Contemporary Culture in the Alps
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Architecture

Architettura come racconto: la filosofia progettuale di Aree di Studio

Un’intervista al designer e architetto Valerio Panella

20.02.2026
Stefania Santoni

© Marta Tonelli

L’architettura è molto più di una questione di forme e materiali: è esperienza, memoria, relazione. È il linguaggio con cui interpretiamo il mondo e con cui il mondo, a sua volta, ci risponde. Ogni spazio racconta storie, guida i nostri gesti quotidiani e influenza le emozioni di chi lo abita. È questo sguardo, attento e riflessivo, che anima il lavoro di Aree di Studio, collettivo nato a Trento nel 2012 dall’iniziativa di Valerio Panella e arricchito negli ultimi anni dalle collaborazioni di Angelica Pedrotti ed Eleonora Pedrotti. Lo studio si distingue per un approccio interdisciplinare che attraversa architettura, paesaggio, design e curatela artistica, sempre con l’obiettivo di creare progetti capaci di intrecciare estetica, funzionalità e sostenibilità. Qui tradizione e innovazione non sono opposti, ma strumenti che si contaminano e dialogano, dando vita a spazi narrativi e vivibili, in cui ogni scelta - dal dettaglio dei materiali alla configurazione degli ambienti - ha un senso preciso.

© Marta Tonelli

In questa intervista al designer e architetto Valerio Panella scopriremo come nasce un progetto, quali scelte lo rendono responsabile e duraturo, e come l’architettura possa trasformarsi in un gesto culturale e politico capace di incidere sulla vita quotidiana di chi la vive.

About the authorStefania Santoni Sono nata nel cuore di una fredda notte di gennaio, tra il bagliore della luna piena e il [...] More
Valerio, Aree di Studio nasce nel 2012 a Trento. Quale urgenza (culturale, professionale, forse anche etica) vi ha spinti a fondare il collettivo? E cosa è rimasto intatto, dopo più di dieci anni, della vostra intuizione originaria?
Sì, lo studio nasce nel 2012, anche se all’inizio non era ancora un collettivo nel senso proprio del termine: ero solo. L’idea, però, era già quella di costruire qualcosa di condiviso. Per diversi anni sono mancate le condizioni giuste perché accadesse davvero. Quattro anni fa è arrivata Angelica, e tre anni fa Eleonora: con il loro ingresso Aree di Studio ha iniziato a prendere la forma che avevo immaginato fin dall’inizio. È diventato uno spazio realmente plurale, capace di lavorare su più livelli e in ambiti diversi. Il nome stesso, Aree di Studio, racconta questa vocazione: interveniamo in molte “aree” eterogenee tra loro, dall’architettura al paesaggio, fino al design e alla curatela. Il progetto nasce da un percorso personale: mi sono formato come designer, poi come architetto, ma ho sempre mantenuto uno sguardo molto attento al dettaglio, alla piccola scala, alla dimensione quasi sartoriale del progetto. Negli anni sono tornato anche al design, proprio per non perdere quel rapporto diretto con la materia e con l’oggetto. Quando Angelica, con la sua sensibilità per il dettaglio e per i progetti di scala più raccolta, e poi Eleonora, hanno portato il loro sguardo e le loro competenze, quello che era un desiderio è diventato una realtà concreta: uno studio capace di muoversi e attraversare discipline diverse, in grado di far dialogare visioni differenti in un’unica identità progettuale.
© Marta Tonelli

