Contemporary Culture in the Alps
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Photography ,Mountains,Visual Arts

Stefano Zardini e la montagna come visione

Dal Lumen di Plan de Corones parte una trilogia espositiva che trasfigura le Dolomiti tra archivi pop e silenzi d'alta quota

21.01.2026
Silvia M. C. Senette

Tracce lasciare che l'occhio squarti il paesaggio n.132 @ Stefano Zardini

In un’epoca in cui la montagna rischia di essere ridotta a fondale per il narcisismo digitale o a asettico parco giochi d’alta quota, esiste un luogo in cui l’altitudine serve ancora a purificare lo sguardo. Quel luogo è il Lumen, il museo che sulla cima del Plan de Corones - a 2.275 metri, dove l’aria si fa sottile e i pensieri più nitidi - custodisce la memoria visiva delle vette. È qui che il prossimo 27 gennaio, in coincidenza con il passaggio simbolico della torcia olimpica verso i Giochi di Milano-Cortina 2026, inaugura "A Visionary at Altitude - N vijionar sö alalt", la mostra dedicata all'eredità fotografica di Stefano Zardini.

Definire Zardini semplicemente un fotografo ampezzano sarebbe un esercizio di riduzionismo. Scomparso nel 2019, è stato un esploratore dell'animo umano prestato all’obiettivo. Cresciuto in una dinastia di fotografi che dal 1892 hanno documentato tutto - dalle prime ascese dolomitiche del nonno Roberto alla ritirata di Russia del padre, fino alla nonna Antonia, pioniera del fotoreportage nella Grande Guerra - Stefano Zardini ha tesaurizzato un'onestà intellettuale che lo ha portato a testimoniare crisi umanitarie e conflitti in oltre sessanta Paesi. Dal Vietnam all'Oman, dall'Albania alle periferie degradate di Mosca, il suo occhio ha squarciato il velo della realtà per cercarvi un senso portando con sé un "conflitto interiore" tangibile in ogni scatto, una sensibilità verso le disuguaglianze che non lo ha mai abbandonato. Ma è nel ritorno a casa, tra le sue cattedrali di roccia, che quella tensione etica si è trasformata in pura visione estetica.

Tracce lasciare che l'occhio squarti il paesaggio n.106 @ Stefano Zardini

L’esposizione al Lumen è il cuore di una trilogia che in pieno fermento olimpico invernale unisce Cortina, Milano e le vette, ed è un invito a guardare oltre la crosta ghiacciata delle apparenze. La sezione "The Pioneers’ Passion" è un'operazione concettuale di rara potenza in cui Zardini attinge al monumentale archivio di famiglia ma non si limita alla contemplazione nostalgica: prende i pionieri, quegli uomini e donne che con rudimentali sci di legno e cinghie di cuoio "inventarono" il desiderio della neve, e li rigenera. Attraverso interventi cromatici pop, le immagini monocromatiche di inizio Novecento acquistano una vibrazione contemporanea. Non è un restauro, è una risurrezione: Zardini ci dice che quel coraggio pionieristico, quella capacità di sognare l'impossibile, è l'unica bussola valida per le sfide future.

In netto contrasto intellettuale si pone la serie "Snowland"; qui la montagna subisce un processo di decostruzione ironica e provocatoria. Le Dolomiti, patrimonio Unesco, vengono filtrate fino a sembrare un gigantesco fun-park. È una critica sferzante al turismo di massa, un’indagine sul rapporto tra l'ambiente naturale e chi lo abita. "È la montagna a essere cambiata o è il turismo?", si chiedeva Zardini. La sua non era una crociata ecologista in senso stretto, ma una ricerca di equilibrio mentale: voleva che lo spettatore si sentisse smarrito tra le sue vette trasformate in sculture d'avanguardia per costringerlo a chiedersi cosa stiamo davvero guardando, quando osserviamo un paesaggio.

Snowland n. 19 @ Stefano Zardini

La ricerca si fa ancora più intima in "Tracce", dove l'autore abbandona la dimensione documentaristica per approdare alla Fine Art più pura. Per Zardini la neve non era solo un fenomeno meteorologico, ma "una tela d’artista pronta per essere utilizzata, che si lascia segnare, disegnare". In queste composizioni rarefatte, gli sciatori diventano "volontari o inconsapevoli autori" di trame che sormontano altre trame, in una mutazione perenne che riflette il dinamismo dello spirito alpino. È il punto d'arrivo di un percorso che ha visto Zardini passare dalle cronache di guerra delle Nazioni Unite alla contemplazione delle orme sul ghiaccio, senza mai perdere quell'uso originale della macchina fotografica capace di trasfigurare il reale in poesia visiva.

@ Stefano Zardini

Per l'artista ampezzano la fotografia non era una questione di tecnica, ma di postura esistenziale: "Fotografare è prendere quello che accade davanti ai tuoi occhi, congelarlo e riproporlo così come la tua anima lo ha vissuto - amava ripetere -. Le macchine e gli obiettivi sono solo le suole delle scarpe con cui viaggiare nel mondo". E di chilometri, con quelle "suole", Stefano Zardini ne ha percorsi moltissimi prima di approdare a questa sintesi stilistica, oggi apprezzata nelle collezioni di tutto il mondo per il suo registro rarefatto e personale.

Visitare questa mostra significa accettare la sfida di un uomo che ha visto l'orrore delle guerre e ha scelto di tornare a guardare la neve per trovarvi, ancora una volta, una possibilità di bellezza. È un invito a riscoprire la capacità di sognare in grande proprio come quei pionieri che, un secolo fa, non aspettavano il futuro ma lo creavano con la forza dei propri passi.

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