Lo sguardo condiviso di tre creativi altoatesini Gerd Eder (fotografo), Tanja Schuster (hair & make-up artist) e Nadia Tschenett (stylist e fashion PR), in mostra all'ECK Museum of Art di Brunico

© Gerd Eder
© Gerd Eder
Durchreise — essere di passaggio — non è solo un titolo, ma una condizione. Uno stato intermedio, sospeso, in cui nulla è definitivo: né l’identità, né il paesaggio, né l’immagine stessa. Il progetto fotografico di Gerd Eder, Nadia Tschenett e Tanja Schuster (visitabile all'ECK Museum of Art di Brunico fino al 28 febbraio 2026) nasce proprio da questa idea: il transito come esperienza esistenziale e culturale, come permanenza temporanea nel mondo.
La fotografia diventa dunque strumento di osservazione. Non si limita a rappresentare, ma rallenta, isola, mette in relazione. Interroga il territorio nei suoi punti di frizione — tra natura e infrastruttura, tra estetica e residuo, tra movimento e immobilità — trasformando il paesaggio in uno spazio attraversato, mai semplice sfondo.
In questo processo la moda agisce come filtro e come interfaccia tra territorio e umanità. L’abito è una seconda pelle, una soglia sensibile che traduce lo spazio in identità provvisorie. I codici dell’editoriale fashion vengono liberati dalla funzione commerciale per diventare linguaggio: una superficie attraverso cui leggere corpi, luoghi e trasformazioni.
Le figure appaiono come presenze temporanee, sospese tra appartenenza e distanza. Tutto è in mutazione, tutto è attraversamento. Durchreise è un invito a soffermarsi proprio nell’istante del passaggio — e a guardare più attentamente ciò che accade nello spazio tra un prima e un dopo.


Come nasce il vostro “trio” e quale alchimia si è creata tra voi?
Nasce in modo naturale, da anni di collaborazione nel settore fashion ed editoriale. Ognuno di noi porta una competenza specifica: Gerd nella costruzione fotografica dell’immagine, Tanja nella definizione dell’identità visiva attraverso hair, make-up e direzione creativa, Nadia nella dimensione narrativa dello styling e nel dialogo con brand e designer. Fin dall’inizio ci ha unito una sensibilità estetica molto simile. Pur provenendo da ambiti diversi, condividiamo uno stesso sguardo sull’immagine e una visione chiara della sua forza comunicativa. L’alchimia si è costruita nel tempo, lavorando fianco a fianco: è una fiducia concreta, operativa. Conosciamo il linguaggio e il metodo l’uno dell’altra, e questo rende il processo creativo fluido e spontaneo. Le scelte non nascono mai in modo isolato, ma dal confronto continuo. Non esiste una gerarchia rigida: il progetto è frutto di una vera co-autorialità, in cui ogni competenza contribuisce a una direzione estetica comune.
Dal lavoro per la moda “commerciale” a un progetto espositivo autoriale: come nasce questa idea e/o esigenza narrativa?
L’idea di portare la moda in uno spazio espositivo “classico” ci accompagnava da tempo. Il passaggio dal lavoro commerciale a un progetto autonomo non è stato tanto tecnico quanto mentale. Abbiamo preso i codici dell’editorial fashion — immagini curate, styling preciso, forte costruzione visiva — e li abbiamo sottratti al loro contesto abituale fatto di vendita, branding e trend. La motivazione principale era restituire libertà alla dimensione estetica. In DURCHREISE la moda non è più un prodotto da promuovere, ma un linguaggio. Diventa uno strumento per riflettere su identità, transito, consumo e paesaggio, senza la pressione narrativa o promozionale tipica del settore. In un certo senso è stato un ritorno all’essenza dell’immagine: non più funzionale a qualcosa, ma capace di esistere e parlare autonomamente.



