Un racconto tra montagna e memoria
Fotografare le Alpi #17. Intervista a Matteo Agreiter

© Matteo Agreiter
Tra le Dolomiti più aspre, dove le rocce si innalzano come cattedrali di pietra, vive Matteo Agreiter. Per il giovane fotografo di Corvara la montagna non è solo un paesaggio, ma un linguaggio esistenziale: a 25 anni, incarna una geografia sentimentale che affonda le radici nel rifugio Franz Kostner, a 2.500 metri di quota, dove è letteralmente cresciuto tra scalate, neve e orizzonti mozzafiato.
Figlio unico di Manuel, guida alpina, e Cristina, cuoca che ha fatto del rifugio il suo regno, Matteo ha respirato fin da subito l'aria rarefatta dell'alta quota. "Il mio studio è la montagna", racconta con un sorriso che tradisce una passione incontenibile. La montagna, con lui, ha stabilito un patto: raccontarla attraverso gli occhi di chi la conosce come interlocutore vivo. I suoi primi scatti nascono proprio tra le pareti del rifugio di famiglia, immortalando tramonti e albe emozionanti. Nel 2019 arriva la prima consacrazione: vince il premio "Arcteryx King of Dolomites" nella categoria fotografia di montagna action, seguito nel 2020 dal riconoscimento al prestigioso contest "Red Bull Illume", con immagini scattate proprio nel suo Vallon. "La fotografia è il mio stile di vita", ammette Matteo. Si capisce che non è retorica ascoltandolo raccontare di come sia riuscito a trasformare la passione in professione, muovendosi tra servizi per brand come Faction Skis e progetti personali che celebrano la montagna nella sua essenza più autentica. Un racconto per immagini condensato in "Roots" (radici), realizzato nell'inverno 2021, dove l'essere umano, per quanto atletico, è minuscolo di fronte alla maestosità della natura, ma mai insignificante.
Matteo, come nasce questo progetto fotografico?
Nasce soprattutto grazie a mio padre, che è guida alpina. Un gruppo di atleti e filmmaker voleva realizzare uno spot con shooting; hanno contattato mio padre e ingaggiato me. Gli atleti erano tre professionisti: Sam Anthamatten, conosciuto a livello mondiale, Yann Rausis e Simon Charriere. Io ho curato la parte fotografica, loro video e film.

Come si declina il tuo progetto alpino?
Sono scatti di sci fuori pista, quasi estremo, tra i couloir delle Dolomiti: canali stretti e ripidissime fessure che scendono attraverso le montagne e che attraggono gli sciatori come una calamita. Questi passaggi sono incredibili: possono essere strettissimi, pazzescamente ripidi, con neve di diversa qualità, a volte richiedono corde, piccozze e ramponi. Il mio scopo era catturare il momento più estetico della sciata, raccontando non solo l'azione ma l'intera esperienza: la salita, i momenti di pausa, le difficoltà. Mi piace raccontare tutta la storia, non solo l'istante clou. Parto con un grandangolo, uno zoom standard e un teleobiettivo; poi in base alla scena, alla situazione che ho davanti, uso quello che mi offre la tecnica migliore.

Quali le due immagini più "estreme", i due poli agli antipodi che lo racchiudono?
La prima è diventata la copertina del progetto, scattata nella zona del Vallon: immortala una sciata in un canale così difficile che non è percorribile ogni anno, serve molta neve. L'inverno 2020-21 è stato speciale: in pandemia c'era tantissima neve e pochissima gente. Ricordo quello scatto che ricordo con emozione: ritrae Sam Anthamatten in discesa, che affronta una curva bellissima, con la neve che sfarina ai lati. Nell'angolo si vede il nostro rifugio, quindi rappresenta insieme il mio lavoro e casa mia. La seconda è una foto in bianco e nero scattata una sera, quando eravamo tutti rilassati a parlare. Non è esteticamente bella, ma racconta il clima del team: io, mio papà e gli atleti.