Parlate di architettura come “impatto positivo sulla vita quotidiana”. In che modo questa idea si traduce concretamente nei vostri progetti? C’è un intervento in cui avete percepito con chiarezza questa trasformazione?
È una domanda centrale per noi perché “impatto positivo” non è uno slogan: è un criterio di progetto. E può declinarsi in molti modi. Riguarda certo la qualità dello spazio, ma anche le implicazioni sociali, economiche, relazionali delle scelte che facciamo. Per noi l’impatto positivo comincia da decisioni molto concrete: la selezione di materiali salubri, durevoli, autentici. Materiali “veri” che non simulano altro e che restituiscono una percezione onesta della qualità. Accompagniamo i clienti in questo percorso spiegando che non si tratta solo di estetica, ma di benessere quotidiano. Non crediamo che aggiungere sia sempre un valore: spesso il gesto più potente è togliere, riportare il progetto all’essenza, far emergere ciò che è necessario. Un altro aspetto fondamentale è l’ascolto. Il dialogo con chi abiterà lo spazio ci permette di intercettare esigenze che a volte non sono ancora del tutto consapevoli. L’organizzazione degli ambienti, ad esempio, incide profondamente sulle relazioni: su come una famiglia si incontra, si vede, condivide il tempo. Sono temi che possono sembrare banali, ma nella pratica non lo sono affatto. Riportarli al centro significa riconoscere che l’architettura è anche costruzione di dinamiche umane. Un esempio concreto è la ristrutturazione di un maso storico in montagna a cui stiamo lavorando. È un progetto delicato perché richiede un equilibrio continuo tra tutela dell’esistente e trasformazione contemporanea. Con la committenza stiamo costruendo una sorta di “danza” tra scelte tecniche, rispetto della memoria del luogo e qualità dell’abitare quotidiano. Abbiamo lavorato molto sulle aperture e sul modo in cui la luce naturale attraversa gli spazi, integrandola con un sistema di illuminazione discreto ma preciso. Gli ambienti rimangono in gran parte aperti: una scelta che nasce dalla consapevolezza che oggi trascorriamo spesso più tempo con i colleghi che con le persone che amiamo. Rendere la casa uno spazio più fluido e condiviso può diventare un’occasione per ritrovarsi, non solo fisicamente ma anche emotivamente. Ecco, per noi l’impatto positivo sta proprio lì: in una serie di attenzioni progettuali che, sommate, migliorano la qualità della vita senza imporsi, ma accompagnando.

© Marta Tonelli

Il vostro lavoro tiene insieme tradizione e innovazione. Come si costruisce questo equilibrio senza cadere né nella nostalgia né nella retorica del nuovo a tutti i costi?
È una domanda complessa perché l’equilibrio tra tradizione e innovazione non è una formula, ma un processo continuo. Per noi non si tratta di “mediare” tra due poli opposti, quanto piuttosto di farli dialogare in modo vivo. Questo equilibrio nasce prima di tutto da una conoscenza profonda della storia: dei materiali, delle tecniche costruttive locali, della cultura del progetto, del design e dell’artigianato. Crediamo che molti oggetti che oggi definiamo di design siano in realtà l’evoluzione di pratiche artigianali antiche. Ci sono stati artigiani che, producendo oggetti d’uso quotidiano, hanno creato veri e propri pezzi di design senza nome. Riconoscere questo significa guardare alla tradizione non come repertorio da imitare, ma come intelligenza sedimentata. Allo stesso tempo l’innovazione per noi non è mai esercizio di stile o ricerca del nuovo a tutti i costi. È piuttosto la capacità di leggere il presente: nuove esigenze abitative, nuove tecnologie, nuove sensibilità ambientali. L’equilibrio si costruisce soprattutto nel dialogo: con chi produce i nostri pezzi, con le maestranze, con le aziende, con gli artigiani. È nello scambio culturale e progettuale che riusciamo a trovare una sintesi concreta. Quando lavoriamo, ad esempio, con realtà locali, mettiamo in relazione il sapere tecnico contemporaneo con competenze che hanno radici profonde nel territorio. In questo modo la tradizione non diventa nostalgia e l’innovazione non scade nella retorica: entrambe si trasformano in strumenti per dare forma a qualcosa che sia coerente con il luogo, ma pienamente contemporaneo.

