Contemporary Culture in the Alps
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Bianco assoluto, cuore inuit

Dalle Dolomiti alla banchisa artica: amore e resistenza di Daniela Tommasini, autrice del libro "In Groenlandia. La terra del nulla e del tutto: un diario d'amore"

24.02.2026
Silvia M. C. Senette

© Daniela Tommasini

Partire dalle Dolomiti per ritrovarsi a mangiare carne di foca sul divano di una famiglia inuit non è un semplice viaggio: è un ribaltamento geografico ed esistenziale. Sabato 28 febbraio alla Libreria Ubik di Bolzano e il 6 marzo a quella di Trento, sempre alle 18, Daniela Tommasini presenta "In Groenlandia. La terra del nulla e del tutto: un diario d'amore" (edizioni Ponte alle Grazie, 320 pagine, 22 euro). Geografa culturale di formazione, di origine friulana ma "bolzanina per amore da oltre quarant'anni", l'autrice ha traslato i suoi interessi dalle Alpi all'Artico, trasformando quella che doveva essere una vacanza nel 1994 in una storia d'amore ininterrotta che l'ha portata a spogliarsi dei panni della ricercatrice per indossare quelli, ben più caldi e complessi, di una nativa d'adozione.

© Daniela Tommasini

"Atterrai in Groenlandia per puro caso, invitata da un amico di mio marito che si era stabilito lì per promuovere il turismo locale - racconta oggi Daniela Tommasini -. Pensavo sarebbe stata una parentesi isolata, invece quella terra mi ha folgorata. Una volta rientrata a casa, non ho fatto altro che pensare a come tornare". È stata la luce di aprile, il bianco assoluto del ghiaccio e l'ululato dei cani a scardinare le sue certezze occidentali. "Quell'impressione di stordimento e vertigine non mi ha mai abbandonata. La natura in Groenlandia è "troppo": troppo bella, troppo intensa, quasi violenta. È un’emozione che ancora oggi mi sommerge, dove gli odori e i rumori costruiscono un’immagine del cuore".

Nel suo diario, descrive il passaggio dalla geografa che analizza le comunità periferiche alla donna che abita i silenzi inuit. "In un mondo bulimico di oggetti, ho dovuto imparare il valore della comunanza. Gli inuit conservano un retaggio nomade: d'inverno vivevano tutti insieme in case di sassi e torba, condividendo spazi minimi. Si suddividevano piccoli alloggi lungo le pareti per dormire e cucire, ma nel mezzo c'era lo spazio comune per i racconti, la lingua orale e le famose danze al tamburo". Ancora oggi, la privacy come la intendiamo noi non esiste; si dorme sui divani, si condividono le preoccupazioni, il disordine e l’allegria. "Ma soprattutto si rispetta il silenzio. Noi occidentali ne siamo spaventati, sentiamo il bisogno di riempirlo con parole inutili. Per loro il silenzio è un momento di riflessione, un modo profondo di stare insieme. È un vuoto che parla".

© Daniela Tommasini

Vivere la Groenlandia "dal di dentro" significa anche imparare codici di comportamento sottili e spesso opposti ai nostri. "È maleducatissimo fissare l'interlocutore negli occhi; ci si guarda di sfuggita, poi si volge lo sguardo altrove. Ho imparato a non fare domande a raffica, a dare all'altro il tempo di inquadrarmi, di capire chi fossi. C’è un grande rispetto per l’altro, ma bisogna saper aspettare. È una forma di distanza zen che mi porto dentro anche quando torno in Alto Adige, dove invece l'aggressività e la fretta sembrano diventate la norma. Quando torno qui mi godo la frutta fresca, che là manca, ma la pazienza millenaria dei groenlandesi mi resta appiccicata addosso".

Tra i simboli di questa vita sospesa tra ghiaccio e modernità, Tommasini sceglie l'Ulu, il coltello delle donne a forma di mezzaluna. "È un oggetto di un’ingegnosità commovente. In una terra dove noi non vedremmo nulla, loro hanno trovato tutto. L'Ulu serve a scuoiare, raspare il grasso, cucire, preparare la carne: è l'emblema di un popolo che ha saputo sfruttare ogni minima risorsa offerta da una natura spesso matrigna". Ma l'ingegno non si ferma agli strumenti. "Gli stivali Kamik sono geniali: hanno una suola così flessibile che, quando corri accanto alla slitta per scaldarti, massaggiano il piede contro il ghiaccio riattivando la circolazione. Tutto è nato dal bisogno: il trapano a bocca, gli occhiali in legno e osso con sottili fessure per proteggersi dal riverbero della neve... È una tecnologia della sopravvivenza che ha una sua estetica meravigliosa".

© Daniela Tommasini

Il radicamento di Daniela è diventato tangibile con l'acquisto di una "casetta blu" assieme all'amica Gerda, una figura poliedrica che è stata ingegnere, gelataia, avvocato e infine giudice. "La nostra piccola dimora era in una posizione stupenda. Sapere di avere una casa lì, di poter tornare da Gerda ogni volta, ha dato un senso di stabilità al mio vagabondare". Eppure non mancano le zone d'ombra in questo diario: le basi aeree americane, le miniere d'oro e le ferite delle "rilocalizzazioni forzate". Daniela Tommasini cita il caso di Ittoqqortoormiit, fondata un secolo fa per pure ragioni geopolitiche nel punto più orientale della Groenlandia, sulla riva settentrionale dello Scoresby Sund. "Hanno spostato famiglie di mille chilometri solo per marcare il territorio danese contro i norvegesi. Queste persone si sono trovate in un ambiente sconosciuto, senza sapere quando passava la selvaggina o quando si formava il ghiaccio... Sono storie brutali, pagine scritte da chi pensa che, essendo pochi, i nativi non abbiano voce".

Oggi, però, quella voce è più forte che mai grazie ai giovani. "Ammiro immensamente le figlie delle mie amiche: sono istruite, parlano le lingue, sono state ministri e sanno esattamente cosa vogliono. I giovani di oggi non sono più il "povero cacciatore" prono al volere coloniale. Vedere una ragazza con i tatuaggi tradizionali sul mento - quei puntini in linea sotto le labbra che indicano forza e maturità - mi fa capire che il passaggio all’età adulta della Groenlandia è ormai avviato. Sono combattivi, entusiasti e ben consapevoli dei giochi geopolitici che oggi vorrebbero "comprare" la loro terra".

© Daniela Tommasini

Nonostante le "piaghe sociali come l'alcolismo, il suicidio e la violenza domestica", che l'autrice ha visto da vicino proprio grazie al lavoro dell'amica Gerda ("quando senti l'elicottero fuori orario, capisci che è successo qualcosa di tragico in un villaggio"), l'immagine che le resta è quella di un popolo tenace. "La natura può essere matrigna, ma loro la annusano, la sentono. Sanno che tutto può cambiare in un attimo". Una volta chiuse le pagine del libro, l'auspicio dell'autrice è semplice: "Vorrei che il lettore sentisse di aver conosciuto un altro paesaggio e un altro modo di stare al mondo. Se potessi, ripartirei domani: lì c'è sempre un nuovo silenzio da imparare, una nuova aurora boreale che, nonostante gli anni, continua a farmi sentire piccola e fortunata".

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natura, norvegia, Danimarca, daniela tommasini, groenlandia, Ubik, Ponte alle Grazie, Artico, inuit, ulu, Kamik, Ittoqqortoormiit, Scoresby Sund, aurora boreale
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