Contemporary Culture in the Alps
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Design

Geometrie della quiete. Lara De Sio tra terra, fuoco e memoria

26.02.2026
Stefania Santoni

© Susanna Pozzoli

C’è una linea sottile che unisce il rigore della geometria al respiro della materia. Una linea che non si vede, ma si intuisce nelle proporzioni, nelle superfici che trattengono la luce, nelle forme che sembrano nate da un pensiero antico e insieme attualissimo. È lungo questa linea che si muove la ricerca di Lara De Sio. Nata a Bolzano, formata all’architettura tra progetto e visione, e poi approdata alla ceramica come a una necessità più intima, De Sio lavora la terra come si costruisce uno spazio: per stratificazioni, per equilibri, per silenzi. Le sue opere non chiedono di essere semplicemente guardate, ma abitate con lo sguardo. Hanno la compostezza di un’architettura in miniatura e la vibrazione organica di una materia che ha attraversato il fuoco. Tra l’Alto Adige e Venezia - tra boschi, cortecce e pietre da una parte, e superfici corrose dall’acqua e dal tempo dall’altra - si è formato un immaginario che tiene insieme disciplina e ascolto, struttura e imprevisto. La tecnica del colombino, le affumicature, le riduzioni, non sono solo procedimenti: sono gesti reiterati che trasformano il fare in rito, il progetto in dialogo. In questa conversazione, Lara De Sio ci accompagna dentro il suo atelier e dentro il suo tempo lento - lentius, profundius, suavius - dove ogni forma nasce da un equilibrio sottile tra controllo e abbandono, tra pensiero e materia.

© Mark Smith

Nata a Bolzano, formata allo IUAV di Venezia e oggi radicata a Venezia: quanto la sua identità si costruisce tra geografie diverse? In che modo il paesaggio altoatesino e la stratificazione lagunare abitano le sue forme?
Nella mia identità questi luoghi convivono quotidianamente. Anche se non vivo più in Alto Adige, vi torno spesso e non rinuncio mai a una passeggiata tra gli alberi, che sia in montagna o in città. La natura, con la sua varietà nelle diverse stagioni - gli alberi, le cortecce, le foglie, i sassi e le rocce - nel loro carattere tattile e cromatico, ha certamente formato il mio sguardo e il mio approccio alla materia ceramica. Venezia, con le sue architetture e le sue sculture corrose dal tempo e levigate dall’acqua, continua a offrirmi suggestioni profonde. È un paesaggio che arricchisce il mio patrimonio visivo e che, in modo più o meno consapevole, si sedimenta e si trasmette nel mio lavoro.

About the authorStefania Santoni Sono nata nel cuore di una fredda notte di gennaio, tra il bagliore della luna piena e il [...] More
La sua formazione in Architettura e l’esperienza nel design, anche nelle manifatture muranesi come Venini e Barovier & Toso, che tipo di disciplina dello sguardo le hanno lasciato? Quando modella l’argilla, pensa ancora in termini di spazio, struttura, progetto?
L’architettura mi ha lasciato una disciplina dello sguardo che potrei definire etica prima ancora che formale: la necessità di comprendere la struttura profonda delle cose, di interrogare il rapporto tra vuoto e pieno, tra equilibrio e tensione. Mi ha insegnato che ogni forma è il risultato di una geometria silenziosa, di proporzioni che non si impongono ma si rivelano, e che il dettaglio non è mai ornamentale, bensì parte integrante del pensiero costruttivo. L’esperienza nelle fornaci muranesi ha affinato ulteriormente questo sguardo, portandomi dentro una cultura della materia fatta di tempo, ascolto e precisione. Lì ho compreso quanto la superficie non sia un semplice rivestimento, ma un luogo di narrazione: trame, tessiture e decori non nobilitano soltanto l’oggetto, lo rendono vivo, vibrante, attraversato dalla luce. Quando modello l’argilla, quello sguardo progettuale è ancora presente, ma si è fatto più poroso. Penso ancora in termini di spazio e struttura, ma accetto che il progetto possa trasformarsi nel dialogo con la materia. L’argilla introduce una dimensione più organica, una possibilità di deviazione rispetto al disegno iniziale. È un equilibrio continuo tra controllo e abbandono: la struttura sostiene, la materia suggerisce.
© Lara De Sio

