
© John Edward Saché
Oggi è l’equinozio di primavera e tu forse lo senti senza ancora saperlo nominare: qualcosa si è mosso nella luce. Il giorno e la notte si guardano finalmente negli occhi, si spartiscono il cielo con giustizia antica come due sorelle che hanno smesso di contendersi il mondo e hanno scelto di custodirlo insieme. Anche tu, oggi, sei chiamata a questa soglia. Non a correre, non a produrre, ma a ricordare.
Ricordare che nelle Alpi la fioritura non ha fretta. Non esplode quando il calendario lo pretende, ma quando la terra lo consente. Quassù tutto sboccia più tardi, come certe donne che imparano a nominarsi dopo lunghi inverni, come certe creature che hanno dovuto farsi roccia per resistere. Qui si fiorisce a giugno, quando il gelo ha finito di mordere, quando la neve si ritira senza vergogna, quando persino la pietra sembra cedere un poco e lasciare passare il respiro.
È da questa attesa che nasce Moltina.
Tu la immagini forse come una figura minuta, e invece Moltina è vasta. È una presenza che abita le fenditure, una sapienza minuta e potentissima che conosce il linguaggio delle radici, delle vene d’acqua, del muschio che insiste. Non è signora del dominio, ma della relazione. Non conquista la montagna: la ascolta. Non sale per possedere la cima, ma per intrecciarsi al suo fiato. Moltina appartiene a quel femminile plurale che non si lascia chiudere in un solo corpo, in un solo ruolo, in una sola forma: è donna, è pietra, è erba tenace, è lichene, è latte di nube, è crepa che accoglie il seme.
Per questo il suo nome oggi ti chiama insieme a quello di Sasciëda, la sassifraga, fiore di roccia e di soglia. Una parola che appartiene alle lingue che non sono scritte. Una parola che resta tra le pietre, passa di bocca in bocca, si deposita dove la lingua si fa terra. Non spezza la roccia: la convince. La sfiora, la abita, la apre dall’interno. La sua forza non è nell’urto, ma nella durata, in quella pazienza viva che non cede e non invade. È una forza antica e futura: la forza di chi genera senza dominare, di chi intreccia senza gerarchia, di chi ascolta fino a far nascere. La forza quieta della cura.
E allora tu, sorella, in questo equinozio entri in un sogno di fioritura. Non il sogno ingenuo di prati già colmi, di corolle spalancate fuori tempo, ma il sogno più profondo di ciò che prepara il proprio arrivo nel buio. La luna nuova di ieri ha lasciato il cielo quasi nudo, come una pagina non ancora scritta. Eppure è proprio nella sua assenza che qualcosa ha ricominciato a crescere. La luna nuova non mostra: promette. Non illumina: semina. Così fai anche tu, quando ti raccogli, quando taci, quando custodisci nel petto una forma che ancora non ha nome.
Nel sogno cammini su un sentiero alto. La neve resiste ai margini, ma l’acqua corre sotto. Tra le pietre intravedi i primi segni: non fiori, ancora, ma intenzioni di fiore. Ogni cosa trattiene una memoria di sboccio. E tu capisci che la sorellanza è questo: non obbligarsi a fiorire tutte nello stesso momento, ma riconoscere la primavera anche quando nell’altra è ancora soltanto una vena segreta. Essere presenza accanto alla lentezza. Vegliare il tempo dell’altra senza forzarlo. Dire: ti credo, anche se ancora non si vede.
Moltina allora ti prende per mano - o forse è il vento, o forse è una nonna antica, o forse una parte di te che ha smesso di aver paura - e ti insegna che la montagna non è verticale come ti hanno detto. Non è soltanto vetta, prestazione, conquista. È grembo minerale, comunità di viventi, tessitura di specie, appoggio reciproco tra radice e sasso, tra animale e ombra, tra acqua e seme. La montagna di Moltina è una montagna che accoglie il molteplice, che conosce il valore politico della cura, che onora il lavoro invisibile del sottosuolo. Una montagna che assomiglia a una comunità di donne quando smette di imitare il potere e comincia a generare mondo.
Così arrivi a giugno, dentro il sogno. E ciò che oggi è appena intuizione si fa corona, costellazione minuta, bianca o rosa, accesa nella roccia. La sassifraga fiorisce dove sembrava impossibile. Tu la guardi e ti riconosci. Capisci che non eri arida: eri in ascolto. Non eri ferma: ti stavi radicando. Non eri sola: sotto la neve, le altre ti stavano già raggiungendo.
Per chiudere questo passaggio, Moltina ti affida un rito semplice. Al crepuscolo, disponi tre pietre in cerchio. Una per il corpo che resiste. Una per la voce che ritorna. Una per la sorellanza che sostiene. Al centro accendi una candela bianca, o color miele, e lascia che la sua fiamma parli con il buio. Poi appoggia le mani alla terra e pronuncia piano:
Pietra viva, pietra madre,
custodisci il seme che non ha fretta.
Luna nera, coppa del cielo,
benedici ciò che cresce senza mostrarsi.
Sorelle visibili e invisibili,
fate cerchio intorno alla mia fioritura.
Che io sbocci nel mio tempo,
che io apra senza paura,
che io sia roccia, radice, fiore.
E quando il vento si alzerà, tu saprai: la montagna ha ascoltato.