Dai paesaggi fluviali di Bolzano all'Arsenale: Angelika Burtscher e Daniele Lupo curano il programma pubblico del Padiglione Italia

Daniele Lupo e Angelika Burtscher © Elisa Cappellari
Daniele Lupo e Angelika Burtscher © Elisa Cappellari
“In un’epoca in cui il confine tra reale e virtuale si fa sempre più evanescente, la cultura alpina ci ha insegnato che il rapporto con la materia - la pietra, il legno, l’argilla, l’acqua - non è mai un esercizio passivo, ma un dialogo fisico che trasforma chi lo pratica”. È questo spirito, radicato in una concretezza quasi ancestrale, che Angelika Burtscher e Daniele Lupo porteranno da Bolzano alla Laguna. I fondatori di Lungomare, piattaforma nata oltre vent'anni fa all'ombra della funivia di San Genesio, sono infatti stati scelti per curare il programma pubblico e l’identità visiva del Padiglione Italia alla 61° Biennale d'Arte di Venezia.
Il progetto intitolato "Con te con tutto", che inaugurerà il prossimo 9 maggio, vede al centro la curatela di Cecilia Canziani e il focus sull’opera dell’artista piacentina Chiara Camoni. Insieme a Lungomare, il team trasformerà gli spazi espositivi dell'Arsenale in un paesaggio in mutamento in cui la scultura non è un monumento isolato, ma un’epifania di forme che raccontano l’ibridazione tra mondo animale, umano e sacro. Per i due progettisti bolzanini il viaggio verso Venezia è un riconoscimento alla carriera, ma soprattutto è l'occasione per applicare su scala internazionale quella metodologia della "frontiera" che ha reso Lungomare un punto di riferimento per la produzione culturale interdisciplinare.

Daniele, Angelika, come si porta la "visione di confine" di una città come Bolzano nel cuore della più importante kermesse d'arte mondiale?
Angelika Burtscher: Abbiamo iniziato nel 2003 mossi dal desiderio di creare uno spazio libero dove installare dialoghi con progettisti e realtà diverse. Per noi l’interessante è sempre stato essere tra due mondi, zoomare fuori per vedere connessioni che altrimenti resterebbero invisibili. Questo approccio lo portiamo a Venezia attraverso una pratica che mette in discussione lo status quo. Il nostro lavoro per il Padiglione Italia è ibrido: curiamo il programma pubblico, ma disegniamo anche l'identità visiva, il catalogo e un concetto di accessibilità specifica. È la prima volta che il padiglione avrà una guida audio dedicata e test tattili per persone con diverse limitazioni. Vogliamo che l'arte sia un'esperienza immersiva nel contesto da cui scaturisce.
Daniele Lupo: C’è un legame profondo tra il nostro modo di operare e quello della curatrice Cecilia Canziani. Siamo cresciuti insieme professionalmente, in questi vent'anni, portando avanti battaglie comuni per il riconoscimento della produzione artistica contemporanea. Il Padiglione Italia rispecchia questo spirito collaborativo, che Cecilia definisce "la natura politica dell'amicizia". Non è solo una mostra: è una chiamata a raduno. Si tratta di "reincantare il mondo" attraverso una pratica partecipata che integra arte e vita, proprio come cerchiamo di fare a Bolzano con i paesaggi fluviali o i progetti collettivi.

Il titolo del padiglione, "Con te con tutto", sembra quasi un manifesto della "cura" verso il vivente. In che modo il Public Programme renderà concreto questo concetto?
Angelika: Il filo conduttore sarà "stare con la voce". Consideriamo la voce non solo come linguaggio, ma come manifestazione di presenza e postura di dissenso. Il programma si aprirà alla città di Venezia, coinvolgendo istituzioni locali, cori Arci e istituti di ricerca ambientale come il Niche - Center for Environmental Humanities con cui collaboriamo da anni. Vogliamo creare una cosmologia aperta che non punti alla stabilità, ma al movimento e alla trasformazione. Le opere di Chiara Camoni, d'altronde, sono presenze porose: sculture in ceramica adornate con conchiglie, arbusti, ma anche scarti industriali. Invitano a un dialogo muto tra il corpo del visitatore e quello della scultura.
Daniele: Il messaggio che vorrei lasciasse il padiglione è l'idea dell'incontrarsi e del dedicarsi tempo. Cecilia Canziani scrive che la materia non è un soggetto passivo, ma “uno spazio fisico di interazione reciproca che modifica noi e il mondo”. Questo "fare insieme" presuppone un "pensare insieme". Il nostro obiettivo è creare sensibilità per tutto ciò che ci circonda, dall'ambiente naturale alle trasformazioni urbanistiche, rendendo visibili quegli affetti e quei legami che rendono possibile l'atto creativo.

Il mondo dell'arte è però anche un terreno di forti tensioni. Come vivete la complessità delle rappresentazioni nazionali in un momento di conflitti globali?
Angelika: È un terreno scivoloso. L'arte deve unire e fornire strumenti per vedere la complessità del mondo, ma ogni gesto culturale è intrinsecamente politico. Sebbene io creda che l'arte non debba avere bandiere nazionalistiche, a Venezia i padiglioni sono isole nazionali commissionate dai governi. È difficile parlare di inclusione totale quando una nazione invade un'altra. L'arte deve essere uno spazio di espressione libera, ma la domanda cruciale è: esistono oggi le condizioni per una voce libera in contesti di aggressione? È un dilemma che l'arte non può ignorare.
Daniele: Proprio per questo, nel nostro progetto, mettiamo al centro la relazione. Speriamo di portare a casa nuove amicizie e valori condivisi. Per noi amicizia significa essere più attenti verso l'ambiente e le relazioni sociali, essere sensibili al mondo che ci aspetta. Il "giardino" che i visitatori vedranno alla fine del percorso nel Padiglione Italia, inquadrato dal portone dell'Arsenale, rappresenta proprio questa connessione: la materia vivente che muta con le stagioni e ci restituisce il senso del tempo.
Angelika: In fondo, Lungomare ha sempre cercato di provocare nuovi punti di vista. A Venezia porteremo questa attitudine vigile: l'arte come spazio di attenzione e misura, capace di sovvertire le gerarchie e immaginare un altro modo di vivere il presente.
L’appuntamento in Laguna sarà un banco di prova monumentale per i due progettisti altoatesini. Tra sculture ieratiche di terracotta e programmi performativi che esploreranno il "selvatico", il Padiglione Italia 2026 promette di essere un bosco di significati in cui perdersi per ritrovarsi più consapevoli della propria connessione con "tutto il vivente".