la bocca, aprendo una domanda essenziale: cosa è davvero utile alla nostra vita intima e sociale? Forse un poco di magia, di anarchia, di fascinazione, le stesse qualità che emergono ogni volta che David e Flavio lavorano la materia, lasciandosi sorprendere dall’argilla e dalle sue trasformazioni imprevedibili. La loro pratica si sviluppa principalmente attraverso la ceramica, ma si estende anche ad altri materiali e ambiti progettuali, mantenendo sempre un forte legame con il fare manuale e con una dimensione narrativa dell’oggetto. Ogni pezzo nasce dall’intreccio delle loro mani e delle loro visioni, in un processo condiviso che accoglie errore, tempo e mutamento come parte integrante del risultato.

Basta uno sguardo ai loro lavori per cogliere come la poesia della neve che cade, evocazione della natura, della sua lentezza e della sua forza, si intrecci con la vitalità urbana, che esce dalle righe, urla, danza, straborda. Due opposti che non si annullano, ma si sostengono, generando oggetti sospesi tra il sussurro e la carezza e un corpo palpitante che desidera farsi vedere, riconoscere e abitare lo spazio quotidiano.
È proprio da queste riflessioni che prende avvio il dialogo con i fondatori di ÙTOL.



La ceramica è il materiale centrale della vostra ricerca. Cosa vi interessa esplorare attraverso questa materia così antica ma sempre aperta alla sperimentazione?
L’argilla è un materiale unico, è terra, è qualcosa di primitivo che può essere trasformato e che non smette mai di sorprendere. Per Flavio è parte di un linguaggio naturale, il mondo con cui ha sempre avuto confidenza. Per David è stato un avvicinamento istintivo, quasi fisico.
Nel mezzo c’è ÙTOL: uno spazio dove questa materia diventa un modo per parlare di tutto quello in cui crediamo. Lavoriamo anche altri materiali, ma l’argilla è ormai parte costante della nostra creatività, è viva e puoi controllarla fino ad un certo punto, poi fa come vuole, può capitare che nelle fasi della lavorazione un progetto cambi forma o colore ed è proprio in quel momento di anarchia che troviamo la fascinazione, quel quid che fa connettere l’idea creativa alla fisicità dell’oggetto.
Dentro ogni nostra forma rimane la traccia del gesto, dell’errore e del tempo. Quell’imperfezione controllata che stravolge il linguaggio: lo rende più vero e meno distante, ed è proprio in quell’imperfezione che troviamo il senso del nostro lavoro.

Lavorare con la ceramica inoltre significa anche confrontarsi con tempi lunghi e con una certa imprevedibilità del processo. In che modo il tempo e l’attesa entrano nel vostro modo di progettare?
Inizialmente il tempo è stato uno scontro, molte volte frustrante, reiteravamo un approcciato alla materia con ritmi diversi, ci siamo accorti di come non eravamo più abituati ad ascoltare a guardare, ad aspettare. L’evoluzione è una continua rincorsa, si tende a fare sempre di più e sempre più velocemente dimenticando il piacere dell’attesa. Con il tempo abbiamo imparato ad aspettare e a godere di ogni fase della lavorazione, dal modellato alla rifinitura ed è diventato un piacevole equilibrio. La ceramica ti costringe a fermarti, a lasciarti e a lasciare andare: ti obbliga a svuotare la mente. Diventa una meditazione tanto che durante il processo di lavorazione ci sono momenti in cui non puoi fare nulla se non fermarti, e in quell’attesa succede qualcosa: l’oggetto cambia senza preavviso e noi con lui.
Così il tempo diventa parte fondamentale del dialogo che volgiamo far emergere, si trasforma da limite a spazio espanso, espressione sociale e politica.



Il vostro lavoro sembra nascere da un dialogo continuo tra progettazione, manualità e un pizzico di ironia. Come si svolge concretamente il lavoro in studio e come si intrecciano le vostre pratiche nel processo creativo?
Il lavoro in studio non è mai lineare, ogni giorno è differente, proviamo ad organizzarci ma non siamo mai in grado di programmare con precisione: è un continuo di passaggi, esperimenti e alternarsi, dove uno inizia l’altro interviene, poi torna indietro e si cambia, a tal punto che ogni oggetto ÙTOL è sempre il risultato di 4 mani.
Ci sono momenti di confronto, sempre molto diretto, anche duro, però riusciamo sempre a conciliare momenti di silenzio, dove è la materia a fare rumore. Ci divertiamo a definire il laboratorio come un basso napoletano perché il Pigneto è un quartiere vivo con un’energia propria dove è impossibile non fare parte del tessuto sociale. Il quadrante est di Roma è stato spesso considerato una borgata e un posto poco raccomandabile per la intensa vita notturna, mentre oggi vanta un grandissimo numero di studi e laboratori di artisti e artigiani. ÙTOL come un basso Napoletano vive e si lascia sporcare da tutto ciò che accade in strada: inevitabilmente ciò che accade fuori entra dentro e il dentro è contaminato dall’esterno. Spesso siamo affascinati da chi scherza in strada e sa farci ridere con un saluto o una battuta, si tratta di un’emozione che scava tra i nostri ricordi dove ancora vivono le nostre nonne, con la loro ironia inaspettata e questo ci permette di lasciarci andare e lasciare spazio all’imprevisto senza farci sorprendere dalla paura.
Molte cose nascono da ricordi fatti d’immagini e profumi, ci portano ad ascoltare ed isolare quell’idea che nasce da un’emozione e in quel momento riusciamo a farla entrare anche nel laboratorio e passare attraverso le nostre mani. È un movimento che va dalla strada alla materia, da fuori a dentro, ci attraversa per tornare da dentro a fuori.

