Intervista ai designer Florin e Carla Dissegna

© Dissegna
C’è un momento preciso in cui un’idea smette di essere invisibile. È il gesto istintivo che dà vita a un’immagine: la penna scorre rapida sul foglio, tratteggia una forma ancora incerta, embrionale. Un segno forse imperfetto, ma sufficiente a trasformare un’intuizione in presenza. L’idea, fino a un attimo prima immateriale, prende corpo; una figura che prima non c’era si affaccia al mondo e resta in attesa di essere osservata, interrogata, “animata” fino a diventare oggetto.
Proprio in questo passaggio — dall’invisibile al visibile, dalla rêverie alla materia tangibile — si sviluppa il dialogo creativo e intimo tra Florin e Carla Dissegna, fratello e sorella legati da una memoria e da un vissuto condivisi. I loro oggetti affondano negli stessi luoghi e racconti familiari che diventano materia di progetto: aneddoti, immagini d’infanzia, collezioni di famiglia riaffiorano come tracce e si traducono in forma.
L’umorismo complice che li unisce si riflette in forme che conservano una freschezza volutamente infantile. Anche il colore diventa linguaggio: i rossi e i gialli accesi, i blu primari non sono soltanto scelte cromatiche, ma strumenti narrativi che amplificano la presenza dell’oggetto nello spazio, sottolineandone il carattere ludico e la volontà di sottrarsi a ogni neutralità.
In questa dimensione prendono forma oggetti come Kuschler o Figura T, presenze morbide e antropomorfe che, oscillando tra funzione e personaggio, abitano lo spazio domestico con naturalezza, espressività, calore e ironia. In questa intervista, Florin e Carla - i cui lavori fanno parte anche del progetti espositivo Sciscioré-Il gioco come gesto alpino curato da Anna Quinz - ci raccontano come il design possa diventare un dispositivo di relazione: un modo per attivare memorie, generare prossimità e trasformare l’oggetto in un interlocutore silenzioso, giocoso e gioioso dello spazio quotidiano.

Florin e Carla, che formazione avete e come avviene il vostro processo creativo “a quattro mani”?
CD: Tutti e due abbiamo studiato architettura. Florin a Vienna alla Technische Universität e io studio ancora a Berlino alla Universität der Künste e in parte a Vienna all’Universität für Angewandte Kunst. Per chi proviene dall'architettura, lo schizzo è uno strumento abituale, e anche nella realizzazione dei nostri oggetti impugniamo intuitivamente la penna. Così, con qualche linea e poche parole, cominciamo un discorso. Spesso le nostre idee derivano da un aneddoto, dalle storie vissute condivise tra fratelli che, devo aggiungere, curiosamente hanno sempre aspetti comici: un umorismo che si comunica con poche parole o ammiccando. Lo schizzo è utile per fissare un’idea, un pensiero non sempre destinato a divenire oggetto. Questi sono i primi momenti in cui un'idea si trasforma da un soggetto immateriale a una figura. L’espressione del pensiero aiuta a rendere conto della sua esistenza e, quando l'hai di fronte, è possibile giudicare se sia valida o meno. Spesso si tratta di scene che non saprei neanche formulare a parole, ma disegnando, l'immagine si concretizza.
Partiamo da Kuschler: come è nato il vostro primo progetto?
FD: Oltre alla funzionalità, che nel nostro processo di progettazione riveste sempre un ruolo centrale, aggiungiamo a ogni oggetto un ulteriore carattere — per così dire “umano”. Gli oggetti non devono solo funzionare, ma devono anche essere in grado di raccontare storie. L’anno scorso Carla si è trasferita per un semestre a Vienna, dove abbiamo vissuto nello stesso appartamento. Questo ha fatto sì che iniziassimo a realizzare le idee a cui pensavamo già da tempo. Nelle discussioni serali si affinavano i concetti e ci scambiavamo pensieri e riflessioni.
CD: I Kuschler sono peluche non necessariamente destinati ai bambini, come d’abitudine, ma a persone di tutte le età, visto che anche gli adulti amano essere coccolati e abbracciati. Poi, oltre a essere dei peluche, possono anche essere solo dei personaggi che animano lo spazio, un accento di colore, se si vuole.





Nella vostra pratica progettuale traete ispirazione da qualche designer del passato o da particolari dimensioni della creatività?
FD: Nostro nonno era un collezionista di questo genere di oggetti. Il suo appartamento era per noi un giardino delle meraviglie, colmo di piccoli gioielli. Erano oggetti che parlavano a noi bambini e che ci hanno lasciato un’impronta indelebile. Un cavatappi, una coperta o anche un semplice fiammifero gigante potevano diventare, grazie al loro aspetto particolare, oggetti con cui giocare e che ci tenevano occupati per ore. Il design conferiva loro un significato che andava ben oltre la specifica funzione. Anche l’altro nonno, il nostro Opa, mastro carradore, era un abile artigiano, e restavamo incantati a guardarlo lavorare i diversi componenti in legno con cui costruiva le ruote.
CD: Personaggi, specialmente del mondo del design italiano, che ci parlano, sono designer come Stefano Giovannoni con il suo imbuto Pinocchio, progettato per Alessi, o anche l’artista Mario Ceroli, che imprime tratti caratteristici ai suoi mobili in legno. Poi, ovviamente, il designer francese Philippe Starck affascina nel modo in cui costruisce la narrazione attorno a un oggetto. Come nel caso degli sgabelli Gnomes, che imitano personaggi della fiaba dei Sette Nani. Poiché queste fiabe sono già presenti nella memoria collettiva e hanno già la loro propria identità, il designer si avvale di una narrazione già scritta, ma trasformata nello spazio, che acquisisce così una nuova vita. L'esagerazione contiene sempre una certa ironia, come nelle caricature. Mi ha ispirata anche l’architetto Sam Chermayeff, presso il quale ho studiato all’Universität für Angewandte Kunst a Vienna, che dona una gestualità particolare ad ogni oggetto nello spazio, de-costruendo cucine e bagni in singoli elementi o anche combinando differenti funzioni che rivelano una differente interazione con un arredo.


Avete nuovi lavori in cantiere o speciali sogni che vorreste realizzare?
CD: Al momento sono a Parigi e lavoro nello studio di architettura Bruther, la cui contitolare Stéphanie Bru era mia professoressa alla Universität der Künste a Berlino. Perciò, al momento, il mio interesse principale è l’architettura, nonostante io nutra costantemente interesse per arte e design. In ottobre inizierò a lavorare alla mia tesi. Il soggetto vaga già tra oggetto e spazio… sarà un progetto che vorrei affrontare anche a livello teorico per rafforzare un’idea che già adesso travalica l’ambito universitario.
FD: Abbiamo molte idee, ne prendo nota e, se dopo un mese mi sembrano ancora valide, non riusciamo a non realizzarle. Una delle nostre zie ci sostiene in modo particolare, da sempre saggia consigliera. Un concetto che ama ripetere è: “Da cosa nasce cosa”. Ed è così che cerco di affrontare la vita: è importante mettere in pratica una visione, perché solo mettendosi alla prova nascono cose nuove e inaspettate.