La tecnica del colombino e l’uso dell’argilla semi-refrattaria bianca parlano di lentezza, di costruzione per stratificazione. Che rapporto ha con il tempo nel suo lavoro? È un tempo architettonico, rituale, o piuttosto narrativo?
La tecnica del colombino, così come la scelta di un’argilla semi-refrattaria bianca, mi conduce inevitabilmente dentro un tempo disteso, fatto di attese e di ritorni. È un tempo che si costruisce per stratificazione, gesto dopo gesto, in una progressione quasi impercettibile, dove ogni anello di materia porta con sé la memoria di quello precedente. Il mio è un lavoro lento e ripetitivo, e proprio in questa ripetizione trovo una dimensione che si avvicina alla meditazione. Lavoro spesso in silenzio, oppure accompagnata dalla musica classica, che non invade ma sostiene il ritmo del fare. In questo senso lo vivo come un tempo rituale: una disposizione interiore che ha qualcosa della celebrazione, dell’ascolto profondo, di una soglia che si attraversa ogni volta che entro in studio. Eppure, accanto alla dimensione rituale, c’è anche un tempo architettonico: la costruzione per accumulo, la consapevolezza della struttura che cresce, la pazienza necessaria perché la forma trovi il proprio equilibrio. Non è un tempo lineare né produttivo, ma un tempo che si dilata e si sedimenta. Forse, più che narrativo, è un tempo che custodisce una narrazione silenziosa: quella del gesto che si ripete e, ripetendosi, genera senso.

© Lara De Sio
@ Joan Porcel

Le sue superfici, segnate da affumicature, matrici in tessuto, naked raku e riduzioni, sembrano custodire tracce e memorie. Che ruolo ha per lei l’imprevisto del fuoco? È una perdita di controllo o una forma di dialogo con la materia?
Le superfici che realizzo sono il luogo in cui la materia trattiene una memoria. Non sono mai del tutto prevedibili: custodiscono tracce, impronte, variazioni che si rivelano solo al termine della cottura. Il comportamento del fuoco, e ancor più quello del fumo che segue la combustione, con le sue molteplici e talvolta inattese modulazioni, continua a offrirmi uno spazio di riflessione e di sperimentazione. Ogni esito è legato a una costellazione di fattori spesso incontrollabili (la temperatura del forno, l’umidità dell’aria, le condizioni atmosferiche) e proprio questa dimensione aleatoria mi costringe a rimanere in ascolto. Non vivo l’imprevisto come una perdita di controllo, ma come una forma di dialogo profondo con la materia. Il fuoco non è un semplice strumento esecutivo: è un interlocutore, capace di intervenire sull’opera con una propria autonomia. Accettare questa co-autorialità significa rinunciare all’idea di dominio assoluto e riconoscere che la forma finale nasce da una negoziazione. È proprio l’imprevisto ad alimentare il desiderio di ricerca: mi permette di lavorare con la stessa tecnica di cottura da quindici anni senza percepirla come un territorio chiuso. Ogni variazione apre un varco, ogni esito inatteso suggerisce una possibilità ulteriore. In questo senso, il fuoco non sottrae controllo: amplia il campo del possibile.

© Lara De Sio

Nei suoi oggetti convivono funzione e scultura. Come vive questa soglia? Si sente più vicina alla tradizione dell’arte applicata o a una ricerca che tende all’opera unica e autonoma?
La tecnica del colombino, per sua natura, esclude la possibilità di una produzione in serie: un oggetto può essere simile a un altro, ma mai identico, e questo orienta già il lavoro verso l’unicità dell’opera. Ogni forma porta con sé minime variazioni, scarti impercettibili che ne dichiarano l’irripetibilità. Anche quando realizzo oggetti “funzionali”, come vasi o ciotole, li concepisco con una valenza scultorea, come presenze capaci di abitare e definire lo spazio. Non li penso soltanto in relazione all’uso, ma come protagonisti silenziosi di un ambiente. Posso dire, dunque, che i miei lavori affondano le radici nel terreno dell’arte applicata, in dialogo con tecniche costruttive antiche, ma trovano il loro compimento nell’ambito della scultura, dove la funzione si apre a una dimensione più ampia, formale e simbolica.

@ Lara De Sio

Il suo laboratorio a Cannaregio è insieme luogo di produzione e di pensiero. Che idea di artigianato porta avanti oggi, in un tempo dominato dalla serialità e dalla velocità? È possibile parlare di una postura etica, oltre che estetica, nel suo fare?
Mi piace molto il termine “postura etica”. Vorrei che il mio lavoro potesse essere letto anche così, ma in realtà risponde innanzitutto alla mia natura e alla mia esigenza profonda di operare in un certo modo: con lentezza, concentrazione, cura. Lentius, profundius, suavius: più lentamente, più profondamente, più dolcemente. Le parole di Alexander Langer sento che mi appartengono intimamente. Non come un manifesto programmatico, ma come un orientamento interiore, una misura del fare e dello stare. E in questa eco ritorna anche l’Alto Adige, con la sua idea di tempo disteso, di radicamento, di fedeltà silenziosa ai propri luoghi.



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design, lara de sio, architettura
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