There is so much we can learn from the sun: la nuova personale di Marinella Senatore a Cavalese come spazio da attraversare

© Mazen Jannoun
C’è un modo di guardare il sole che non abbaglia, ma apre e allarga il pensiero. È da qui che prende le mosse There is so much we can learn from the sun, la nuova personale di Marinella Senatore che fino al 6 aprile 2026 trasforma il Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese in un organismo vivo, attraversabile, poroso. Non solo sale da visitare, ma soglie da varcare, piazze da abitare, luci da attraversare con il corpo prima ancora che con lo sguardo. Curata da Elsa Barbieri, la mostra invita a entrare non come spettatori, ma come parte di una storia che si scrive camminando.
Il progetto nasce da un tempo condiviso con la comunità. Nell’autunno scorso, l’artista ha incontrato bambine, bambini, persone adulte e più anziane in due workshop che hanno messo al centro il senso di comunità come pratica quotidiana e come possibilità di trasformazione. La curatrice descrive questo passaggio come un processo in cui la partecipazione diventa allo stesso tempo cammino ed esito, capace di attivare un potere di emancipazione sia individuale che collettivo. Da questi scambi -fatti di pensieri, suggestioni, motti e immagini- prende forma un nuovo lavoro di Senatore: un collage in nove elementi, posto al cuore della mostra per “raggiungere chiunque”.

È proprio lì che la luce smette di essere un semplice elemento visivo e diventa una metafora di relazione, di legami che si accendono nel tempo condiviso. Senatore lo racconta con parole che sembrano già un’immagine: «La luce -intesa come principio generativo, come moto che accende e trasfigura- è nata proprio dall’incontro con quei gesti minimi, che gli abitanti di Cavalese hanno offerto durante i workshop. Sono entrate nell’opera le parole e le figure che custodiscono l’energia di un tempo condiviso. E poi le intuizioni -quelle, soprattutto. L’idea che ogni corpo, nel suo muoversi, generi una propria costellazione luminosa; la convinzione diffusa che la comunità non sia una somma, ma una tensione reciproca; la percezione che la luce non illumini soltanto, ma apra varchi, dispieghi possibilità». Non c’è una fonte unica, ma una moltitudine di bagliori che si intrecciano, come voci in un coro informale.
Entrare nelle sale diventa allora un atto fisico, quasi coreografico. Non ci sono percorsi obbligati, ma traiettorie possibili, superfici che riflettono e assorbono, spazi che sembrano rispondere alla presenza di chi passa. L’artista chiarisce il senso di questa soglia aperta: «Non chiedo al pubblico di essere spettatore, ma di ascoltare la propria stessa presenza; di riconoscere che, entrando, non si limita a vedere, ma contribuisce a generare - luce, senso, relazione».



In Piazzetta Rizzoli 1, i grandi drappi tessili di I Contain Multitudes ampliano ulteriormente questa idea di spazio condiviso, trasformando un luogo di passaggio in una sorta di agorà sensibile. Le superfici morbide e monumentali evocano gonfaloni, manifesti sindacali, tessuti artigianali: segni di una storia fatta di mani, di lavoro, di corpi che si sono riconosciuti in simboli comuni. «I drappi, con la loro monumentalità morbida, non impongono ma avvolgono; sono fatti per ospitare, per raccogliere gli sguardi e i passaggi: gonfaloni processionali, stendardi di rivendicazione, strisce di stoffa lavorate nelle cucine e nelle botteghe, dove la manualità è sempre stata un gesto politico e affettivo allo stesso tempo. Tradizioni come quelle dei gonfaloni o dei manifesti sindacali parlano di partecipazione, di corpi che si muovono insieme e si riconoscono in un simbolo collettivo. Pur trasformati, quei codici entrano nei drappi come echi e come possibilità: li caricano di un’energia comunitaria che non appartiene a un singolo, ma a una moltitudine di gesti, di conflitti, di speranze. In questo senso, i tessuti ampliano la partecipazione perché invitano chi li osserva a ritrovare il proprio posto nella trama collettiva: non come spettatore, ma come co-autore silenzioso di un’eredità in movimento. È così che la memoria, lontano dall’essere un archivio immobile, si fa pratica condivisa, un organismo vivo che respira con la comunità e che le storie si portano, si sollevano, si intrecciano. Insieme».

È su questo terreno che si innesta anche la riflessione sul ruolo del museo. Quando le persone si riconoscono, anche solo per un istante, come co-autrici di ciò che stanno vivendo, lo spazio espositivo smette di funzionare secondo una logica verticale e si trasforma in un laboratorio di relazioni. Senatore lo descrive come uno scarto interiore prima ancora che istituzionale: «Questa è la rivoluzione silenziosa che un museo può ospitare: la nascita di una coscienza collettiva temporanea, una micro-comunità effimera che si forma tra persone che non si conoscono (o si conoscono solo in un certo modo), ma che condividono l’atto di co-dare forma a qualcosa. Ogni corpo possiede una potenza generativa. Che ciascuno, per un momento, può farsi parte attiva di una storia». Non una partecipazione spettacolare, ma una consapevolezza sottile: il proprio corpo, il proprio tempo, il proprio modo di abitare lo spazio hanno un peso, possono modificare il respiro dell’opera. È in questa micro-trasformazione che prende forma una comunità temporanea, fatta di presenze che forse non si incontreranno mai più, ma che per un momento condividono l’atto di generare senso insieme.
There is so much we can learn from the sun non chiede competenze specialistiche, né posture formali. Chiede solo di esserci, con il proprio corpo, il proprio tempo, la propria storia. Di accettare l’idea che, anche per un attimo, si possa essere parte di qualcosa che non si limita a mostrarsi, ma si lascia generare. Come il sole: non un oggetto da fissare, ma una presenza da cui imparare a stare insieme.