Contemporary Culture in the Alps
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Giochi Preziosi

Le Olimpiadi sono arrivate: e ora, e poi, e quindi?

10.02.2026
Beatrice Citterio
Le Olimpiadi sono arrivate: e ora, e poi, e quindi?

© Beatrice Citterio

© Beatrice Citterio

Nel parlare e discutere da due anni a questa parte con persone sia dei territori interessati dalle Olimpiadi che non, mi è sembrato che il discorso godesse nella maggior parte dei casi di una data di scadenza: il 6 febbraio 2026, venerdì scorso, il giorno dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali. Le domande prima, dopo e durante la presentazione del mio lavoro sono state sempre tante, tra di esse: “ma cosa volete, fermare le Olimpiadi?” oppure “Guardate che le cose sono sempre andate in questo modo, si è sempre fatto così. No?”

Oggi sul giornale vari ministri definiscono chi ha manifestato sabato 7 febbraio contro il mega evento olimpico “nemici dell’Italia” o meglio “nemici dello Stato italiano”. Sabato in piazza, a Milano, in Piazza Medaglie d’Oro e poi a Corvetto, c’erano giovani, bambine e bambini, genitori, professori e professoresse, persone accomunate dalla passione per la montagna, abitanti di Milano o venuti da fuori, lì per dire “non abbiamo bisogno delle Olimpiadi, ma di ben altro”. Prima di tutto, di aria pulita e del diritto a una vita dignitosa, dove i nostri bisogni non siano subordinati a quelli dei grandi investitori, né addirittura strumentalizzati per rendere operazioni di esclusione sociale più facilmente giustificabili agli occhi dei più. In montagna come in città abbiamo bisogno di sanità, servizi di base ma anche servizi e basta, opportunità e stipendi decenti.

Manifestazione Nazionale del 7 febbraio a Milano, © Beatrice Citterio

Sabato scorso a Morbegno il collettivo Perestrojka ha organizzato una serata a tema Olimpiadi durante la quale il direttore di Altreconomia, Duccio Facchini, ha parlato per 45 minuti di quel che di queste Olimpiadi vale la pena analizzare. Dalle procedure di assegnazione delle opere e degli appalti, alla spesa pubblica a favore del privato, dalla subordinazione delle amministrazioni nei confronti dei “grandi” investitori, alla fabbricazione di leggi e decreti “ad hoc” per salvarsi da piccoli e grandi malaffari, e così via. Al di là della conoscenza infinita di Duccio e della sua capacità espositiva chiara e diretta, quel che mi ha colpito è ciò che ha posto come condizione al contorno, ovvero: “Perché questa questione delle Olimpiadi è curiosa? Perché ci deve interessare?” Quindi, al di là di chi etichetta i critici dell’evento come “quelli del no”, perché bisogna guardare all’evento con occhio critico? Dove critico non significa “parlar male di…”, ma mettere a sistema una serie di informazioni sull’evento e contestualizzarlo nelle diverse sue declinazioni amministrative, sociali, ambientali, culturali ed economiche?

Nuovo Ski Stadium di Bormio. 1 febbraio 2026, © Beatrice Citterio

Quel che lui ha risposto a questa domanda è semplice: il percorso di queste Olimpiadi, come caso studio, ci fa chiedere in che tipo di società vogliamo vivere. Articolando il discorso sottolineando che la nostra costituzione passa anche dal paesaggio e dall’architettura costruita, ha poi continuato aggiungendo: “non è questione accademica, è questione di esistenza.” E non posso essere più d’accordo, perché dalla nostra capacità di adattamento al cambiamento climatico e all’inevitabile e relativa lotta per le risorse dipenderà la nostra sopravvivenza e quella di chi verrà dopo di noi. Prima ancora della pressione climatica, determineranno la nostra esistenza, o la nostra resistenza, in un luogo specifico gli investimenti nei servizi di base, nella mobilità per tutte e tutti e una gestione democratica delle risorse.

Il modus operandi messo in pratica nel percorso di infrastrutturazione e costruzione, in parte in vista delle Olimpiadi ma per la gran parte giustificato da esse, è stato macchiato fin dall’inizio da trasparenza mancata, processi decisionali bypassati e un’accelerazione procedurale profonda e pervasiva, sfociando in vari commissariamenti e/o cambi di progetto repentini. Duccio Facchini in questo caso ha voluto appuntare come questo modo di fare le cose sia spesso imputato allo stereotipato “ridursi all’ultimo all’italiana”, ma in realtà sia una struttura procedurale apposita, necessaria poi a dare il libera-tutti per finire le opere in tempo, spesso e volentieri a danno economico del pubblico per interventi di natura privata, e non ultimo a danno ambientale.

Bormio Polyclininc, nuova infrastruttura olimpica, e la Bait Dal Ghet a Livigno allestita da Carlo Bormolini e Savio Peri. 1 febbraio 2026, © Beatrice Citterio
About the authorBeatrice CitterioSono di Milano, ma vivo spesso tra le montagne. Mi occupo di grafica, fotografia e arti visive. Il [...] More
Nelle stesse località delle opere mancano servizi alla popolazione come ospedali, uffici postali, alloggi a prezzi compatibili con gli stipendi. In alcune di esse, la gestione della risorsa idrica da cui dipendono le pianure stesse è messa a repentaglio da un utilizzo sconsiderato, sia per l’idroelettrico che per i picchi invernali per la produzione di neve programmata, modello economico che queste olimpiadi sostengono e incentivano. È questa la società nella quale vogliamo vivere e di cui vogliamo far parte? È quindi evidente che, anche sforzandosi di amare manifestazioni sportive di questa portata per la quota ispirazionale e sociale che portano, i valori olimpici spesso celano una serie di processi che se li dimenticano ampiamente, a danno della gente che dovrebbe goderne. Siamo quindi contro lo sport? Certamente no, se fatto in maniera accessibile e inclusiva. Siamo contro i valori olimpici? No, se questi valori vengono rispettati e non usati solamente come lasciapassare per fare quel che si vuole coi territori interessati. Durante la cerimonia di apertura, sono state più volte nominate le “comunità alpine”, le stesse che mai sono state interpellate sull’evento, né hanno potuto esprimere la loro opinione a lavori iniziati sul proprio territorio.

