Contemporary Culture in the Alps
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Photography ,Mountains

Geometrie di pietra e toni pastello, Lagazuoi sognante

Fotografare le Alpi #27. Intervista a Filippo D’Eugenio

18.02.2026
Silvia M. C. Senette

© Filippo D’Eugenio

Il silenzio sospeso del lockdown è stato decisivo per Filippo D’Eugenio: lì ha capito che le formule dell’ingegneria non bastavano più a contenere il suo mondo. Nato a Trento nel 1994 ma cresciuto respirando la salsedine di Forte dei Marmi, a trentun anni ha una formazione scientifica che oggi riverbera in una fotografia di estrema precisione, quasi analitica. La svolta arriva nel 2022 con l’approdo all’Istituto Italiano di Fotografia di Milano: un’immersione totale che lo trasforma in un professionista dello still life, un indagatore di oggetti inanimati capaci di farsi racconto. Se il suo sguardo si è nutrito del pop dissacrante di Martin Parr e del rigore compositivo di Nicolas Polli, la sua cifra resta intimamente legata al territorio: dalle cave apuane, bianche e scenografiche, la sua ricerca si è spostata verso l’alto, conquistando i quasi 3.000 metri del Lagazuoi. 

Qui, durante la residenza artistica per il concorso "Lagazuoi Photo Award - New Talents 2025", ha dato vita a "Di tempi e materie": progetto che seziona il paesaggio dolomitico in micro-componenti, rivelandone l'identità più profonda. Vincitore di open call prestigiose come "Saturæ" di Al Magazine e secondo classificato al premio Siz Fanzine, Filippo D’Eugenio vive oggi a Milano ma la sua macchina fotografica continua a cercare quella luce zenitale e quei toni pastello che trasformano la roccia in materia sognante, in un equilibrio perfetto tra rigore tecnico e stupore contemplativo.

© Filippo D’Eugenio

Filippo, come nasce questo progetto fotografico?
Tutto ha preso forma durante la residenza artistica sul monte Lagazuoi: sei giorni sospesi a tremila metri di quota, immerso in un silenzio altissimo assieme ad altri tre compagni di viaggio e due tutor che ci guidavano nel confezionare un progetto destinato a diventare mostra. Appena arrivati ci è stato detto che avremmo dovuto scegliere una direzione, un’idea. Mi è bastato fare due passi per capire che quel luogo magico ti investe con una forza tale che restare indifferenti è impossibile. Il contrasto è stato fortissimo: arrivando dalle spiagge della Versilia o dal cemento di Milano, trovarsi lassù è come sbarcare su un altro pianeta. Proprio questa sensazione di alterità ha scatenato in me la curiosità quasi scientifica di capire come fosse costituito quel suolo alieno. L’idea è nata così: fotografare, una per una, le materie che formano l’abito della montagna.

Come si declina il tuo progetto alpino?
Si articola in una serie di quindici scatti in digitale in cui ho cercato di far dialogare le diverse scale dell'habitat del Lagazuoi. La mia tecnica ha previsto un’alternanza continua: realizzavo uno scatto macro, vicinissimo al cuore del materiale - che fosse la trasparenza del ghiaccio o la grana della dolomia - e subito dopo scattavo una veduta più larga, un respiro panoramico che permettesse di contestualizzare quel dettaglio e far capire da quale parte del monte provenisse. Questo lavoro ha poi trovato la sua dimensione pubblica in una mostra collettiva nel rifugio a settembre 2025, per poi viaggiare verso la Bolzano Art Week e approdare prossimamente a un festival biennale a Bologna.

Quali le due immagini più “estreme”, i due poli agli antipodi che lo racchiudono?
Ci sono due immagini molto forti che per me rappresentano il battito d’inizio e di fine di questo racconto. La prima rimanda alla genesi stessa del progetto ed è una composizione di pietre in equilibrio, una di quelle "montagnole" che gli escursionisti costruiscono lungo i sentieri. Volevo che rappresentasse l'essenza stessa della montagna: un equilibrio fragile fatto di tanti singoli elementi che, insieme, creano la maestosità del tutto. L’ultima foto invece è la montagna in sé, il Lagazuoi nella sua interezza, un’immagine che chiude il cerchio. Visivamente sono scatti molto diversi: la prima è un primo piano stretto, un quattroquinti orizzontale in cui i sassi, tra il grigio e un bianco che vira al giallognolo, si stagliano contro un cielo in bilico tra l’azzurro e il nuvoloso. L’ultima è invece un paesaggio puro, un orizzonte dominato da un cielo plumbeo, bianco e denso. Abbiamo vissuto giorni di meteo difficile, ma quel grigio ha reso tutto magico: in quell'ultima foto si ritrovano tutti gli elementi che avevo analizzato singolarmente, dalla sabbia rossa ai prati fino alla nuda roccia.

© Filippo D’Eugenio
© Filippo D’Eugenio

Cosa rende riconoscibile il tuo stile fotografico?
Credo che la mia firma risieda nel modo in cui tratto i colori e la luce. Non amo i contrasti violenti o le tonalità aggressive; cerco sempre colori pastello, leggeri, che restituiscano una sensazione di delicatezza. Anche la luce gioca un ruolo fondamentale: preferisco le foto che ispirano sentimenti positivi, rifuggendo dalle atmosfere cupe. Paradossalmente il mio momento preferito per scattare è mezzogiorno. Molti fotografi lo evitano, ma a me piace la luce zenitale, quando il sole cade perpendicolare sulle cose e le ombre si fanno brevi, meno evidenti. In post-produzione cerco poi di armonizzare tutto affinché emerga sempre quella stessa atmosfera soffusa e coerente, una luce tenue che accarezza la materia senza aggredirla.