© Valerio Panella

Vi muovete tra architettura, paesaggio, curatela e arte. Quanto è importante per voi che lo spazio non sia solo funzionale ma anche narrativo? E cosa accade quando l’arte entra in dialogo con l’architettura?
Per noi la relazione tra funzione e forma è sempre il punto di partenza. Uno spazio deve funzionare, certo, ma un progetto davvero riuscito è quello che, oltre a rispondere alle esigenze pratiche, riesce anche a raccontare qualcosa. La dimensione narrativa non è un’aggiunta decorativa: nasce dalla coerenza tra scelte progettuali, contesto, materiali, luce, proporzioni. Quando parliamo di sostenibilità o di radicamento nel territorio, ad esempio, stiamo già costruendo una narrazione. Ci interessa molto il concetto di “glocalizzazione”: essere profondamente legati a un luogo, ai suoi saperi e alle sue specificità, ma proprio attraverso questa identità riuscire ad avere un respiro più ampio, quasi internazionale. Più si è autenticamente locali, più si diventa leggibili anche altrove. In questo senso ogni progetto racconta il territorio in cui nasce, ma anche il nostro modo di interpretarlo. Per quanto riguarda il dialogo con l’arte è un tema complesso e affascinante. L’arte oggi si manifesta in forme spesso imprevedibili, non sempre programmabili come può esserlo uno spazio architettonico. Proprio per questo l’incontro è interessante. Quando si crea un vero dialogo tra spazio e opera (che sia figurativa, scultorea, installativa o performativa) si generano sinergie potenti. L’architettura può offrire strumenti per costruire questo dialogo: lavorando sulle aperture, sulle sequenze spaziali, sul rapporto tra pubblico e privato. In questi casi non si tratta di “ospitare” un’opera, ma di mettere in relazione due linguaggi. Quando funziona, accade qualcosa di molto forte: lo spazio amplifica l’opera e l’opera restituisce allo spazio una nuova profondità di senso. Ed è lì che la dimensione narrativa diventa esperienza.

© Valerio Panella
© Valerio Panella

Aree di Studio spazia tra metodologia scientifica, ma anche creatività inclusiva e processi partecipativi. Come convivono rigore e immaginazione nel vostro processo progettuale? E quanto conta il confronto interno al team?
Per noi il confronto è fondamentale, sia all’interno del team sia con fornitori e altre realtà progettuali. È in questo dialogo continuo che metodo scientifico, creatività, inclusione e processi partecipativi si incontrano. Spesso la partecipazione nasce dentro lo studio: un progetto non è mai di una sola persona, ma frutto di contaminazioni e sguardi diversi. All’esterno, collaborazioni con chi si occupa di multimedia o comunicazione arricchiscono ulteriormente il progetto, generando sinergie che da sole non emergerebbero. La creatività inclusiva, per noi, non è assenza di limiti: i vincoli (tecnici, normativi o legati all’accessibilità) diventano strumenti di stimolo. Integrare prospettive diverse rende il progetto più ricco, complesso e potente, capace di rispondere a bisogni reali senza perdere forza narrativa ed estetica. A dirsi sembra banale, quasi scontato, ma nella pratica non lo è.

© Marta Tonelli

In un tempo segnato da emergenze ambientali e trasformazioni urbane accelerate, quale pensate sia oggi la responsabilità culturale dell’architetto o dell’architetta? L’architettura può ancora essere un gesto politico, oltre che estetico e funzionale?
La sfida del nostro tempo è enorme e si manifesta a diverse scale. La velocità con cui le città e i territori cambiano ridefinisce i confini e le relazioni tra centro e periferia, e questo richiede agli architetti una lettura attenta dei fenomeni contemporanei. La nostra responsabilità culturale consiste nel preservare l’identità dei luoghi, valorizzando i materiali locali e la memoria dei territori, pur rispondendo alle esigenze contemporanee. L’architettura può e deve essere un gesto politico, ma questo non significa solo estetica o funzione: significa prendere decisioni consapevoli che anticipino bisogni futuri, spesso controintuitive rispetto a ciò che si percepisce nell’immediato. A partire dal dettaglio, dall’organizzazione degli spazi, dalle scelte costruttive, possiamo incidere sul modo in cui le persone abitano e vivono i luoghi. Oggi più che mai, questo richiede un approccio scientifico: senza dati e metodi rigorosi, sostenibilità e impatto ambientale rischiano di restare parole vuote. Il progetto sostenibile non è solo costruire “verde”: è spesso intervenire meno, ridurre, usare risorse in modo intelligente. Solo così l’architettura può davvero essere politica, responsabile e duratura.

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architettura, aree di studio, design
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