
© rawpixel
Oggi siamo nell’ultimo quarto della Luna del Lupo.
La luna di gennaio, la prima luna dell’anno, sta calando.
Non è una luna qualunque e non è una notte qualsiasi. È il momento preciso in cui la luce della Luna del Lupo si ritira, si assottiglia, smette di illuminare tutto e comincia a mostrare solo ciò che è essenziale. Oggi la luna non cresce e non promette. Oggi la luna toglie.
La Luna del Lupo è la luna di gennaio, il tempo più duro dell’inverno. Arriva quando l’anno è appena cominciato, ma la terra non è ancora pronta ad aprirsi. Il gelo tiene chiuse le sorgenti, la neve protegge i semi, il bosco ha lasciato cadere le foglie inutili. Nulla è fermo, ma tutto è in attesa. La natura, in questo tempo, non accumula: sceglie.
Nell’ultimo quarto, la Luna del Lupo ci insegna la stessa sapienza. La sua luce che cala non è una perdita sterile, ma un gesto di intelligenza profonda. Come la luna si svuota per poter tornare, così anche noi siamo chiamate a svuotarci di ciò che pesa, di ciò che non serve più a camminare nel nuovo anno.
La chiamano Luna del Lupo perché in gennaio i lupi si fanno sentire. Ululano nel freddo non per disperazione, ma per restare unite. L’ululato è un filo teso nel buio: dice sono qui, dice siamo ancora insieme. È un richiamo di sopravvivenza e di alleanza. Anche noi, oggi, rispondiamo a quel richiamo.
Oggi non siamo sole.
Oggi siamo branco, siamo cerchio, siamo sorellanza.
È oggi che la Saliga scende dai pascoli alti. Custode del tempo che cala, sorella del bosco e della roccia, la Saliga conosce l’arte della sottrazione. Non porta doni, non fa promesse. Porta uno spazio vuoto dove ciò che è inutile può finalmente lasciare il corpo.
La Saliga non comanda il rito: lo accompagna. Sa che l’ultimo quarto non è il tempo dei nuovi inizi, ma della preparazione silenziosa. Come la linfa che si ritira negli alberi, anche noi oggi ritiriamo l’energia dalle cose che non ci nutrono più.
Oggi accendiamo un fuoco piccolo, necessario. Un fuoco che non vuole vincere il gelo, ma dialogare con lui. Il fuoco, come la luna, è alleato della trasformazione, non della distruzione. Intorno, la notte tiene il cerchio. La montagna ascolta.
Oggi prendiamo un foglio e scriviamo ciò che non vogliamo più portare in questo anno appena iniziato. Non sogni, non desideri, ma zavorre. Parole che hanno smesso di proteggerci. Paure che non ci servono più. Ruoli che non ci appartengono.
Oggi non giudichiamo ciò che lasciamo andare. Lo riconosciamo. Lo ringraziamo. E poi lo pieghiamo, più volte, fino a renderlo piccolo, leggero, pronto alla trasformazione.
Prima di consegnarlo al fuoco, pronunciamo insieme la parola che scioglie il legame. Una parola reale, potente, che apre la soglia del cambiamento:
Liberare.
Dirla significa smettere di portare ciò che non è più nostro. Il fuoco accoglie la carta, la fiamma la prende senza rabbia. Brucia, sì, ma soprattutto trasforma. La cenere diventa leggera, il fumo sale nell’aria fredda e la montagna lo lascia passare.
Dal bosco, lontano o vicino, i lupi rispondono. Non chiamano la solitudine, ma la continuità del branco. Ci ricordano che attraversare l’inverno non è una prova individuale, ma un gesto collettivo.
Quando il fuoco si spegne e la Luna del Lupo continua il suo cammino calante, qualcosa è cambiato. Non abbiamo ricevuto nulla, eppure siamo più leggere. La luna non ci ha promesso abbondanza, ma spazio. Spazio per respirare, per camminare, per restare fedeli a ciò che conta.
Oggi l’anno comincia davvero.
Non aggiungendo obiettivi.
Non caricandoci di nuove aspettative.
Ma lasciando andare insieme, nel tempo giusto.
Oggi, nell’ultimo quarto della Luna del Lupo, scegliamo di vivere con meno.
E in questo meno, troviamo la nostra forza.