© Filippo D’Eugenio
About the authorSilvia M. C. SenetteSono stata una bambina “multipotenziale” ante litteram. Ora sono una donna “multicomunicativa”: giornalista per curiosità e per una [...] More
Come nasce il desiderio di indagare le Alpi?
Lo considero una sfida personale. In passato avevo già lavorato sulla montagna, realizzando un progetto pubblicato su "Perimetro" dedicato alle cave di marmo che ho la fortuna di avere vicino a casa. Le Apuane però sono "facili" da fotografare: quel bianco assoluto è estremamente estetico, quasi pubblicitario, non a caso lì girano molti spot. Volevo mettermi alla prova con un altro tipo di montagna, meno scontata. Il Lagazuoi mi ha sorpreso perché entra in gioco una complessità cromatica differente; ci sono molti più elementi che interferiscono, come la sabbia rossa che mi ha letteralmente affascinato. È stato difficile dal punto di vista tecnico, ma era esattamente il confronto che cercavo.

Riconosci un’evoluzione nei tuoi scatti alpini?
Un'evoluzione netta, soprattutto nel superamento della mia "comfort zone". Sulle Apuane tendevo sempre a rifugiarmi nel pulito, nel bianco essenziale del marmo; con il Lagazuoi sono stato costretto ad affrontare il colore in modo nuovo. È stato un allenamento per il mio sguardo, una palestra in cui ho imparato a inserire sfumature inedite nel mio mondo fotografico. Inoltre ho introdotto una novità metodologica che considero un grande passo avanti: la fotografia macro in esterna. Non l'avevo mai praticata fuori dallo studio e mi ha aperto possibilità incredibili, dandomi una visione diversa di ciò che ci circonda. È una strada che intendo continuare a percorrere.

Con quale approccio hai scelto di immortalare l’arco alpino?
Volevo documentare, catalogare, quasi fossi un collezionista di frammenti. Il mio è un approccio documentaristico che mira a isolare le diverse componenti del paesaggio per capirne la struttura. Se avessi avuto più tempo probabilmente avrei continuato a catalogare all'infinito, perché gli elementi sono inesauribili. Proprio per questo non considero affatto conclusa questa parentesi montana. Il paesaggio alpino mi ha affascinato profondamente: sono scenari lunari che abbiamo la fortuna di avere vicini ma che spesso, proprio per questa vicinanza, tendiamo a sottovalutare. La mia fotografia vuole riportare l'attenzione su questa straordinaria complessità.

Cosa hai scoperto in questa tua indagine fotografica?
Oltre all'aspetto visivo, ho scoperto quanto forte sia il senso di comunità tra chi vive la montagna: quando ci si ritrova soli a tremila metri, lontani da tutto, si crea un’alchimia speciale. Mi sono trovato benissimo con il gruppo di lavoro, ma la sorpresa più grande è stata vedere quante persone arrivino da lontanissimo, come i molti sudcoreani con cui ho parlato lassù. Sapere che affrontano viaggi di migliaia di chilometri per visitare le nostre vette mi ha trasmesso un senso di orgoglio profondo. Vedere le nostre bellezze attraverso i loro occhi mi ha fatto capire ancora meglio quanto siamo fortunati.

© Filippo D’Eugenio

Com’è, oggi, il tuo rapporto con la montagna?
È un legame costante, fatto di rispetto e di radici. Ci vado spesso, soprattutto ad agosto, quando la confusione delle spiagge diventa eccessiva e cerco rifugio nel silenzio delle Apuane a cui sono legato fin da bambino. È un rapporto sereno ma consapevole: so bene che la montagna va affrontata con gli occhi aperti. Ho visto troppe persone, anche esperte, perdere la vita per eccessiva sicurezza. La montagna richiede di non dimenticare mai la propria fragilità di fronte alla natura.

Quale consideri il tuo scatto migliore?
Sono uno di quei fotografi sempre innamorati dell'ultimo scatto realizzato, ma se guardo al lavoro sul Lagazuoi c'è un'immagine che sento particolarmente mia. È una veduta di rocce di dolomia, bianche e spezzettate, che sembrano quasi delle lame. È un’inquadratura in quattroquinti che restituisce tutta l’asprezza e la forza di quei paesaggi. Mi piace molto perché trasmette la sensazione tattile della pietra, la sua natura tagliente e selvaggia.

© Filippo D’Eugenio

Senti il desiderio di catturare un’immagine ancora mai scattata?
Mi piacerebbe molto tornare in Islanda: ci sono stato da piccolo, ma vorrei riscoprirla ora con la macchina fotografica perché i suoi colori appartengono totalmente al mio mondo ideale. Tuttavia la foto che più desidero scattare ancora non esiste, se non nella mia testa. Mi piace pensare le immagini, costruirle mentalmente prima di realizzarle. L'altro giorno ho immaginato uno scatto con un sacchetto di fragole: ho visualizzato la scena, le ho comprate, ho allestito il set con teli e flash e ho scattato finché non ho ottenuto ciò che avevo in mente. Il prossimo soggetto? Non lo so ancora, di solito nasce il giorno prima di prendere in mano la fotocamera.

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