Come convivono quindi valori olimpici e realtà? Al momento occupano stanze separate, con narrazioni mediatiche che le legano forzatamente ed edulcoratamente, ma realtà che le separano. Le Olimpiadi, fatte in questo modo, non solo ci fanno riflettere su che tipo di società vogliamo, come dice Duccio, ma ci danno anche l’opportunità di discernere il vero dal falso, la narrazione dalla realtà, il necessario dallo strumentale, eccetera eccetera. Se quindi da una parte sembra inevitabile che le cose “vadano inevitabilmente così”, dall’altra ci sono esempi in piccola scala che ci fanno ragionare sull’alternativa: dalla mobilitazione per la salvaguardia del Lago Bianco al Passo Gavia alle centinaia di ricorsi che ogni anno piccole, medie o grandi associazioni fanno al TAR per salvaguardare e difendere il proprio territorio. Non ultima, la nostra possibilità di incidere, tramite l’informazione e grazie ad essa e a chi la fa, su processi decisionali a votazione, come nel caso dei referendum.”

Manifestazione del 7 febbraio a Milano, © Beatrice Citterio

Se il problema non può essere evitato su grande scala – in questo caso sarebbe stato consono un referendum informato coerentemente, come fanno ogni anno decine di città in tutto il mondo – si può ragionare sulle piccole sfere, e su come il movimento di poche e pochi possa creare informazione e mobilitazione laddove informazione non c’era e di conseguenza nemmeno azione. In alcuni casi, mobilitazioni per fondi non ancora spesi e opere non ancora in cantiere possono fare la differenza. Il problema - come ha detto un ragazzo domenica 8 in una serata organizzata a Como a Spazio Selva - è ovviamente anche culturale, perché per decenni ci hanno inculcato nella testa che le cose possono essere fatte solo in questo modo, costruendo, aumentando, facendo di più: citius, altius, fortius, come recita il motto olimpico. Ma anche volendola vedere in questo modo: possiamo costruire per sempre? Buttare giù e costruire all’infinito, drenando le casse pubbliche da fondi che saranno indispensabili per un adattamento al clima che sarà dieci volte più urgente di adesso tra qualche decina d’anni?

Manifestazione del 7 febbraio a Milano. Studentati per tutt3, © Beatrice Citterio

Le Olimpiadi sono un’occasione per pensare a come vogliamo vivere e non sopravvivere, in città come in montagna, e grazie alla montagna, perché 6 miliardi di euro delle casse pubbliche sono tanti, ma soprattutto hanno accelerato modalità di esecuzione di dubbia trasparenza, collaborando insieme al nuovo DDL sicurezza a rendere l’opposizione verso le grandi opere ancora più punibile, malvista, non tollerata. In questo caso non si tratta solo di cultura: negli ultimi mesi sono stati introdotti strumenti legislativi che restringono concretamente gli spazi di dissenso. Il cosiddetto decreto sicurezza irrigidisce infatti pene e reati legati anche a forme di protesta e blocco, col rischio, denunciato da associazioni e osservatori internazionali, di comprimere il diritto di manifestare pacificamente. Parallelamente, decreti sulla questione delle assegnazioni e dei subappalti accelerano e “semplificano” le procedure d’appalto, concentrando poteri decisionali e riducendo spesso i margini di controllo pubblico.

Manifestazione del 7 febbraio a Milano. No ICE a Milano e bandiere della Palestina sotto ad uno dei murales olimpici, © Beatrice Citterio

In questo quadro, la domanda torna inevitabile: chi decide davvero sul territorio, e a quale prezzo per la democrazia? Riprendendo gli articoli precedenti di questo blog e sommando la quota ambientale, sociale, culturale ed economica dei Giochi, vi invito a seguire le diatribe a riguardo anche durante e soprattutto dopo di essi, non per “essere pesanti” come spesso mi viene detto, ma per essere cittadini consapevoli delle promesse fatteci e non rispettate, per non essere abbindolati da promesse di ricadute per 5 miliardi di euro quando la spesa pubblica ha già superato quella stessa cifra, ed è destinata ad aumentare: da dove vengono i soldi e a chi tornano in tasca?

Vi lascio vedere i Giochi, che anche io guarderò, con l’augurio di trarne tutto ciò che di positivo possono dare, ma con la consapevolezza che per renderli possibili sono stati fatti tanti sacrifici, largamente e gravemente ignorati dall’amministrazione, e che la grande partita si giocherà dopo: sia per quanto riguarda l’adattamento a un clima che cambia drammaticamente, sia quando finiranno o entreranno in cantiere il 70% degli investimenti annunciati ma non realizzati, per la maggior parte infrastrutture stradali, pronte addirittura dopo il 2032. I Giochi sono espressione sportiva, sì ma soprattutto politica: prima, dopo e durante. Con molta probabilità, poi, la mia ricerca continuerà nel post-Giochi, quindi aspettatevi un Giochi Preziosi 3, e forse addirittura un 4. A presto!

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