Cosa rende riconoscibile il tuo stile fotografico?
La gente riconosce le mie foto perché al centro c'è la persona, ma la montagna resta l'elemento principale. Mi piace rappresentare gli atleti in modo non invasivo, quasi invisibili rispetto alla maestosità del paesaggio. Alcune foto mostrano l'atleta minuscolo di fronte all'immensità delle Dolomiti ed è proprio il messaggio che voglio trasmettere. Non è un approccio assoluto: in alcune immagini c'è spazio per i dettagli, ma questo "tocco" di prospettiva è la mia firma artistica.

Ci sono semplicemente nato: in rifugio esci dalla porta e hai solo vette tutto intorno. Fin da subito ho capito che la montagna era il mio modo di esprimermi, di raccontare storie. Mi sono ritrovato in questo ambiente e cerco di valorizzarne l'importanza e la maestosità. I primi scatti? Vicino al rifugio, con mio padre e mia madre, catturando tramonti e albe spettacolari.
Riconosci un'evoluzione nei tuoi scatti alpini?
A 15 anni mettevo a confronto montagna e persona per passione, oggi l'ho trasformato nel mio lavoro. Un tempo passavo ore a editare un singolo scatto, ora ho una visione più d'insieme, di storytelling. La mia firma resta sempre la persona piccola di fronte all'immensità della montagna. Ma prima ero ossessivo in fase di post-produzione, mentre ora sono più veloce ma più consapevole. Ho capito che l'importante è raccontare una storia, non perfezionare un singolo fotogramma; la maturità mi ha insegnato a guardare l'insieme, non il dettaglio.
Con quale approccio hai scelto di immortalare l'arco alpino?
Voglio far cogliere la maestosità dal confronto con le montagne. A volte i miei scatti sfociano in una denuncia: oggi le montagne vengono sfruttate ovunque, fino all'ultimo metro quadrato. Cerco di raccontare una montagna selvaggia, dove in chilometri di nulla c'è solo un atleta o un gruppo che trasmette il proprio gesto sportivo con la semplice presenza; un contrasto interessante con l'affollamento che si trova in pista d'inverno o in quota d'estate. Voglio mostrare un ambiente in cui, in mezzo a uno spazio totalmente vuoto, la presenza umana diventa un elemento quasi casuale, non predominante.
Cosa hai scoperto in questa tua indagine fotografica?
Che mi piacerebbe diventare guida alpina, collegando il mio lavoro di fotografo a questa professione. Seguendo gli atleti e mio padre ho provato per la prima volta il desiderio di avere più esperienza e consapevolezza.

Com'è oggi il tuo rapporto con la montagna?
Di profondo rispetto. La montagna può darti molto, ma può anche toglierti tutto. Vado in quota con le giuste precauzioni, senza mai sottovalutare la montagna, consapevole dei rischi. Non è timore, ma rispetto: appena posso vado a sciare, a fare una pellata, ad affrontare un canale, a lanciarmi in parapendio... mi piace evadere, soprattutto dopo giornate intere davanti al computer. Invece ho paura di quello che stiamo facendo alle montagne: cambiamenti climatici, overtourism, iperedificazione. Non riesco a capire chi parla di sostenibilità in quota, perché di fatto stiamo sfruttando questi luoghi straordinari.
Quale consideri il tuo scatto migliore?
C'è una foto che vorrei stampare: cattura la sagoma di un camoscio che ho incontrato vicino al rifugio. È da solo e si percepisce la calma, l'assenza di rumore. È pomeriggio, quasi sera, dietro di lui c'è il Civetta imponente e contrastato in una foto in bianco e nero. L'animale si è accorto di me perché mi sta guardando, però sta fermo, quasi mi riconoscesse o avesse capito che non gli farò del male. È tranquillo e pacifico, come me, in mezzo alla natura. Sembra una foto selvaggia scattata chissà dove; invece è qui sulle Dolomiti, dove ogni giorno, sul sentiero appena sotto, passano centinaia di persone.

Senti il desiderio di catturare un'immagine ancora mai scattata?
Vorrei immortalare momenti di discese estreme con le persone a me care: mio padre, mia madre, la mia compagna Veronica. Mi stuzzica anche l'idea di essere fotografato, visto che sono sempre io a immortalare gli altri. Se qualcuno ci ritraesse imsieme in una delle nostre discese di sci ripido, estremo, fuori pista, avere uno scatto di questi momenti sarebbe impagabile.