Cosa significa per voi Durchreise?
“DURCHREISE” significa “di passaggio”. Il titolo sintetizza l’idea centrale del progetto: osservare l’Alto Adige nel suo “dazwischen”, nello spazio intermedio e sospeso che lo caratterizza. La mostra esplora il concetto di transito a più livelli — geografico, identitario, estetico. Le figure sembrano presenze temporanee, sospese; la moda diventa una “seconda pelle”, un’identità provvisoria; il paesaggio non è semplice sfondo, ma spazio attraversato. Il titolo non indica solo uno spostamento fisico, ma una condizione esistenziale e culturale: uno stato di passaggio, di osservazione, di presenza temporanea nel mondo.
Per vestire modelle e modelli avete scelto molti abiti di designer locali, mentre le location non sono certo gli “hotspot” che normalmente connotano l’immaginario della nostra terra. Quali motivazioni ci sono dietro a queste scelte?
Abbiamo scelto di lavorare con una combinazione di designer locali e internazionali. Coinvolgere professionisti altoatesini significa radicare il progetto nel territorio, mostrando che l’Alto Adige non è una periferia culturale, ma un nodo di scambio creativo.
Per le location ainvece, bbiamo evitato ogni rappresentazione turistica o celebrativa. Anche luoghi noti vengono presentati in modo non affermativo: la natura non è scenografia, ma spazio attraversato. Abbiamo volutamente evitato motivi iconici o stereotipati, per non cadere in immagini ovvie. Ci interessava esplorare la frizione tra estetica e infrastruttura, tra bellezza e residuo, tra movimento e immobilità.



Qual è stato il contributo creativo di ognuno di voi nel progetto?
Gerd con la sua fotografia ha costrito la grammatica visiva del progetto: inquadrature, luce, ritmo, relazione tra figura e paesaggio. La sua esperienza nel fashion gli consente di utilizzare consapevolmente i codici editoriali, reinterpretandoli in chiave artistica.
Tanja, Hair e Make-up artist e creative director ha lavorato sull’identità delle figure. Capelli e make-up non definiscono personaggi fissi, ma suggeriscono stati di passaggio. Il suo contributo va oltre l’aspetto estetico: contribuisce alla coerenza complessiva dell’immagine.
Nadia, stylist e fashion PR, attraverso lo styling ha definito la dimensione narrativa degli outfit. Il dialogo con designer e brand crea una tensione tra contemporaneità, territorio e visione internazionale, collocando ogni immagine in un contesto culturale consapevole.
Pur avendo ruoli specifici, ogni decisione è frutto di un processo condiviso. Le immagini sono il risultato di un dialogo costante e di una visione comune che prende forma collettivamente.


Un momento della produzione che vi è rimasto particolarmente impresso?
Uno scatto al Passo del Brennero resta particolarmente significativo: volevamo catturare la forza visiva del trovarsi sotto un ponte autostradale. Lì abbiamo incontrato la proprietaria della casa che appare in alcune immagini. Ci ha raccontato cosa significa vivere accanto a un pilastro autostradale, e le sensazioni legate alla sua casa d’infanzia. Quel dialogo ha dato una dimensione umana e concreta al nostro lavoro.
Un altro momento intenso è stato l’allestimento in museo. Vedere le serie prendere forma come un unico racconto visivo e osservarle dallo sguardo del pubblico è stato il momento in cui il progetto si è realmente compiuto.

Dal vostro punto di vista privilegiato, come vedete la moda altoatesina oggi?
La scena altoatesina sta vivendo una fase di ridefinizione. Accanto a una forte identità tradizionale emerge una generazione che la mette in discussione e la reinterpreta. Il territorio non è più solo matrice folklorica, ma piattaforma ibrida.
Nel progetto abbiamo affiancato talenti e brand locali a marchi internazionali, creando un dialogo tra locale e globale. Questa tensione tra radicamento e apertura, tra tradizione e innovazione, rappresenta in fondo una forma stessa di Durchreise: un continuo attraversamento culturale.