Due frasi dei nostri avi ci hanno influenzato significativamente, il papà di Flavio ricorda sempre come suo padre Franco ripetesse “mani impegnate, mani felici" ovvero trovare il piacere nella creazione, mentre la trisnonna Maria di David ripeteva sempre in ladino "se con der con le man ciaude", bisogna imparare a donare con le mani calde ovvero condividere quando ancora si può per poterne godere a pieno.
Molti dei vostri oggetti sono pensati per entrare nella quotidianità, ma sempre con una forte presenza artistica e scultorea. Quando progettate immaginate già lo spazio e il contesto in cui vivranno?
Pensiamo agli oggetti come a qualcosa che deve vivere e convivere con le persone, non come semplici oggetti o elementi d’arredo, come qualcosa che non si deve aver paura di usare o rovinare. Non vogliamo pensare al servizio buono della domenica che va conservato e custodito gelosamente sottochiave, il piacere deve essere quotidiano e questa è la migliore scusa per godere di tutte le cose che ci piacciono. Durante il processo creativo pensiamo all’oggetto che stiamo realizzando come se lo stessimo facendo per noi, per la nostra casa, per poi immaginare come qualcosa di così intimo e spesso anche autobiografico possa essere capito e condiviso con gli altri. In questo modo nascono progetti che parlano senza filtri, direttamente a un pubblico che poi scopriamo essere più ampio di quanto non avremmo potuto immaginare, come nel caso della linea Fame Nervosa.
A fine processo quando l’oggetto lo riusciamo finalmente a vedere finito e capiamo che era proprio così che lo avevamo pensato, iniziamo a lasciarlo andare e iniziamo a immaginarlo in spazi altri, in future case, attraverso altre mani che ne esplorano la storia per crearne delle nuove. Ci piace che l’oggetto mantenga una sua libertà, che possa cambiare significato a seconda di chi lo custodisce.


Che rapporto avete con la “vita” degli oggetti una volta usciti dal vostro studio? Vi interessa osservare come vengono usati, interpretati o trasformati dalle persone che li scelgono?
Quando un oggetto esce dal nostro studio non smette mai di appartenerci, anzi viaggia e porta a spasso anche noi per poi tornarci indietro attraverso una foto, un racconto o un uso inatteso, il nostro feedback preferito. Nella nostra casa non siamo soliti avere molti manufatti ÙTOL, ci piace molto usare opere di altri designer e artigiani, nonostante amici e parenti si aspettino sempre di trovare i nostri pezzi a casa. A noi piace mangiare su piatti della nonna, bere il caffè in tazze comprate durante i nostri viaggi e mescolarle con le nostre ceramiche per celebrare la diversità e la creatività. Quando invece siamo noi ad essere invitati in altre case troviamo spesso tavole apparecchiate coi nostri piatti, le nostre ciotole e non possiamo che provare meraviglia e felicità. Ci piace vedere come cambino, come altri punti di vista e prospettive gli donino nuova luce diventando parte della vita di qualcuno che spesso nemmeno ci conosceva.
La parola “futuro” vi spaventa o, al contrario, stimola la vostra immaginazione? Qual è la visione del futuro di ÙTOL?
Il futuro lo viviamo come la giusta direzione da prendere, abbiamo fatto tanti cambiamenti dal punto di vista professionale e ognuno di questi ha sempre rappresentato una piccola meta da raggiungere, ma anche uno stimolo a fare meglio e di più. Finché esiste il dialogo tra noi, tra territori, tra le persone che incontriamo, tra modi diversi di fare, allora per noi ÙTOL avrà senso di esistere. Vogliamo continuare ad essere curiosi, aperti al dibattito, senza paura per i cambiamenti che dovremo affrontare ed evolvere senza perdere mai quell’unione tra noi da cui è partito tutto.