L'intelligenza silenziosa delle api selvatiche

Eurac Research svela i segreti della biodiversità altoatesina

Xylocopa valga (female), © Eurac Research

Quando pensiamo alle api, la nostra mente evoca immediatamente l'operosa ape da miele con le caratteristiche bande gialle e nere. Ma questo è solo un frammento di un universo sorprendentemente variegato: in Alto Adige esistono circa cinquecento specie di api selvatiche, ciascuna con peculiarità uniche. Un patrimonio di biodiversità che Eurac Research sta studiando attraverso il progetto "WildBeeS" e raccontando con la mostra fotografica "BEEhold".

"Oltre all'ape da miele, ce ne sono 500 altre molto diverse, morfologicamente e in termini di ecologia", spiega Lisa Obwegs, dottoranda presso l'Università di Innsbruck e ricercatrice a Eurac Research. "In confronto al resto d'Europa, l'Alto Adige ha un'alta biodiversità: c'è un'altissima concentrazione di api selvatiche", conferma Elia Guariento, ricercatore post dottorato. È a questa varietà che è dedicata la mostra "BEEhold", ospitata nel centro di Bolzano dal 22 marzo al 12 aprile, che le presenta attraverso trenta fotografie nelle vetrine dei negozi: un'iniziativa di Eurac Research, promossa da BZ Heartbeat e finanziata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano.

© Eurac Research
About the authorSilvia M. C. SenetteSono stata una bambina “multipotenziale” ante litteram. Ora sono una donna “multicomunicativa”: giornalista per curiosità e per una [...] More
"Le api da miele sono allevate dalle persone, hanno una certa protezione, mentre le api selvatiche hanno bisogno di un sito di nidificazione, di polline e di materiale per la nidificazione, tutto in un breve raggio - precisa Obwegs -. E una volta che hanno deciso dove fare il nido non si possono spostare. Se una di queste risorse viene a mancare, hanno difficoltà a mantenere la popolazione. Mentre le api da miele vivono in colonie da 50.000 esemplari, la maggior parte delle api selvatiche sono solitarie, il 75% degli esemplari vive da solo. Una femmina in una stagione può deporre anche solo dieci uova, molto meno di un'ape da miele che può arrivare a deporne un migliaio".

"Dal punto scientifico, le api sono importanti bioindicatori che ci permettono di capire l'effetto di certi cambiamenti legati alle attività umane, come il cambiamento climatico e dell'uso del suolo - sottolinea Lisa Obwegs -. Ci danno tante informazioni sull'habitat e sulla salute degli ecosistemi". Il progetto "WildBeeS" mira a comprendere l'impatto delle attività umane su queste popolazioni. "L'obiettivo del mio dottorato è capire l'impatto dell'intensità dell'uso del suolo in prati e pascoli e come questo effetto cambia seguendo un gradiente altitudinale in Alto Adige." I primi risultati sono eloquenti: "Già si evince che più intensivo è un sito, meno diversità di api c'è. Le interazioni tra piante e api sono molto minori in un sito intensivo che in uno estensivo".
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Il progetto si inserisce in un programma più ampio, come spiega Elia Guariento: "Io lavoro presso l'Istituto per l'ambiente alpino, dove conduciamo da un paio d'anni questo monitoraggio della biodiversità, un progetto finanziato dalla provincia. Andiamo a rilevare diversi indicatori, gruppi di specie che ci permettono di capire come sta la natura". Lo studioso si occupa principalmente delle farfalle, "un altro gruppo di impollinatori", ma il lavoro della collega Obwegs integra il monitoraggio: "Si è aggiunto l'aspetto delle api perché sono tra gli impollinatori più importanti ma poco conosciuti. Sulle farfalle si sa già relativamente tanto, in Alto Adige ne abbiamo quasi 180. Mentre le api selvatiche sono oltre 500, ma la conoscenza è molto più basilare". Pur essendo entrambe impollinatrici, farfalle e api utilizzano i fiori diversamente: "Le prime usano i fiori per bere il nettare e trovare energia, invece le api li visitano sia per estrarre il nettare sia per collezionare il polline col quale danno da mangiare alle larve. Per questo è più importante l'interazione con le piante", chiarisce Guariento.

I ricercatori offrono consigli pratici per contribuire, nella quotidianità, alla conservazione di questi insetti. "Una delle cose che diciamo spesso a chi ha un giardino è di evitare il prato inglese e avere un po' più di caos naturale - suggerisce Obwegs -. Magari, invece di una siepe di tuia, potremmo lasciar crescere delle specie autoctone e lasciare in giro elementi che fanno sembrare i nostri spazi meno ordinati, ma che sono strutture importanti, tipo legno morto o mucchi di pietre". Anche chi ha solo un balcone può fare la sua parte: "Potremmo mettere erbe aromatiche e farle fiorire: rosmarino, lavanda, basilico, timo -  consiglia Guariento -. Le specie autoctone sono più integrate nel funzionamento della natura: il polline giusto o la forma del fiore giusto possono permettere al bruco, alla farfalla, all'ape di usare queste piante come non farebbero con specie decorative".

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Intanto si sta provando, in Alto Adige, a creare sementi autoctone da piante che vivono qui nel nostro territorio da sempre. "Spesso con le giardiniere o con movimenti da globalizzazione importiamo varietà diverse, che magari hanno uno svantaggio locale - rivela Obwegs -. Ci sono linee di ricerca che stanno sviluppando sementi autoctone altoatesine, non per campanilismo ma perché hanno un chiaro vantaggio ecologico". Le api selvatiche affrontano numerose minacce: perdita degli habitat, intensità dell'uso del suolo, pesticidi, riscaldamento del clima e competizione con le api domestiche. "Le api da miele vivono in colonie numerose e possono raccogliere molte più risorse rispetto a un'ape selvatica solitaria - prosegue Lisa Obwegs -. È fondamentale regolamentare il numero di arnie e i luoghi in cui possono essere collocate. Un buon compromesso sarebbe non posizionare le arnie nelle aree naturali protette".

© Eurac Research

"La mostra "BEEhold" ha come obiettivo avvicinare la popolazione al mondo delle api, ma anche al mondo della ricerca di Eurac" - aggiunge Guariento -. Usa la fotografia per renderle visibili anche per le loro differenze estetiche". La mostra offre l'opportunità di scoprire specie sorprendenti come Osmia caerulescens, i cui maschi sfoggiano una livrea verde metallizzato con peli dorati, e di approfondire la conoscenza di altre api selvatiche attraverso QR code associati a ogni fotografia. Non solo un contributo alla ricerca scientifica, ma anche un ponte con la società civile per sensibilizzare sull'importanza di preservare anche le forme di vita più piccole ma fondamentali per l'equilibrio del nostro ecosistema.

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